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Fumettisticamente
parlando, le sinfonie di Mahler sono come il cassetto di
Etabeta: contengono ogni suono e timbro realizzabile da un'orchestra
tradizionale, e come nel guardaroba zeppo di contraddizioni delle
mezze stagioni (lino? lana?) in esse convivono e si compenetrano
passato e futuro, alto e basso, vita e morte. Meglio di tante cronache
raccontano con inquietudine, ironia e sconvolgente lucidità
la dissolvenza incrociata tra un secolo - e un mondo - che finisce
e un altro che incomincia. Tutto questo attraverso l'intreccio indistricabile
di suono e verbo, di Lied e forme musicali ampliate a dismisura.
La Seconda sinfonia non solo non fa eccezione, ma di questo procedimento
è un esempio lampante.
Mahler ci impiegò parecchio a ultimarla: tra il primo movimento
che risale al 1888 - e che visse di vita propria fino al 1896 con
il titolo di Totenfeier (Esequie) - e la definitiva stesura
degli altri trascorsero sei anni. Sicuramente un freno inibitorio
alla conclusione del lavoro fu il poco lusinghiero giudizio dello
stimato e temuto Hans von Bülow, che dopo aver ascoltato
al pianoforte quella prima parte "fu colto da uno spaventoso
nervosismo e disse che il Tristano era al confronto come una sinfonia
di Haydn. E in tutto ciò faceva dei gesti che sembravano
quelli di un pazzo". Più o meno le stesse accuse mosse
dalla critica all'indomani dell'esecuzione berlinese dei primi tre
movimenti strumentali: musica che rompeva le orecchie con fracassi
inutili e infliggeva al pubblico dissonanze atroci e torturanti.
Il disappunto fu effimero: ben presto la Seconda divenne la sinfonia-feticcio
di Mahler, che la scelse per dare il suo addio a Vienna nel 1907,
quindi per farsi conoscere a New York e Parigi. E a essa, diretta
da Oskar Fried nel 1924, toccò inaugurare il lunghissimo
catalogo discografico dell'opera mahleriana (che della Seconda conta
oggi 100 edizioni).
L'ironia della sorte volle che proprio alla cerimonia funebre di
Bülow ad Amburgo Mahler ebbe l'ispirazione per ultimare la
Resurrezione. Così ricordava nel 1897: "Già da
molto tempo pensavo di impiegare il coro per l'ultimo movimento,
ma la preoccupazione che ciò potesse sembrare una superficiale
imitazione di Beethoven mi faceva esitare
Con l'ultimo movimento
della mia Seconda sinfonia sono proprio arrivato a frugare tra l'intera
letteratura universale, fino alla Bibbia, per trovare la parola
liberatrice e alla fine fui costretto a prestare io stesso delle
parole alle mie sensazioni e ai miei pensieri
In quel periodo
Bülow morì e io fui presente alle sue esequie. Lo stato
d'animo che dominava in me mentre me ne stavo là seduto pensando
allo scomparso corrispondeva proprio allo spirito dell'opera che
era allora in gestazione. Ecco, il coro intonò all'organo
il Corale di Klopstock "Auferstehen" (Risorgere).
Ne fui colpito come un lampo, e tutto apparì al mio spirito
in assoluta chiarezza e limpidezza". Verrebbe quasi voglia
di correggere il motto: mors tua, symphonia mea.
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