La rivista di ottobre

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Editoriale

a cura di Nicola Campogrande

Studiare da grandi

Provo una grande simpatia per chi si mette a studiare uno strumento in età adulta. A volte si tratta di pensionati che finalmente hanno tempo per dedicarsi al violoncello; altre volte sono lavoratori che scelgono il part-time per poter suonare il clarinetto ogni pomeriggio; altre volte ancora gli studenti sono professionisti di grido che sfidano la fatica di giornate lunghissime per ricavare mezz’ora di esercizio al pianoforte. Fanno benissimo.

Non solo perché si divertono, si emozionano, si mettono alla prova – e per inciso dimostrano una volta di più che la musica si può avvicinare con successo a qualsiasi età. Fanno benissimo perché acquisiscono una consapevolezza fisica, reale, di che cosa significhi fare musica. Il che cambia tutto. Quando si ritrovano ad ascoltare un concerto, infatti, coloro che sono abituati a tenere in mano uno strumento accedono a un livello percettivo diverso. Chiamiamolo semplicemente empatico, benché gli studi sui neuroni-specchio forse andrebbero più in profondità. E non diamogli il significato che non ha – chi suona non è più abile di chi non suona nel seguire la forma di una Sonata di Brahms o nel cogliere le citazioni contenute nel Grand Macabre di Ligeti.

Ma è indubbio che c’è un vibrare del corpo, un formicolare delle mani, un sincronizzarsi del respiro che anche chi semplicemente prova a suonare si ritrova addosso quando ascolta la performance di un professionista. A me non sembra una cosa da poco, e, quando sogno la sala da concerto perfetta, la riempio di appassionati che almeno un po’, a casa loro, suonano (o cantano). Sbaglio?