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Maestro
Mosca, com'è iniziata l'avventura Suzuki in Italia venticinque
anni fa?
"Viaggiando per il mondo mia moglie e io con l'Orchestra
da Camera di Zurigo siamo più volte incappati in Scuole
Suzuki che hanno destato la nostra curiosità per i risultati
sorprendenti che esibivano. Devo la mia carriera ad Adriano Olivetti
che, per sensibilità e mecenatismo, decise di mandarmi a
Roma a studiare musica: io, figlio di un operaio in catena di montaggio,
sentii il dovere, al mio ritorno in Piemonte, di pensare a qualche
iniziativa culturale per i giovanissimi; il metodo Suzuki
faceva al caso nostro. Così abbiamo seguito i necessari corsi
di qualificazione e iniziato a Chiaverano ad applicare il metodo
con i nostri figli e quelli degli amici. L'esordio dell'Orchestra
nel 1976 ebbe nel mondo della cultura italiana un effetto dirompente.
Ora siamo alla quinta edizione dell'Orchestra che suona per importanti
occasioni internazionali: tra le più recenti, ricordo il
nostro intervento nella Victoria Hall di Ginevra durante una manifestazione
dell'ONU contro lo sfruttamento dei minori, alla presenza del Segretario
Generale Kofi Annan".
Quali
difficoltà avete affrontato?
"Ci siamo scontrati da una parte con la diffidenza della provincia
piemontese sospettosa verso una metodologia importata da un paese
alieno al nostro come il Giappone; dall'altra abbiamo patito l'ostilità
del mondo accademico istituzionale, orientato a liquidare il fenomeno
come una stravaganza esotica. I risultati ci hanno spianato la strada
negli anni: molti dei duecento allievi che si sono avvicendati,
dopo l'esperienza Suzuki hanno proseguito in Conservatorio e si
sono diplomati, altri hanno lasciato, salvo poi ricominciare in
età adulta o diventare appassionati frequentatori di sale
concertistiche. Si distinguono comunque in mezzo alla gioventù
contemporanea, in genere così distratta verso la cultura,
per uno spiccato senso del gusto per l'arte e il bello".
In
quali termini avete adattato, se lo avete fatto, una metodologia
nata in un contesto culturale così differente come quello
nipponico?
"Abbiamo più volte constatato come in Giappone un'orchestra
di bambini suonasse benissimo il concerto di Mendelssohn senza conoscerne
la sintassi, né la struttura armonica, neppure il solfeggio.
Noi miriamo a introdurre precocemente la lettura, l'analisi formale,
seppure sommaria e l'estetica dei brani che i bimbi suonano, aggiungendo
all'abilità strumentale la consapevolezza culturale e storica
di quanto stanno creando".
Che
cosa tiene a sottolineare del programma di questo concerto di Natale
(mercoledì 19 dicembre, Conservatorio, ore 21, serie blu)?
"La singolarità del concerto sta nell'operina di Hindemith
che, sotto la regia di Massimo Scaglione, sarà scandita anziché
dalle otto scene indicato dall'autore, da un film appositamente
girato e proiettato su grande schermo, mentre i Piccoli Cantori
aggiungeranno alla voce elementi di espressione gestuale e sia Brunello
sia De Simone condiranno lo spettacolo musicale con elementi di
teatralità. A Vivaldi l'onore invece di aprire la serata
come l'autore più amato e conosciuto dai nostri bambini".
Quali
sono i suoi auspici per il futuro della formazione musicale in Italia?
"Ci auguriamo che la scuola pubblica si apra alla partecipazione
dei genitori nell'azione formativa e che integri iniziative di apprendimento
strumentale come la nostra nella loro offerta. Poi speriamo che
i Conservatori non si preoccupino solo della specializzazione, ma
anche della formazione di base, evitando di restare istituzioni
alte, ma sospese nel vuoto". (g.n.)
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