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Fin dagli inizi
della televisione la musica colta è entrata nell'obiettivo
delle telecamere - Con quali risultati? - Come si riprendono, per
il piccolo schermo, concerti e opere? - Un critico musicale dice
la sua e ricorda con rimpianto Bernstein che racconta Beethoven
e Gould che "tradisce" Bach - Bruno Gambarotta evoca la
sua esperienza di cameraman - Due registe spiegano come si lavora
con la telecamera nelle sale da concerto e nei teatri lirici
Se
ne va via subito, spinto da una reazione irriflessa, istintiva.
Se, dentro un teatro, l'occhio rosso di una telecamera feriva il
suo sguardo, Fedele D'Amico usciva irritatissimo. Musica e televisione
non potevano convivere; i modi intrusivi e i tempi fatalmente diversi
della seconda offendevano, nel suo giudizio, il primato della prima
quanto l'autonomia e l'aura del luogo. Chi conosceva l'idiosincrasia,
organizzava in modo da invitare il critico prima o dopo il periodo
delle riprese, mai durante.
Rispetto a quel fastidio - tutto legittimo, anche nel suo snobismo
- di pelle e di nervi, oggi prevale l'atteggiamento opposto, il
lamento, talvolta la protesta per la renitenza dell'informazione
televisiva a documentare la vita musicale italiana. Poche ore di
trasmissione, pochi investimenti: Abbado che suona (dirige) Monteverdi
in una mezzanotte ferragostana da RaiTre è l'Olimpo della
provocazione sadica.
Lo riconosceva Vittorio Emiliani, consigliere d'amministrazione
della RAI, nell'intervento al convegno organizzato dalla Scuola
di Musica di Fiesole nel marzo 1999 in occasione dei dieci anni
dalla scomparsa di Massimo Mila: "Ci siamo trovati in RAI davanti
a una situazione di relativo disarmo, deperimento, soprattutto a
livello televisivo. Certo, la musica in televisione è difficile
da dare: ci vogliono delle regie televisive. C'è, inoltre,
la difficoltà della scelta di orario della messa in onda:
mandarla in ore impossibili è praticamente inutile, o quasi;
ancora: i programmi devono essere televisivi. La risposta che spesso
mi sento dare da un direttore di rete è: "Ma questo
non è un evento!"".
Non si potrebbe essere più espliciti. Il vero avversario
è una convinzione diffusa - alla RAI, nelle televisioni commerciali,
come in molti mezzi di informazione - che si può riassumere
nella strepitosa battuta (fine anni Ottanta - primi anni Novanta)
di un ex direttore di RaiDue: "Andate e tornate con sesso e
sangue. Non voglio puzza di cultura!". Così arringava
i suoi uomini in partenza verso le giungle del mercato internazionale
della fiction. Tornavano vincitori. Quell'insegnamento è
diventata una scuola di pensiero, arrogante perché prevalente.
Eppure la RAI dispone di circa 2500 miliardi di canone annuale,
in linea di principio (?) destinati a distinguere la programmazione
del "servizio pubblico".
Poi ci sono i periodi cosiddetti di "garanzia". Non ne
parlano volentieri, i responsabili dei palinsesti; significa che
in numerosi momenti dell'anno gli ascolti non devono scendere al
di sotto di certe stabilite tabelle per non indurre un analogo,
e più devastante, abbassarsi delle tariffe pubblicitarie.
Non si può osare nulla oltre l'ovvio.
Poi, ci sono le più recenti scelte di ridimensionamento strategico
della possibilità tecnico-produttiva di pensare e costruire
programmi. Contemporaneamente, a conferma di un'aspra dialettica
interna, è stato costituito per la prima volta all'interno
della RAI un "gruppo musica", con il compito di informare
e coordinare le programmazioni delle diverse strutture aziendali.
In questo contesto, la questione della presenza della musica non
si può risolvere in termini di ore e di orari di trasmissione.
Le ore ci sono: concerti dell'Orchestra Nazionale RAI, della Filarmonica
della Scala, opere, programmi come Prima della prima, collegamenti
radiofonici in diretta, così numerosi da costituire un autentico
cartellone, modulato sulle scelte dei principali teatri lirici internazionali.
E i canali tematici offerti dalla tv via satellite sono in grado
di soddisfare le esigenze dello spettatore più insaziabile.
Una nicchia, una minoranza, però tutelata, in "chiaro"
e "criptato". Ti insegno a cucinare il risotto col nero,
ti mostro il concerto della Callas a Dallas.
Leonard Bernstein che racconta Beethoven, Glenn Gould che tradisce
Bach mentre cerca di convincerti che ha ragione lui, Sviatoslav
Richter che ricorda cosa voleva dire essere artisti quando esisteva
l'URSS e si viveva in Russia. La musica come viaggio di conoscenza,
documento di testimonianza e di scoperta, avventura di affetti e
di scelte: la qualità televisiva di programmi simili è
certo più pregnante della ripresa di un concerto o di un'opera,
eppure sono questi i format più sacrificati dalla
tv generalista.
Il rifiuto, che non può essere più pronunciato in
nome della specificità del mezzo, diventa allora figlio di
quel diffuso disagio che ormai penalizza l'intera informazione culturale
tv, quando non venga frantumata nelle ferali pillole marzulliane
o risolta in esplicite promozioni commerciali.
Pochi, ancora, i progetti dedicati all'uso del mezzo televisivo
come veicolo di educazione musicale, anche interattiva: l'assenza
di programmi educational - tecnicamente possibili e stimolanti
- riflette la situazione dell'insegnamento della musica in Italia,
segnato da una disattenzione sorella di una strategia corporativa
che ha prodotto recenti mostruosità legislative quali la
riforma dei suddetti Conservatori, varata senza una simultanea,
complessiva riforma del ruolo e del peso concesso alla musica in
tutti i cicli scolari. Una cornice vuota.
Nella prefazione al volume La sposa meccanica, Marshall Mc
Luhan scrive: "La nostra è un'epoca in cui, per la prima
volta, molte migliaia delle menti individuali più preparate
si sono dedicate a tempo pieno al compito di penetrare all'interno
dell'opinione pubblica. Lo scopo è di entrarvi per manipolare,
sfruttare e controllare".
Questa invasione non sembra aver toccato il territorio della musica
non esplicitamente commerciale (la cosiddetta "classica").
In attesa di stabilire se il mancato assalto sia un privilegio o
piuttosto un danno, constatiamo che "anche" le proposte
televisive riflettono la società civile che le approva e
conferma.
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