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Prima
di entrare in sala per il concerto, guardate in alto e fissate, nel
piccolo riquadro di cielo che si fa spazio tra i palazzi, tre punti,
tre soli punti. Fate silenzio intorno, allontanate voci e rumori verso
il fondale della percezione. Ora potete accomodarvi e riconoscere
quei tre segni appena l'orchestra attacca la Piccola musica notturna.
Quei tre istanti, accenni a un pensiero vago e inconcluso, s'evolvono
senza dirigersi verso alcuna meta. Un pensiero notturno, come un follicolo
che fluttua sulle palpebre chiuse, s'allunga e contrae, schizza improvviso
e s'arresta.
I timbri scorrono lungo cromie lunari, tratteggiano questo frammentato
soliloquio con precisione adamantina. Non aspettatevi un racconto,
ma una miriade di minuscole storie incompiute. Tre note, tre
sole note parlano di un'intera notte estiva, popolata di suoni bui
e rimembranze del giorno e dell'ombra di un'anima. "Io passeggio
in questo vecchio paese / solo come un fantasma", come recitano
i versi conclusivi di Noche de Verano (Notte d'estate), la poesia
di Antonio Machado annotata sulla partitura. Non è così indispensabile
avere familiarità con la dodecafonia per apprezzare la musica di
Dallapiccola, pertinace sacerdote della serialità. Essa è un mezzo,
non un'estetica, così come sancito dagli stessi compositori in occasione
del Primo Convegno Dodecafonico (1948), organizzato da Malipiero a
Milano, che sigla la fine di quella che Berio aveva definito "ragioneria
dodecafonica". Certo non ci si può aspettare commozione se la s'intende
sinonimo d'"intenerimento", ma senz'altro è musica che cum-movet,
induce a muoversi, talora scuote. Dei ragionieri ci siamo sbarazzati
da tempo, restano gli artisti autentici che, nelle turbolenze politico-ideologiche,
hanno conservato il senso dell'arte come espressione di sé e del mondo.
Dallapiccola è campione tra questi. Composta in appena una settimana
nell'aprile del 1954 su commissione di Hermann Scherchen per il Festival
delle Jeunesses Musicales di Hannover, l'opera riflette infatti la
natura liminare dell'autore, nato in Istria, recluso in Austria, naturalizzato
fiorentino. Il rigore artistico e morale, l'inclinazione verso un
meditato sperimentalismo linguistico sono d'impronta mitteleuropea,
mentre il lirismo è frutto d'approfondite frequentazioni verdiane
e di attaccamento alla terra italica. Quanto alla sensibilità per
il colore dei suoni occorre risalire all'accezione francese della
mediterraneità, quella di Ravel e Debussy. Se non lo avete fatto prima
d'entrare, alzate il capo alla notte, non troverete la mappa di un
sistema compositivo, ma tre punti di luce bianca fissa e tremolante
insieme… (g.n.) |
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