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Quando
lo raggiungo al telefono nella sua casa di Castelfranco Veneto,
Mario Brunello è sotto l'effetto del jet-lag: è
appena sbarcato dal Giappone, dove nel giro di due settimane ha suonato
da solo e in duo con il pianoforte, ha diretto un'orchestra e si è
esibito accompagnato da un'altra, ha tenuto una masterclass.
Maestro,
parliamo del programma del suo concerto torinese: la Suite n. 2
in re minore di Bach da una parte, Ysaÿe, Dallapiccola, Zimmermann
e Sollima dall'altra. Non è un po' drastica la cesura?
"Bach è l'inizio di tutto quanto è stato scritto
per violoncello solo. Ed è forse anche la fine, perché
uno sperimentatore come lui non è più esistito fino
ai giorni nostri. C'è un buco di centottant'anni - lasciando
da parte i didatti dell'Ottocento - prima che Max Reger riprenda
a comporre cose importanti per lo strumento solo: un black-out lunghissimo
determinato anche dalla difficoltà di inventare qualcosa
di nuovo dopo la rivoluzione bachiana. Il programma riflette questo
stato di fatto".
Qualche
cenno sui brani meno noti?
"Dallapiccola ha scritto Ciaccona, Intermezzo e Adagio insieme
all'amico Gaspar Cassadó: è un brano cui tengo molto
ed eseguo spesso, congeniale allo strumento, l'unico vero esempio
di dodecafonia pura applicata al violoncello solo. La Sonata op.
28 di Ysaÿe è quasi sconosciuta, presuppone un
grado estremo di virtuosismo ed è interessante per l'uso
che viene fatto delle armonie. Alone, il pezzo di Sollima
che come tutti sanno è un eccellente violoncellista, incarna
nel modo migliore la sua esaltante e originale vena mediterranea.
Infine i Quattro brevi studi, scritti da Bernd-Alois Zimmermann
poco prima di suicidarsi, assumono il significato di un testamento.
Viene applicato un nuovo sistema di scrittura ritmica, che a parer
mio poteva condurre molto lontano: il tempo è correlato alla
distanza tra le note, più sono distanti più è
dilatata l'esecuzione".
Non
rischia di sentirsi troppo solo sul palco del Conservatorio, abituato
com'è a suonare in mezzo a tanta gente?
"Suonare insieme ad altri è la cosa che amo di più
in assoluto e mi capita spessissimo. Per questo apprezzo le occasioni
che mi si offrono di stare da solo sul palco, di gestire in modo
autonomo lo spazio, il tempo e i respiri. Ogni tanto sento proprio
il bisogno di "appartarmi"".
Lei
torna a esibirsi da solista all'Unione Musicale (mercoledì
11 aprile, Conservatorio, ore 21, serie blu) dopo avere intrapreso
e praticato in modo assiduo la direzione d'orchestra: come ha influito
questa esperienza sul suo modo di suonare?
"Innanzi tutto mi ha consentito di ampliare la gamma dei colori
sul violoncello: mentre si dirige si hanno in mente colori che si
pretendono dai colleghi strumentisti e ci si rende conto che si
possono realizzare. Ora quei colori li cerco sul mio strumento,
presto molta attenzione al timbro e al fraseggio cercando di imitare
la varietà che scaturisce dal lavoro collettivo delle tante
personalità che costituiscono un'orchestra. E poi il fatto
di aver convinto altri musicisti a suonare secondo la mia idea interpretativa
mi ha dato maggiore sicurezza e convinzione come strumentista".
È
più facile dirigere o suonare?
"Diciamo che fare musica non è mai facile. L'esecuzione
strumentale implica un grande impegno a livello atletico-muscolare,
occorre allenarsi per migliorare la tecnica. Dirigere presuppone
un minore allenamento fisico ma per me è molto più
faticoso, le prove con l'orchestra sono molto dure, richiedono un'energia
e una concentrazione enormi".
In
futuro Mario Brunello continuerà ad agire nella doppia veste
di direttore e strumentista, oppure sceglierà una delle due
carriere?
"Paradossalmente questi cinque anni di esperienza in qualità
di direttore d'orchestra mi hanno fatto venire ancor più
voglia di suonare, anche le cose che prima snobbavo un po', come
i grandi concerti di repertorio. Mai come adesso ho avuto così
tanta voglia di divertirmi suonando. Sul fronte della direzione
si sono aperte prospettive interessanti. Da poco sono stato nominato
"direttore ospite principale" di un'orchestra piccolo-sinfonica
a Tokyo, composta da prime parti di complessi giapponesi, europei
e statunitensi. È un grande onore perché si tratta
di un'orchestra straordinaria che si esibisce in una sala stupenda.
Mi hanno offerto di tornare con regolarità nei prossimi anni
e devo dire che la proposta è allettante".
Al
pubblico dell'Unione Musicale, attraverso una presenza costante
nel corso delle ultime stagioni, ha proposto molti brani di rara
esecuzione, penso ad esempio al Novecento storico italiano: ritiene
che sia dovere e responsabilità dell'interprete "educare"
gli ascoltatori?
"All'inizio della carriera mi ero imposto di arricchire il
repertorio inserendo tutti gli anni qualche cosa di nuovo. Poco
alla volta l'imposizione si è trasformata in curiosità.
Questa ricerca ha ampliato i miei orizzonti, facendomi apprezzare
della musica che prima ritenevo non degna di attenzione. Mi sembra
che il pubblico abbia reagito bene alle mie proposte. Ma credo che
l'esecuzione di musiche rare sia un dovere dell'interprete che prescinde
dalla necessità di "educare" gli ascoltatori. Quando
scelgo il programma di un concerto non lo faccio con intenti didascalici
ed educativi, lo faccio soprattutto perché mi piace eseguire
quelle musiche".
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