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dicembre 2001
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INTERVISTA - De Simone e l'arte dei suoni

 

orchestra suzuki

Maestro De Simone, come ricorda gli anni della sua formazione musicale e artistica?
"Ricordo ore d'intenso e accurato studio. Ho avuto la fortuna d'avere come maestro uno dei più grandi artisti del nostro tempo, Sesto Bruscantini, dal quale ho imparato una metodologia di studio che consiste nell'approfondire il ruolo anche nei suoi tratti psicologici e nella conseguente scelta del colore vocale più opportuno, dell'articolazione più sensata. Di lui ho vividi ricordi, un'implicita riconoscenza e un debito formativo che cerco di riscattare offrendo ai miei allievi la stessa attenzione di cui sono stato oggetto. Per questo m'impegno a costruire loro una solida vocalità primariamente sul repertorio classico settecentesco, convinto che questa sia l'indispensabile premessa per affrontare i repertori più tardi, e a coltivare una disciplina ormai in disuso, l'ortoepia, l'arte del dire bene, del porger bene".

Quali sono i momenti chiave della sua carriera?
"Un'esperienza che in qualche modo mi identifica è l'avere cantato ben otto opere di Cimarosa, forse sono l'unico cantante al mondo. Mi balza alla mente poi l'irripetibile allestimento scaligero de Lo frate 'nammurato di Pergolesi sotto la direzione di Muti e un cast prestigiosissimo, e l'anno scorso, per quanto attiene al repertorio moderno, il Gianni Schicchi al Concertgebouw di Amsterdam sotto la direzione di Riccardo Chailly con una diretta televisiva europea nel giorno di Natale".

Quali leve secondo lei occorre utilizzare per conquistare al teatro musicale un pubblico giovane?
"Si dovrebbero offrire gli strumenti per ascoltare molta musica con capacità di discernimento e gusto estetico e iniziare l'avvicinamento all'arte dei suoni fin dalla prima infanzia, negli istituti scolastici di appartenenza".

Se dovesse consigliare a un insegnante quale opera fare vedere per prima a un bambino che non conosce nulla del teatro musicale?
"Cenerentola: è una favola che muove sentimenti intensi e vari, dalla pena all'allegrezza grazie a una forte caratterizzazione di ciascun personaggio. Rigoletto per due ragioni: una autobiografica, fu l'opera che schiuse, all'età di nove anni, la mia vocazione artistica, la seconda estetico-drammaturgica, una favola tragica complessa, ma perfettamente comprensibile in tutti i suoi meccanismi narrativi da un pubblico di giovanissimi curiosi". (g.n.)

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