La rivista di maggio

maggio-2

Editoriale

a cura di Nicola Campogrande

Accorciare i concerti?

Chi scrive musica, chi inventa teatro, chi realizza film per i bambini lo sa: ciò che conta è il ritmo. Non servono argomenti specifici, finalità educative, semplificazioni. O meglio: possono fare gioco – se sono al servizio dell’emozione, del piacere, della poesia, dell’intelligenza – ma solo se lo spettacolo ha scansioni rapide, veloci, efficaci. Altrimenti, è chiaro, i bambini si annoiano. Ora che, smartphone in mano, siamo tornati tutti un po’ bambinoni, è facile accorgercene sulla nostra pelle: basta che un programma tv rallenti un po’ e ci scatta il desiderio di scaricare la mail. I meno educati lo fanno anche a tavola con gli amici, se la conversazione langue. I trogloditi persino al cinema. Ha senso opporci? Alla maleducazione sì; alla velocità no. E credo che anche i santuari della lentezza, le sale da concerto, dovranno adeguarsi, sempre di più. Non tanto nell’ospitare solo brani brevi e concitati (per carità!), ma nel concepire l’esperienza concertistica in modo congruo rispetto ai nostri ritmi percettivi. In sostanza: con concerti che durino di meno. Abbiamo già fatto passi da gigante, rispetto al primo Ottocento, quando il pubblico si ritrovava di fronte a polpettoni oggi indigeribili – celebre il battesimo della Quinta Sinfonia di Beethoven (1808), eseguita insieme alla Sesta, a sezioni della Messa in do maggiore, al Quarto Concerto per pianoforte e orchestra e a parti della Fantasia per coro e pianoforte. Ma probabilmente il futuro ci chiederà di proseguire, di concentrare la nostra esperienza d’ascolto in tempi limitati. Non mi stupirei se, tra qualche tempo, ci ritrovassimo a organizzare concerti di 45 minuti, e scoprire che ci piacciono moltissimo e ne vorremmo uno ogni sera. Certo, se accadrà dovremo rivedere il sistema produttivo (più concerti, ognuno con meno prove, dunque con biglietti meno cari); e, naturalmente, prevedere ogni tanto qualche eccezione, per continuare ad ascoltare le sinfonie di Mahler o di Šostakovic. Ma potrebbe valerne la pena. Non credete?