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Carlo
Pestelli, le sue nuove canzoni hanno una ricchezza armonica notevole
rispetto a quelle degli esordi, a quella Buon umore che dieci anni
fa ci aveva cantato alla "Città del sole", trovando
una rima - allora di stretta attualità - con San Vittore.
Che cosa è successo nella sua ricerca musicale?
"Prima suonavo la chitarra due ore alla settimana, ora la suono
quattro ore al giorno. E quindi la ricchezza mi viene dalla maggiore
familiarità tecnica con la musica: suono meglio, scrivo musica
più interessante. La chitarra continua però a essere
tutto il mio mondo: non ho un ministudio di registrazione in casa
come molti miei amici, non uso il computer per arricchire il mio
sound. Ho dei modelli in qualche modo antichi e la mia passione
per un musicista come Nick Drake, che prima di morire ha
pubblicato solo tre dischi, sta lì a dire questo: a me interessa
il pop-folk, credo più inglese che americano. E poi ho qualche
radice mediterranea, da Brassens a Buscaglione. Questo, tra
l'altro, fa sì che io non possa avere niente a che vedere
con i musicisti che creano jingle pubblicitari, che usano la propria
tecnica al di là del rapporto immediato con lo strumento
".
I
suoi testi hanno un gioco di ritmi e di rime molto studiato: fingono
di darsi una regola e poi la infrangono, con un piccolo colpo di
scena che sorprende a ogni giro. È voluto o le viene spontaneo?
"È un effetto ricercato, studiato, anche per sfuggire
alla patologia della rima. La rima appartiene al passato, bisogna
farne a meno. Se ascolti l'ultimo disco di Vinicio Capossela
senti che non c'è neanche una rima, ci sono soltanto assonanze.
Anch'io voglio rompere la regolarità, quando si può,
e questo è un modo di farlo".
La
sua musica per chi la scrive?
"La scrivo per me, la scrivo perché mi piace suonare
la chitarra. Poi adesso me ne sono comprata una nuova, con dei magnifici
bassi, una Lakewood, canadese. Quindi, diversamente da prima, quando
avevo una chitarra sgalfa, nel comporre parto prima dalla musica,
non dal testo. E poiché io non ho il dono della sintesi,
questo modo di fare mi aiuta a essere più efficace".
Quando
deve spiegare a un organizzatore di concerti le sue canzoni, che
cosa gli dice?
"La domanda mi mette sempre un po' in imbarazzo. Scrivo cose
molto diverse tra loro. Adesso, per esempio, ho scritto una canzone
che si intitola Dead Man Walking, come un famoso film sulla pena
di morte, ed è effettivamente una canzone sulla pena di morte,
che si riferisce a un episodio accaduto in Texas due anni fa, quando
un tale Gary Graham venne ucciso dopo diciassette anni di detenzione
nel braccio della morte. Il fatto mi sembrava particolarmente spietato,
perché riferito a un uomo rinchiuso ancora minorenne e poi
ucciso a trentun'anni, quando di fatto era ormai un altro. È
una canzone amara, che non ammicca al pubblico, che - diversamente
da altre mie canzoni - non cerca la risata. Così, per spiegare
che cosa scrivo, dico: canzoni di varia umanità, che spaziano
dalla cronaca attuale al tema dell'innamoramento. Più specificamente:
al tema dell'uomo che rincorre la donna [risata]".
Perché
è così importante la sua Zeus ti vede? L'ha scelta
come titolo per la serata
"È una canzone sulle scritte murali e ci ho messo due
anni a sistemarla: ogni volta la riscrivevo se qualcuno me ne soffiava
una interessante. Le parole sono al 90% quelle raccolte dai muri,
con alcuni miei piccoli interventi solo per raccordare: e infatti
è una canzone che, per correttezza professionale, non ho
nemmeno depositato alla Siae, perché il testo in fondo è
di autori ignoti. Zeus ti vede è quella scritta, te la
ricordi?, che vedevamo da ragazzi, con quel triangolo e l'occhio
dentro. Ora, accade che a ogni concerto, quando la canto, viene
qualcuno a raccontarmi le scritte che ha letto sui muri della propria
città (i toscani sono i più spassosi
); e un
giorno è venuto un amico a dirmi: ma tu lo sai che Zeus stava
per Zanetti Elio Unico Signore, un buffo tizio della Torino di quegli
anni? Così mi ci sono affezionato ancora di più
Zeus ti vede, poi, è una canzone che in qualche modo canta
Torino; così mi piace presentarla qui. E, in tema di torinesità,
al Piccolo Regio canterò anche Denis Martucci punto com,
una canzone ispirata a quel candidato di Forza Italia al consiglio
comunale un po' troppo ambizioso, che fu costretto a oscurare la
sua faccia sui manifesti. Dentro ci sono riferimenti localissimi,
come il nome Scanderebech, che a Torino dice ancora qualcosa, ma
sono citazioni da una cronaca spicciola, destinata a scomparire,
e infatti spero di non doverla più cantare, questa canzone
[risata]".
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