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Editoriale

a cura di Nicola Campogrande

In cuffia e in piazza

Per un curioso scherzo della storia, la musica scritta sembra tornata alla casella di partenza. Con la complicità della tecnologia, la maggior parte degli umani ascolta infatti Mozart & compagnia da solo, in cuffia, così come i monaci dell’Alto Medioevo intonavano il Gregoriano per il loro autoconsumo. L’invenzione del professionismo, la nascita del concerto pubblico, la costruzione di sale sempre più grandi sono state tappe fondamentali nella vicenda della musica classica; ma ci hanno consegnato un fenomeno meraviglioso, senza il quale non vorremmo vivere, che tocca nel nostro paese il 5-7% della popolazione. E ovviamente una parte di noi, pur frequentando teatri e auditori, si infila le proprie cuffie, appena può, e ascolta musica così, in solitaria.
È un male? Ma no, certo che no. Però così la musica classica non perde soltanto il brivido dell’esecuzione dal vivo: smarrisce la gioia dello stare insieme, del condividere le emozioni, del farsi attraversare tutti dalla stessa onda di suono. Per questo il grande festival che Torino si appresta a ospitare per la terza volta in piazza San Carlo è così prezioso: perché ci permette di recuperare in modo forte, intensissimo, la gioia del far parte di una comunità di ascoltatori, di cittadini che cercano una rappresentazione della bellezza. Poi rientreremo nelle sale da concerto, in teatro, e godremo dei molti cartelloni che ci aspettano; e, sia chiaro, ci rimetteremo anche le cuffie, per farci accompagnare da Beethoven in metropolitana. Ma, dopo i concerti in piazza, avremo addosso la memoria, anche fisica, di come la musica classica sia capace di farci stare insieme, in pace, rendendoci felici. E non sarà poco.