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dicembre 2001
orchestra sinfonica nazionale della RAI
Mors tua, symphonia mea
di Filippo Fonsatti

 



Fumettisticamente parlando, le sinfonie di Mahler sono come il cassetto di Etabeta: contengono ogni suono e timbro realizzabile da un'orchestra tradizionale, e come nel guardaroba zeppo di contraddizioni delle mezze stagioni (lino? lana?) in esse convivono e si compenetrano passato e futuro, alto e basso, vita e morte. Meglio di tante cronache raccontano con inquietudine, ironia e sconvolgente lucidità la dissolvenza incrociata tra un secolo - e un mondo - che finisce e un altro che incomincia. Tutto questo attraverso l'intreccio indistricabile di suono e verbo, di Lied e forme musicali ampliate a dismisura. La Seconda sinfonia non solo non fa eccezione, ma di questo procedimento è un esempio lampante.
Mahler ci impiegò parecchio a ultimarla: tra il primo movimento che risale al 1888 - e che visse di vita propria fino al 1896 con il titolo di Totenfeier (Esequie) - e la definitiva stesura degli altri trascorsero sei anni. Sicuramente un freno inibitorio alla conclusione del lavoro fu il poco lusinghiero giudizio dello stimato e temuto Hans von Bülow, che dopo aver ascoltato al pianoforte quella prima parte "fu colto da uno spaventoso nervosismo e disse che il Tristano era al confronto come una sinfonia di Haydn. E in tutto ciò faceva dei gesti che sembravano quelli di un pazzo". Più o meno le stesse accuse mosse dalla critica all'indomani dell'esecuzione berlinese dei primi tre movimenti strumentali: musica che rompeva le orecchie con fracassi inutili e infliggeva al pubblico dissonanze atroci e torturanti.
Il disappunto fu effimero: ben presto la Seconda divenne la sinfonia-feticcio di Mahler, che la scelse per dare il suo addio a Vienna nel 1907, quindi per farsi conoscere a New York e Parigi. E a essa, diretta da Oskar Fried nel 1924, toccò inaugurare il lunghissimo catalogo discografico dell'opera mahleriana (che della Seconda conta oggi 100 edizioni).
L'ironia della sorte volle che proprio alla cerimonia funebre di Bülow ad Amburgo Mahler ebbe l'ispirazione per ultimare la Resurrezione. Così ricordava nel 1897: "Già da molto tempo pensavo di impiegare il coro per l'ultimo movimento, ma la preoccupazione che ciò potesse sembrare una superficiale imitazione di Beethoven mi faceva esitare… Con l'ultimo movimento della mia Seconda sinfonia sono proprio arrivato a frugare tra l'intera letteratura universale, fino alla Bibbia, per trovare la parola liberatrice e alla fine fui costretto a prestare io stesso delle parole alle mie sensazioni e ai miei pensieri… In quel periodo Bülow morì e io fui presente alle sue esequie. Lo stato d'animo che dominava in me mentre me ne stavo là seduto pensando allo scomparso corrispondeva proprio allo spirito dell'opera che era allora in gestazione. Ecco, il coro intonò all'organo il Corale di Klopstock "Auferstehen" (Risorgere). Ne fui colpito come un lampo, e tutto apparì al mio spirito in assoluta chiarezza e limpidezza". Verrebbe quasi voglia di correggere il motto: mors tua, symphonia mea.

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