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febbraio 2001
gli argomenti del mese
Io cameraman all'Auditorium RAI
di Bruno Gambarotta

 

Bruno Gambarotta

 

Un marziano. Uno che fa domanda di andare volontario all'Auditorium della RAI per le riprese televisive dei concerti sinfonici, solo un marziano può essere. Era il mese di aprile del 1962 e per i miei nuovi colleghi cameramen l'Auditorium era la Cajenna, la "compagnia di punizione". Per me invece era un'occasione lungamente sognata, la possibilità di assistere alle prove di un'esecuzione, di andare al di là dello specchio.
La ripresa televisiva di un concerto avveniva durante l'esecuzione, il venerdì sera, con il pubblico in sala. Il (o più sovente la) regista si preparava con l'aiuto determinante dell'assistente musicale; si chiudevano in una saletta della discoteca e per giorni interi ascoltavano dai dischi i brani di cui era prevista la ripresa e direttamente sulla fotocopia dello spartito segnavano gli stacchi da dare alle telecamere, disposte tre in platea (due laterali e una al centro) e la quarta sul palco, in cima a un trabattello, di controcampo per inquadrare il direttore, il solista quando c'era, e rare volte i timpani. L'inquadratura sul direttore serviva alla regia per vedere gli attacchi oltre che per coprire quelle parti dell'esecuzione che risultava difficoltoso riprendere altrimenti. Il principio che regolava le riprese era quello di inquadrare gli strumenti e le sezioni che in quel momento stavano suonando. È ovvio che non era possibile isolarli perfettamente, spesso nell'inquadratura entravano parti di sezioni che non stavano suonando. Accadeva talvolta di assistere a faticose trattative fra il direttore che voleva disporre i professori in un certo modo, e la regista che aveva esigenze opposte.
Anche gli esecutori dicevano la loro; una volta, per una partitura di Bruno Maderna diretta dall'autore, la sezione dei quattro corni da caccia si ribellò all'idea di stare davanti alle percussioni poiché, dissero, non erano in grado di accordarsi col primo cornista. Con un'indennità di 50.000 lire a testa avrebbero però superato l'inconveniente e l'accordo si sarebbe trovato. Tutti ricevevano un'indennità per le riprese per via del fastidio che sostenevano di subire dalle luci potenziate.
Nel 1962 stavano arrivando dagli USA i primi apparecchi di registrazione videomagnetica su nastri di due pollici, detti Ampex dal nome della ditta che li costruiva, ma ancora non era possibile tagliarli per fare dei montaggi. La ripresa perciò equivaleva in tutto e per tutto a una diretta televisiva, errori e sbagli compresi. I titoli di testa, comprensivi dei titoli dei brani, dei rispettivi autori e dei solisti, scorrevano scritti in bianco su un rullo di carta nera e andavano in sovrimpressione, attraverso il mixer del pullman delle riprese esterne, su immagini dell'orchestra che accordava gli strumenti, del direttore che entrava in sala e saliva sulla pedana e del pubblico in platea che applaudiva.
Il rullo veniva ruotato a mano da un addetto che attraverso le cuffie riceveva gli ordini dalla regia e ne dosava la velocità in funzione del tempo a disposizione. Quel rullo che durante le prove aveva funzionato perfettamente, al momento della ripresa partiva sì allineato con la cornice inferiore dello schermo, ma ben presto s'inclinava all'insù fino a terminare in perfetta diagonale fra la urla di disappunto della regista che martellavano le nostre povere orecchie di cameramen.
In quei due metri quadri della regia sul pullman accadevano talvolta scene selvagge, con reciproche accuse di incompetenza, mentre la musica ignara andava avanti per la sua strada: nella ripresa dei Quadri da un'esposizione di Musorgskij-Ravel la regista, proprio quando sarebbe stato necessario fare stacchi puliti sui vari strumenti che danno colore alla partitura, voltò due fogli dello spartito anziché uno, andando nel panico, con la telecamera in onda in quel momento costretta a cercarsi gli strumenti man mano che li sentiva suonare. Se indugiare sugli archi quando avevano terminato di suonare non era poi la fine del mondo, molto più grave e spoetizzante era fermarsi per errore sui fiati, con elaborate leccate di ance dai legni e copiose colature di salivazioni da ottoni capovolti.
Rimasi estasiato durante le prove di Giulini e di Gavazzeni che si spendevano a spiegare a lungo le ragioni culturali delle loro scelte interpretative. Pensavo che era un peccato non registrare quelle prove e quelle spiegazioni così illuminanti; però, quando Raidue ha provato a registrare e a trasmettere le prove dei concerti, il cosiddetto backstage, l'esperimento non ha funzionato, forse perché chi prova sapendo di essere ripreso non è più se stesso ma inconsciamente recita.
Sulla strada delle riprese si è andati molto avanti tecnicamente; abbiamo visto la più volte replicata serie delle sinfonie di Beethoven dirette da Leonard Bernstein. Perfette, leccatissime immagini. Si fa la ripresa del totale, il cosiddetto master, mentre un'altra telecamera registra a parte il direttore sul podio. Poi, pezzo per pezzo, con il suono in play back, si riprendono le varie sezioni: così i violoncelli sono allineati, gli stacchi perfetti, e nessuna sporcatura disturba le inquadrature. Ma la ripresa della musica dal vivo in quanto evento irripetibile è un'altra cosa, come è diverso un essere vivo visto in azione da un cadavere dissezionato sul tavolo anatomico.

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