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Come
le è venuto in mente di mettere in musica Zazie dans le métro,
uno dei capolavori di Raymond Queneau e della letteratura francese
del XX secolo? Ci va un bel coraggio
"È uno dei miei libri preferiti, - risponde Andrea Basevi
- mi fu letto da mia nonna che era la mia musa da bambino: con lei
giocavo alla musica e con la musica, imitando stili e situazioni;
è una sigla che mi porto dietro e che mi ha fatto arrivare
a farne una "commedia armonica". Queneau lo avevo
già musicato tre volte: un'aria per soprano e clavicembalo,
un brano a otto voci sugli Exercices de style e un lavoro per strumento
a tastiera con cui ho vinto un concorso di composizione sul gioco
e che prevede l'esecuzione per 12 anni filati di 8 battute musicali
variate in tempo reale dall'esecutore; si rifà al libro 100mila
miliardi di poesie dello scrittore francese".
La
lingua di Queneau e di conseguenza la traduzione di Fortini sono
zeppe di slang e neologismi: perché lei non si è avvalso
di un librettista che facesse da mediatore e addomesticasse il testo
alle esigenze della musica?
"Quando ho deciso di lavorare su Zazie mi sono rivolto al suo
traduttore italiano, Franco Fortini, uno dei miei poeti più
amati, che ho conosciuto grazie a un comune amico, l'editore Giorgio
Devoto. Ho avuto qualche incontro esaltante, Fortini era un pozzo
di cultura e i nostri colloqui duravano ore. Mi promise un suo aiuto
per il libretto, poi la malattia lo costrinse a rinunciare e io
rinunciai a un altro librettista".
Ha
scritto la sua commedia armonica pensando a un pubblico di bambini
oppure non si è nemmeno posto il problema della "destinazione
d'uso"?
"Non mi sono posto alcun vincolo per l'ascolto, non me ne pongo
mai. Il lavorare per i bambini - da tre anni tengo un corso di propedeutica
corale al Conservatorio di Alessandria e dirigo un coro a Genova
- mi porta a essere limpido nella scelta del messaggio acustico
e inoltre mi piace giocare con la musica. Queneau è stato
un matematico e mi ha portato a utilizzare alcuni processi compositivi
di assemblaggio sonoro che usano l'ironia come collante".
Le
risulta che abbiano accolto bene il suo lavoro i lettori di Queneau,
gli studiosi e quelli che lo conoscevano bene?
"Grazie a Enrico Baj ho preso contatti col figlio di Queneau,
Jean Marie, che è un bravo pittore. La moglie è voluta
venire a Genova per la prima dell'opera e si è molto divertita.
Io ho cercato di avvicinarmi il più possibile all'universo
linguistico, giocoso e matematico di Queneau. Fortini mi parlava
di "schegge che vagano impazzite nella galassia della letteratura".
È come andare in un museo dove sono esposti reperti di un
mondo poco conosciuto o remoto, dove si sa qualcosa di quel popolo,
ma non l'esatta destinazione dell'oggetto. E così nel mio
lavoro la citazione di stile o reale non risulta mai oggetto preso
sul serio ma, per dirla con Barthes, elemento di derisione. Un cultore
di Queneau penso possa trovare pane per i suoi denti".
Può
raccontarci qualcosa della collaborazione con il vivace ottuagenario
Luzzati, autore delle scene?
"Lavorare con Lele era un sogno nel cassetto. Ci conosciamo
da anni ma non avevamo mai avuto l'occasione per fare qualcosa insieme.
Di lui amo la semplicità e quel suo modo di trovare in un
oggetto qualsiasi molteplici significati. È quello che amo
nei bambini, il saper trovare sempre nuovi stimoli, ed è
quello che inseguo da tempo: una limpidezza all'interno di una struttura
complessa".
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