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| aprile
2001 |
| orchestra
sinfonica nazionale della rai |
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Un giovane dinosauro in orchestra |
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Macché
violoncello o pianoforte! Fin da bambino a Maurice Martenot (Parigi
1898-1980) frulla in testa l'idea di inventarsi un nuovo strumento.
Elettronico, per giunta. Forse qualcuno gli ha raccontato del telharmonium,
dell'etherophone o dello sferophone, aggeggi strani ed enormi,
più che strumenti musicali, che tentavano di emettere suoni attraverso
l'elettricità. Martenot è testardo e nel 1928 la sua invenzione
debutta all'Opéra. È un apparecchio elettrofono monodico a
tastiera costituito da due generatori ad alta frequenza, un oscillatore,
condensatori inseriti in circuito, sette tubi elettronici, un altoparlante
e un risonatore. Usando filtri diversi che agiscono sugli armonici
del suono fondamentale si modifica il timbro e lo spettro dinamico
è vastissimo. Le variazioni dell'altezza del suono sono ottenute sia
pigiando i tasti di una tastiera di sette ottave sia infilando l'indice
della mano destra in un anello attaccato a un cordino che agisce su
un condensatore rotante. Questi due modi di suonare hanno possibilità
espressive complementari: l'esecuzione sulla tastiera si apparenta
al modo di suonare strumentale, quello con l'anello al canto vocale.
Oltre a glissando e microintervalli, le Ondes Martenot - così
si chiamano, e in francese è femminile - rendono possibile il vibrato
che dipende integralmente dai gesti dell'interprete, sia per quel
che riguarda la velocità sia per l'ampiezza delle oscillazioni. "Se
lo strumentista ne possiede la tecnica - sostiene Jeanne Loriod, docente
al Conservatorio, all'École Normale de Musique e alla Schola Cantorum
di Parigi - prova la sensazione che lo strumento sia un prolungamento
del suo sistema nervoso, talmente è fedele la relazione tra il suo
pensiero musicale e il risultato sonoro. Visto che non interviene
alcun elemento automatico, l'interpretazione assume un carattere di
"espressione umana diretta", come scrisse Vincent d'Indy all'inventore".
Jolivet, Varèse, Honegger, Milhaud, Bussotti sono alcuni dei compositori
che hanno usato le Ondes Martenot, cui Olivier Messiaen destina
un ruolo concertante nella Turangalîla-Symphonie (1946-48): "Tutti
possono udirne il suono penetrante, anche nei momenti di parossismo,
quando domina il fortissimo con la sua voce espressiva e sovracuta.
Io ne faccio uso anche nel registro grave e in momenti di dolcezza.
Qui ho impiegato tre diffusori speciali: l'Espace (generoso da lontano),
la Palme (vibrazioni per simpatia) e il Metallico (a ciascun suono
corrisponde la risonanza di un gong piazzato nel diffusore)". Anche
le Folies-Bergères hanno le Ondes Martenot per accompagnare le riviste.
Ma come le tette a coppa di champagne delle soubrette sono demodé
rispetto alle maggiorate virtuali, anche l'Onde Martenot sembra un
dinosauro del giurassico vicino a computer e live-electronic. Così
giovane in confronto al violino, così vecchio rispetto alla tecnologia.
(f.f.) |
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1
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9
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16
/22 aprile |
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23
/30 aprile |
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Dopo
l'esordio napoletano al Teatro San Carlo il 2 e il 3 aprile, il
5 e il 6 aprile arrivano al Lingotto di Torino
il pianista Giuseppe
Scotese e Jeanne Loriod
alle Ondes Martenot. Profondo conoscitore della musica contemporanea,
Scotese è stato protagonista di importanti prime esecuzioni di compositori
viventi. La Loriod, allieva di Martenot al Conservatorio di Parigi,
fu la prima studentessa a ricevere la medaglia per le Ondes Martenot;
nel corso della sua carriera ha contribuito notevolmente all'attività
di ricerca sul suo strumento. Mercoledì 11 e giovedì 12 aprile
è invece la volta di Christian Zacharias,
allievo della Slavin di Perlemuter. Vincitore di importanti concorsi
internazionali, è considerato uno dei più grandi pianisti tedeschi
di oggi. Una particolarità: non esegue musica contemporanea. |
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