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Un
marziano. Uno che fa domanda di andare volontario all'Auditorium
della RAI per le riprese televisive dei concerti sinfonici, solo
un marziano può essere. Era il mese di aprile del 1962 e
per i miei nuovi colleghi cameramen l'Auditorium era la Cajenna,
la "compagnia di punizione". Per me invece era un'occasione
lungamente sognata, la possibilità di assistere alle prove
di un'esecuzione, di andare al di là dello specchio.
La ripresa televisiva di un concerto avveniva durante l'esecuzione,
il venerdì sera, con il pubblico in sala. Il (o più
sovente la) regista si preparava con l'aiuto determinante dell'assistente
musicale; si chiudevano in una saletta della discoteca e per giorni
interi ascoltavano dai dischi i brani di cui era prevista la ripresa
e direttamente sulla fotocopia dello spartito segnavano gli stacchi
da dare alle telecamere, disposte tre in platea (due laterali e
una al centro) e la quarta sul palco, in cima a un trabattello,
di controcampo per inquadrare il direttore, il solista quando c'era,
e rare volte i timpani. L'inquadratura sul direttore serviva alla
regia per vedere gli attacchi oltre che per coprire quelle parti
dell'esecuzione che risultava difficoltoso riprendere altrimenti.
Il principio che regolava le riprese era quello di inquadrare gli
strumenti e le sezioni che in quel momento stavano suonando. È
ovvio che non era possibile isolarli perfettamente, spesso nell'inquadratura
entravano parti di sezioni che non stavano suonando. Accadeva talvolta
di assistere a faticose trattative fra il direttore che voleva disporre
i professori in un certo modo, e la regista che aveva esigenze opposte.
Anche gli esecutori dicevano la loro; una volta, per una partitura
di Bruno Maderna diretta dall'autore, la sezione dei quattro corni
da caccia si ribellò all'idea di stare davanti alle percussioni
poiché, dissero, non erano in grado di accordarsi col primo
cornista. Con un'indennità di 50.000 lire a testa avrebbero
però superato l'inconveniente e l'accordo si sarebbe trovato.
Tutti ricevevano un'indennità per le riprese per via del
fastidio che sostenevano di subire dalle luci potenziate.
Nel 1962 stavano arrivando dagli USA i primi apparecchi di registrazione
videomagnetica su nastri di due pollici, detti Ampex dal nome della
ditta che li costruiva, ma ancora non era possibile tagliarli per
fare dei montaggi. La ripresa perciò equivaleva in tutto
e per tutto a una diretta televisiva, errori e sbagli compresi.
I titoli di testa, comprensivi dei titoli dei brani, dei rispettivi
autori e dei solisti, scorrevano scritti in bianco su un rullo di
carta nera e andavano in sovrimpressione, attraverso il mixer del
pullman delle riprese esterne, su immagini dell'orchestra che accordava
gli strumenti, del direttore che entrava in sala e saliva sulla
pedana e del pubblico in platea che applaudiva.
Il rullo veniva ruotato a mano da un addetto che attraverso le cuffie
riceveva gli ordini dalla regia e ne dosava la velocità in
funzione del tempo a disposizione. Quel rullo che durante le prove
aveva funzionato perfettamente, al momento della ripresa partiva
sì allineato con la cornice inferiore dello schermo, ma ben
presto s'inclinava all'insù fino a terminare in perfetta
diagonale fra la urla di disappunto della regista che martellavano
le nostre povere orecchie di cameramen.
In quei due metri quadri della regia sul pullman accadevano talvolta
scene selvagge, con reciproche accuse di incompetenza, mentre la
musica ignara andava avanti per la sua strada: nella ripresa dei
Quadri da un'esposizione di Musorgskij-Ravel la regista,
proprio quando sarebbe stato necessario fare stacchi puliti sui
vari strumenti che danno colore alla partitura, voltò due
fogli dello spartito anziché uno, andando nel panico, con
la telecamera in onda in quel momento costretta a cercarsi gli strumenti
man mano che li sentiva suonare. Se indugiare sugli archi quando
avevano terminato di suonare non era poi la fine del mondo, molto
più grave e spoetizzante era fermarsi per errore sui fiati,
con elaborate leccate di ance dai legni e copiose colature di salivazioni
da ottoni capovolti.
Rimasi estasiato durante le prove di Giulini e di Gavazzeni che
si spendevano a spiegare a lungo le ragioni culturali delle loro
scelte interpretative. Pensavo che era un peccato non registrare
quelle prove e quelle spiegazioni così illuminanti; però,
quando Raidue ha provato a registrare e a trasmettere le prove dei
concerti, il cosiddetto backstage, l'esperimento non ha funzionato,
forse perché chi prova sapendo di essere ripreso non è
più se stesso ma inconsciamente recita.
Sulla strada delle riprese si è andati molto avanti tecnicamente;
abbiamo visto la più volte replicata serie delle sinfonie
di Beethoven dirette da Leonard Bernstein. Perfette, leccatissime
immagini. Si fa la ripresa del totale, il cosiddetto master,
mentre un'altra telecamera registra a parte il direttore sul podio.
Poi, pezzo per pezzo, con il suono in play back, si riprendono
le varie sezioni: così i violoncelli sono allineati, gli
stacchi perfetti, e nessuna sporcatura disturba le inquadrature.
Ma la ripresa della musica dal vivo in quanto evento irripetibile
è un'altra cosa, come è diverso un essere vivo visto
in azione da un cadavere dissezionato sul tavolo anatomico.
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Una
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