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dicembre 2001
Editoriale
Troppa musica impigrisce?
di Angelo Benessia


Nicolaj Ciskaridze ne  La Bella Addormentata nel bosco

Cresciute le mie responsabilità nell'Unione Musicale, sono ospite della nostra rivista per salutare i lettori, non senza un caldo ringraziamento ad Alberto Papuzzi che ha egregiamente svolto, prima di me, il compito che ora mi attende.
L'impresa di chi si propone di far amare la musica diffondendola sempre di più "n'obtient souvent pour résultat que d'en faire perdre l'appétit à ceux- là mêmes dont elle voulait éveiller l'interêt et développer le goût", diceva Stravinskij.
Troppa musica impigrisce. Anche a Torino? Dipende.
Il nostro pubblico possiede una cultura musicale di prim'ordine. E non solo quella: da quando l'aristocrazia feudale piemontese è passata alle scienze e alle lettere, dai Denina e dai Baretti giù per li rami, fino ai tempi più recenti, il paesaggio culturale torinese è stato dei più attraenti.
Dal lato dei circoli musicali, a Torino sono prosperate associazioni come la Pro Cultura, di cui l'Unione Musicale è in qualche modo continuatrice, che negli anni Venti importava, oltre a Stravinskij, il Pierrot lunaire di Schoenberg diretto dall'autore.
E qui sono fiorite personalità come Arturo Toscanini (assiduo al Teatro Vittorio Emanuele e al Regio), Alfredo Casella e Giorgio Federico Ghedini, per non dire della grande tradizione musicologica.
Ma il fatto è che, anche nel nostro campo, non si può vivere di rendita. Se, ad esempio, in cerca dell'audience, restassimo legati al solo galateo della "tradizione", rischieremmo una deriva museale fino al punto di fare "perdere l'appetito" al pubblico, blandito da una quantità di proposte.
E non potremmo cavarcela, per sfuggire questo pericolo, con la semplicistica fuga nel "moderno", in contrapposizione al "classico". Categorie, codeste, fra le più infide. Britten è moderno?
Fedele D'Amico aveva ragione da vendere, quando notava che classiche sono molte canzoni dei Beatles, perché sono belle e basta.
Dunque, nella moltepilicità dei linguaggi, la qualità.
Non solo qualità degli interpreti, con occhio vigile agli esordienti, anche perché lo star system costa caro.
Ma ancora più qualità della musica. Certo nel solco della tradizione, ma con curiosità - qui sta il difficile - per quanto circola di nuovo e di bello.
E poi collaborazione lungimirante fra le varie istituzioni, come è avvenuto per il memorabile ritorno di Maurizio Pollini.
È questo il modo, forse, per accostare felicemente alla musica, come vorremmo, i giovani che si stanno formando - in una scuola che alla musica non presta attenzione sufficiente - e per mantenere nel contempo i legami "storici" con quanti ci seguono da anni.
A questi ultimi, col proposito di coinvolgerli di più nell'associazione, va il nostro grato pensiero, perché essi sono il nostro vero "capitale".

Angelo Benessia
presidente dell'Unione Musicale

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