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"Il
più grande fortepianista dei nostri giorni". "L'avvocato
più fine del fortepiano che sia possibile immaginare".
La critica internazionale sembra aver infranto ogni riserva sul
conto di Andreas Staier, il cui nome è oramai diventato
un must non solo nell'ambito della musica antica. In verità,
è davvero impressionante l'elenco di premi e riconoscimenti
collezionati, nell'arco degli ultimi cinque anni, con le sue incisioni
da questo giovane interprete che, prima di dedicarsi anche alla
carriera solistica, si è fatto le ossa suonando in complessi
del calibro della mitica Musica Antiqua Köln. L'impressione
che si ricava dalle sue interviste, tuttavia, è che lui si
senta in parte vittima d'un understatement. Non piace, a Staier,
l'associazione automatica del suo nome al fortepiano o al clavicembalo:
"Sento la nostalgia di interviste in cui non mi si chieda
niente sugli strumenti". Limitare il discorso a essi significa,
in effetti, non cogliere l'originalità di una filosofia dell'interpretazione
maturata in tanti anni di tenace praticantato artistico. "Lo
strumento è importante, ma nell'interpretazione non rientra
affatto tra le cose più importanti". Il tempo, l'agogica,
il rubato, l'articolazione: sono aspetti dieci volte più
importanti, che "in linea di principio si possono interpretare
anche su un moderno pianoforte a coda".
In nessun modo la musica per Staier è riducibile a questioni
di tecnica: "È un discorso sonoro, funziona secondo
le leggi d'un linguaggio. Ci sono punti, virgole, punti esclamativi
e interrogativi: non si tratta che di interpretarli". Fin da
ragazzo, in effetti, il suo approccio verso la musica è sempre
stato quello di chi, con passione e perspicacia, ricerca la propria
via verso un'espressività più autentica e personale.
Studiare musica per Staier è sempre stato un po' come lavorare
in un laboratorio fatto in primis di molta ordinarietà e
manualità. "L'opinione che la musica debba essere dotata
di molta ispirazione è la morte dell'ispirazione. Per prima
cosa viene il lavoro manuale; è un po' come lavare i piatti
o legarsi le scarpe. Quando ci si è riscaldati, allora vengono
improvvisamente le grandi idee. Sono sicuro che Mozart e Bach se
la sono vista così
Ciò non significa che
io rinneghi la genialità, ma che la genialità nasce,
ha qualcosa a che fare anche con l'ovvietà e non c'entra
nulla con il sedersi in una camera buia ad aspettare che lo Spirito
Santo discenda dall'alto". Questo, secondo Staier, è
tanto più vero nel caso della musica barocca, che è
tutta intessuta di convenzioni e stereotipi: "La musica
barocca non è ispirata divinamente: è ancorata a cose
ordinarie, a un processo quotidiano".
Lavorare sull'ordinarietà, tuttavia, non comporta affatto
la rinunzia all'estro e alla creatività: "È molto
importante pensare su una composizione e fare esperimenti con essa.
È necessario cogliere appieno l'approccio di un compositore
a un'opera. Le Toccate di Bach, per esempio, sono improvvisazioni
su semplici armonie. Devi capire la musica dal di dentro e smontarla
per poter apprezzare come funziona".
In questo suo laboratorio Andreas Staier ha condotto i propri esperimenti
su un repertorio molto variegato, che col tempo è andato
vieppiù arricchendosi. Più che una carriera, la sua
pare giusto definirla un'avventura dello spirito alla ricerca di
sé: "Io non posso fare ogni cosa, ma sono in grado di
conseguire un numero di cose, ciascuna delle quali rappresenta una
sfaccettatura della mia personalità". Il clavicembalo
prima e il fortepiano poi sono stati i due strumenti prediletti
di questa appassionata recherche, strettamente complementari fra
loro: "La nostra percezione di Mozart o Beethoven si trasforma
quando noi diveniamo davvero familiari con il repertorio che li
precede. Le Variazioni Diabelli di Beethoven appaiono in una nuova
luce una volta che conosciamo le variazioni di William Byrd, come
anche le Variazioni Goldberg di Bach". In nessun momento, tuttavia,
questo splendido itinerarium mentis in musicam ha mai comportato
per Staier la chiusura in una torre d'avorio. L'interazione con
il pubblico per lui è risultato sempre un aiuto assolutamente
necessario: "Alcune cose le si trovano solo quando si è
seduti sul palcoscenico: non le si possono raggiungere tramite lo
studio in uno stanzino". L'augurio è che possa essere
così anche con il pubblico di Torino, lunedì 10 dicembre
(Conservatorio ore 21, serie L'altro suono). (a.c.)
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