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dicembre 2001
unione musicale
Il laboratorio della musica di Andreas Staier


Andreas Staier

 

"Il più grande fortepianista dei nostri giorni". "L'avvocato più fine del fortepiano che sia possibile immaginare". La critica internazionale sembra aver infranto ogni riserva sul conto di Andreas Staier, il cui nome è oramai diventato un must non solo nell'ambito della musica antica. In verità, è davvero impressionante l'elenco di premi e riconoscimenti collezionati, nell'arco degli ultimi cinque anni, con le sue incisioni da questo giovane interprete che, prima di dedicarsi anche alla carriera solistica, si è fatto le ossa suonando in complessi del calibro della mitica Musica Antiqua Köln. L'impressione che si ricava dalle sue interviste, tuttavia, è che lui si senta in parte vittima d'un understatement. Non piace, a Staier, l'associazione automatica del suo nome al fortepiano o al clavicembalo: "Sento la nostalgia di interviste in cui non mi si chieda niente sugli strumenti". Limitare il discorso a essi significa, in effetti, non cogliere l'originalità di una filosofia dell'interpretazione maturata in tanti anni di tenace praticantato artistico. "Lo strumento è importante, ma nell'interpretazione non rientra affatto tra le cose più importanti". Il tempo, l'agogica, il rubato, l'articolazione: sono aspetti dieci volte più importanti, che "in linea di principio si possono interpretare anche su un moderno pianoforte a coda".
In nessun modo la musica per Staier è riducibile a questioni di tecnica: "È un discorso sonoro, funziona secondo le leggi d'un linguaggio. Ci sono punti, virgole, punti esclamativi e interrogativi: non si tratta che di interpretarli". Fin da ragazzo, in effetti, il suo approccio verso la musica è sempre stato quello di chi, con passione e perspicacia, ricerca la propria via verso un'espressività più autentica e personale. Studiare musica per Staier è sempre stato un po' come lavorare in un laboratorio fatto in primis di molta ordinarietà e manualità. "L'opinione che la musica debba essere dotata di molta ispirazione è la morte dell'ispirazione. Per prima cosa viene il lavoro manuale; è un po' come lavare i piatti o legarsi le scarpe. Quando ci si è riscaldati, allora vengono improvvisamente le grandi idee. Sono sicuro che Mozart e Bach se la sono vista così… Ciò non significa che io rinneghi la genialità, ma che la genialità nasce, ha qualcosa a che fare anche con l'ovvietà e non c'entra nulla con il sedersi in una camera buia ad aspettare che lo Spirito Santo discenda dall'alto". Questo, secondo Staier, è tanto più vero nel caso della musica barocca, che è tutta intessuta di convenzioni e stereotipi: "La musica barocca non è ispirata divinamente: è ancorata a cose ordinarie, a un processo quotidiano".
Lavorare sull'ordinarietà, tuttavia, non comporta affatto la rinunzia all'estro e alla creatività: "È molto importante pensare su una composizione e fare esperimenti con essa. È necessario cogliere appieno l'approccio di un compositore a un'opera. Le Toccate di Bach, per esempio, sono improvvisazioni su semplici armonie. Devi capire la musica dal di dentro e smontarla per poter apprezzare come funziona".
In questo suo laboratorio Andreas Staier ha condotto i propri esperimenti su un repertorio molto variegato, che col tempo è andato vieppiù arricchendosi. Più che una carriera, la sua pare giusto definirla un'avventura dello spirito alla ricerca di sé: "Io non posso fare ogni cosa, ma sono in grado di conseguire un numero di cose, ciascuna delle quali rappresenta una sfaccettatura della mia personalità". Il clavicembalo prima e il fortepiano poi sono stati i due strumenti prediletti di questa appassionata recherche, strettamente complementari fra loro: "La nostra percezione di Mozart o Beethoven si trasforma quando noi diveniamo davvero familiari con il repertorio che li precede. Le Variazioni Diabelli di Beethoven appaiono in una nuova luce una volta che conosciamo le variazioni di William Byrd, come anche le Variazioni Goldberg di Bach". In nessun momento, tuttavia, questo splendido itinerarium mentis in musicam ha mai comportato per Staier la chiusura in una torre d'avorio. L'interazione con il pubblico per lui è risultato sempre un aiuto assolutamente necessario: "Alcune cose le si trovano solo quando si è seduti sul palcoscenico: non le si possono raggiungere tramite lo studio in uno stanzino". L'augurio è che possa essere così anche con il pubblico di Torino, lunedì 10 dicembre (Conservatorio ore 21, serie L'altro suono). (a.c.)

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