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Ho
comprato un disco con i Sei Lieder tedeschi di Spohr - il
suo capolavoro vocale, pare - e, quando l'ho messo su, ci son rimasto
male. Sapevo che c'era un clarinetto obbligato ma, insomma, pensavo
che la voce dovesse cantare e lo strumento assecondare, andare dietro,
contrappuntare. E invece in quel disco si ascolta un clarinetto
che suona fortissimo, più forte di quanto canti la soprano,
un clarinetto che spadroneggia, gestisce le introduzioni e le code,
che svolazza su e giù, si fregia di fiori e torniture. Quasi
insopportabile. Così mi sono detto: "Mannaggia, ho sbagliato
interprete, guarda che razza di edizione mi vado a comprare!".
Poi però ho provato a riascoltare quei Lieder una
seconda e una terza volta e mi è venuto in mente che forse
quel clarinettista non ha tutti i torti. Credo che esageri, ma la
direzione è quella giusta, perché la musica di Spohr
abita un territorio espressivo di cui fa parte una certa dolce goffaggine.
O, almeno, noi troviamo spesso meravigliosamente impacciato il suo
modo di costruire la musica, perché è musica che promette
e poi non mantiene, sfiora il Romanticismo ma poi si rifugia dietro
la sottana di Mozart, cerca le tinte per dipingere il dramma eppure
poi dimentica persino il classicismo e alleggerisce il tutto con
contrappunti semplici, armonie quasi banali, cadenze che per noi
hanno poco sapore. Non è un caso che, dopo il grande successo
che circondò il Maestro, la sua musica sia stata dimenticata
per un po': la si accostava a quella di Schumann, che scriveva negli
stessi anni, e ci si accorgeva che in Spohr mancava qualcosa; la
si era suonata con piacere nei salotti Biedermeier, ma la
si perse quando quei salotti chiusero e l'intero mondo musicale
si rivolse eccitato alla nouvelle vague di Chopin, di Liszt,
di Berlioz.
E allora il clarinettista invadente di questo disco forse ha visto
bene: è inutile scimmiottare Schumann, nascondersi dietro
improbabili leggerezze e velature che la sensibilità romantica
ci ha insegnato a cercare; qui Spohr esibisce discorsi di una chiarezza
estrema, in cui non c'è spazio per il ripiegamento intimo,
per il non detto, e la meraviglia di queste pagine sta proprio nel
dialogare schietto, esibito, tra la voce e il clarinetto, con una
singolarissima quasi-predilezione per lo strumento.
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