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Fu
un colpo di fulmine. A volte capita, anche in teatro. Era il gennaio
1975 e il pubblico del Teatro Regio ascoltava per la prima volta
un baritono di nome Renato Bruson. Il passaparola cominciò
subito dopo la prima, il 14 gennaio, "Tenetelo d'occhio, ne
risentirete parlare". Così chi andava a sentire quel
Don Carlos con la regia di Piero Faggioni scopriva quel nobilissimo
Marchese di Posa che teneva testa a Boris Christoff alias Filippo
II: il suo "La pace è dei sepolcri", un
vero monito per tutti i tiranni, era cantato con rabbia ma senza
urlarlo, accompagnato da uno sguardo di fuoco. Passeggiava alle
Porte del Chiostro di San Giusto sottobraccio a Fiorenza Cossotto/Eboli
e con tono da grand seigneur intonava "Carlo ch'è
sol il nostro amore", moriva con quel "non ti scordar"
che gli si spegneva in gola, sullo scalone del carcere. E così
tra il pubblico torinese e il baritono veneto nacque un immediato
feeling: Bruson ha cantato spesso a Torino, a Torino ha una
nutritissima schiera di fan che lo segue ovunque, in città
c'è anche un club a lui dedicato.
L'anno dopo torna al Regio portando il suo toccante Miller in
Luisa Miller accanto a Ricciarelli e Carreras (1976), Rigoletto
nella stagione autunnale (1977), il Macbeth inaugurale della stagione
1977-78, trasmesso anche in diretta televisiva, Nabucco (1983),
I due Foscari (1984). Non solo Verdi, ma anche Mozart con Don
Giovanni (1987): era il suo debutto italiano nel ruolo, lo aveva
cantato per la prima volta a Bonn nel 1984, così Giorgio
Pestelli scriveva sulla "Stampa": "Con asciutta eleganza
di hidalgo incarna un Don Giovanni di grande prestigio";
poi è Giorgio Germont in Traviata al Palatenda (1990)
che Paolo Gallarati sulla "Stampa" definì "
assolutamente
perfetto come devoto rappresentante dell'ordine borghese";
quindi Andrea Chénier (1992), Simon Boccanegra
(1995). E ci sono stati anche i concerti vocali che danno la
misura del Bruson liederista e raffinato cantante da camera, come
quello del 1979 al Piccolo Regio nel quale spaziava da Caccini a
Tosti. Insomma, i ruoli fondamentali della sua carriera ci sono
tutti, mancano solo i personaggi donizettiani che tanta parte hanno
avuto nella sua carriera, dalla Favorita a Les Martyrs,
mancanza compensata però dal fatto che, proprio con l'Orchestra
del Teatro Regio diretta da Bruno Martinotti, Bruson registrò
un fortunatissimo recital discografico con arie donizettiane.
E ora Falstaff, ruolo che ha debuttato nel 1982 a Los Angeles,
chiamato da Carlo Maria Giulini. Un Falstaff voluto, amato,
studiato su Shakespeare, e sui carteggi Verdi-Boito, un Falstaff
sul quale compie un impressionante lavoro di scavo psicologico e
interpretativo, nonché di trasformazione fisica. Come il
De Niro che metteva su peso e muscoli per interpretare il pugile
Jake La Motta in Toro scatenato, così Bruson si abituava
a camminare con un pancione, ad assumere la traballante andatura
di un "maturo" seduttore con una passione per il buon
vino. Quel Falstaff da Los Angeles passò a Londra,
poi a Firenze, in disco e in video, così Christian Springer,
critico musicale viennese sottolineava la sua interpretazione: "Questo
Falstaff di Bruson che, a differenza di altri interpreti, non è
della stessa estrazione volgare come Bardolfo e Pistola, è
un gentiluomo che, per forza maggiore, deve accontentarsi di due
straccioni invece di due paggi, è un "sir" che
ci fa capire le sue radici aristocratiche attraverso un portamento
nobile, una misura che gli viene tutta spontanea, e una tranquilla
sicurezza di sé che non ha bisogno di parole dette ad alta
voce. Tutto questo lo capiamo dal canto che è sempre canto
e nient'altro, con un'emissione vellutata, pastosa, rotonda, omogenea,
in tutte le situazioni. Bruson, attraverso il suo canto sempre legato,
il suo fraseggio meditato, la suggestiva articolazione e la chiara
dizione mette in risalto l'importanza della parola dimostrando quanto
strettamente sia legata l'invenzione musicale alla parola".
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