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Colombiana,
a diciannove anni è stata invitata a interpretare Anna Glavari
nella Vedova allegra al Teatro Colon di Bogotà, facendo notizia:
era anche finalista alla Luciano Pavarotti Competition di Filadelfia,
intanto aveva incastrato nell'agenda un concerto corale a Roma e così
- "con un'incoscienza enorme", dice oggi - si è ritrovata
improvvisamente a dover gestire una carriera che premeva. Tanto che
la sua maestra di canto è stata costretta a darle un aut-aut:
continuare a lavorare, ma perdere la voce in cinque anni, oppure andarsene,
facendo sacrifici e studiando. Lei ha fatto le valigie, ha vinto una
borsa di studio del governo colombiano per venire a studiare a Bologna
con Geneviève Ians e ora sta muovendo passi importanti, nell'opera
e nella liederistica. Nel frattempo ha ottenuto il diploma di italiano
all'Università per stranieri di Siena e dialogare con lei è
davvero una delizia.
Lei
mette in repertorio pagine molto diverse: dalla musica barocca alla
Bohème, da Monteverdi a Donizetti. Ma che voce ha?
"Sono un soprano lirico leggero e quindi affronto sia un repertorio
"leggero" che partiture liriche. Ovviamente sono giovane,
ho venticinque anni, e non posso cantare il "lirico spinto":
mi dedico perciò di più alla musica del Settecento,
al belcanto, e quando affronto ruoli lirici scelgo quelli più
dolci, come la Mimì della Bohème, così morbida,
così sentimentale
Forse anche perché ho questo
timbro un po' malinconico, che è molto adatto a portare in
scena le figure patetiche, languide, del repertorio barocco e settecentesco,
e poi le donne sofferenti di Puccini, con il loro senso di sacrificio
".
E
le piace la malinconia che ha nella voce? Non se la sente un po'
stretta addosso?
"Mi piace moltissimo, perché penso sia molto suggestiva
e sento che il pubblico la apprezza. È una mia caratteristica,
di cui sono contenta e che cerco di sfruttare al meglio. Certo,
faccio attenzione a non rinchiudermi soltanto in questo tipo di
repertorio: con la mia voce posso affrontare anche ruoli che richiedono
agilità, ruoli belcantistici, donizettiani, belliniani, come
quelli di Lucia di Lammermoor o di Sonnambula".
Mi
ricordo di avere ascoltato colori molto belli nel pianoforte di
Vito Maggiolino: tra il mezzopiano e il mezzoforte riesce a trovare
molte tinte intermedie
"Con lui canto da tre anni, anche se questo è il nostro
primo concerto. Tra noi c'è grande intesa, fatta di respiro,
di musicalità. Al di là della sua notevole tecnica,
Vito ha una straordinaria voglia di perfezionare: lavoriamo duro,
a fondo, e ogni brano messo a punto è una conquista".
Una
cantante colombiana che arriva in Italia di che cosa si accorge?
"La Colombia è un paese giovane, che lavora con le unghie:
non ha risorse, ma ha tanta voglia di riuscire, di emergere, di
far crescere talenti che poi vadano a perfezionarsi in giro per
il mondo. L'Italia ha un bagaglio di musica enorme, ha un passato
fondamentale, però colgo poco entusiasmo nei miei colleghi
che studiano, vedo poca gente che ha voglia di fare sacrifici, di
impegnarsi veramente, magari di fare una vita un po' bohèmienne
per andare avanti".
Espansiva
com'è, ha un rapporto facile con il pubblico?
"Ho fatto moltissima musica in Colombia e fin da piccola ho
imparato a cantare per il pubblico e non per me stessa. L'egocentrismo
tipico di molti cantanti non mi appartiene. E specialmente se facciamo
musica da camera dobbiamo cantare per gli altri!". (n.c.)
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