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dicembre 2001
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INTERVISTA - La stravaganza esotica di Suzuki

 

Orchestra Suzuki

Maestro Mosca, com'è iniziata l'avventura Suzuki in Italia venticinque anni fa?
"Viaggiando per il mondo mia moglie e io con l'Orchestra da Camera di Zurigo siamo più volte incappati in Scuole Suzuki che hanno destato la nostra curiosità per i risultati sorprendenti che esibivano. Devo la mia carriera ad Adriano Olivetti che, per sensibilità e mecenatismo, decise di mandarmi a Roma a studiare musica: io, figlio di un operaio in catena di montaggio, sentii il dovere, al mio ritorno in Piemonte, di pensare a qualche iniziativa culturale per i giovanissimi; il metodo Suzuki faceva al caso nostro. Così abbiamo seguito i necessari corsi di qualificazione e iniziato a Chiaverano ad applicare il metodo con i nostri figli e quelli degli amici. L'esordio dell'Orchestra nel 1976 ebbe nel mondo della cultura italiana un effetto dirompente. Ora siamo alla quinta edizione dell'Orchestra che suona per importanti occasioni internazionali: tra le più recenti, ricordo il nostro intervento nella Victoria Hall di Ginevra durante una manifestazione dell'ONU contro lo sfruttamento dei minori, alla presenza del Segretario Generale Kofi Annan".

Quali difficoltà avete affrontato?
"Ci siamo scontrati da una parte con la diffidenza della provincia piemontese sospettosa verso una metodologia importata da un paese alieno al nostro come il Giappone; dall'altra abbiamo patito l'ostilità del mondo accademico istituzionale, orientato a liquidare il fenomeno come una stravaganza esotica. I risultati ci hanno spianato la strada negli anni: molti dei duecento allievi che si sono avvicendati, dopo l'esperienza Suzuki hanno proseguito in Conservatorio e si sono diplomati, altri hanno lasciato, salvo poi ricominciare in età adulta o diventare appassionati frequentatori di sale concertistiche. Si distinguono comunque in mezzo alla gioventù contemporanea, in genere così distratta verso la cultura, per uno spiccato senso del gusto per l'arte e il bello".

In quali termini avete adattato, se lo avete fatto, una metodologia nata in un contesto culturale così differente come quello nipponico?
"Abbiamo più volte constatato come in Giappone un'orchestra di bambini suonasse benissimo il concerto di Mendelssohn senza conoscerne la sintassi, né la struttura armonica, neppure il solfeggio. Noi miriamo a introdurre precocemente la lettura, l'analisi formale, seppure sommaria e l'estetica dei brani che i bimbi suonano, aggiungendo all'abilità strumentale la consapevolezza culturale e storica di quanto stanno creando".

Che cosa tiene a sottolineare del programma di questo concerto di Natale (mercoledì 19 dicembre, Conservatorio, ore 21, serie blu)?
"La singolarità del concerto sta nell'operina di Hindemith che, sotto la regia di Massimo Scaglione, sarà scandita anziché dalle otto scene indicato dall'autore, da un film appositamente girato e proiettato su grande schermo, mentre i Piccoli Cantori aggiungeranno alla voce elementi di espressione gestuale e sia Brunello sia De Simone condiranno lo spettacolo musicale con elementi di teatralità. A Vivaldi l'onore invece di aprire la serata come l'autore più amato e conosciuto dai nostri bambini".

Quali sono i suoi auspici per il futuro della formazione musicale in Italia?
"Ci auguriamo che la scuola pubblica si apra alla partecipazione dei genitori nell'azione formativa e che integri iniziative di apprendimento strumentale come la nostra nella loro offerta. Poi speriamo che i Conservatori non si preoccupino solo della specializzazione, ma anche della formazione di base, evitando di restare istituzioni alte, ma sospese nel vuoto". (g.n.)

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