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febbraio 2001
unione musicale

E il clarinetto invadente di Spohr
di Nicola Campogrande

 

Paul Meyer

 

Ho comprato un disco con i Sei Lieder tedeschi di Spohr - il suo capolavoro vocale, pare - e, quando l'ho messo su, ci son rimasto male. Sapevo che c'era un clarinetto obbligato ma, insomma, pensavo che la voce dovesse cantare e lo strumento assecondare, andare dietro, contrappuntare. E invece in quel disco si ascolta un clarinetto che suona fortissimo, più forte di quanto canti la soprano, un clarinetto che spadroneggia, gestisce le introduzioni e le code, che svolazza su e giù, si fregia di fiori e torniture. Quasi insopportabile. Così mi sono detto: "Mannaggia, ho sbagliato interprete, guarda che razza di edizione mi vado a comprare!".
Poi però ho provato a riascoltare quei Lieder una seconda e una terza volta e mi è venuto in mente che forse quel clarinettista non ha tutti i torti. Credo che esageri, ma la direzione è quella giusta, perché la musica di Spohr abita un territorio espressivo di cui fa parte una certa dolce goffaggine. O, almeno, noi troviamo spesso meravigliosamente impacciato il suo modo di costruire la musica, perché è musica che promette e poi non mantiene, sfiora il Romanticismo ma poi si rifugia dietro la sottana di Mozart, cerca le tinte per dipingere il dramma eppure poi dimentica persino il classicismo e alleggerisce il tutto con contrappunti semplici, armonie quasi banali, cadenze che per noi hanno poco sapore. Non è un caso che, dopo il grande successo che circondò il Maestro, la sua musica sia stata dimenticata per un po': la si accostava a quella di Schumann, che scriveva negli stessi anni, e ci si accorgeva che in Spohr mancava qualcosa; la si era suonata con piacere nei salotti Biedermeier, ma la si perse quando quei salotti chiusero e l'intero mondo musicale si rivolse eccitato alla nouvelle vague di Chopin, di Liszt, di Berlioz.
E allora il clarinettista invadente di questo disco forse ha visto bene: è inutile scimmiottare Schumann, nascondersi dietro improbabili leggerezze e velature che la sensibilità romantica ci ha insegnato a cercare; qui Spohr esibisce discorsi di una chiarezza estrema, in cui non c'è spazio per il ripiegamento intimo, per il non detto, e la meraviglia di queste pagine sta proprio nel dialogare schietto, esibito, tra la voce e il clarinetto, con una singolarissima quasi-predilezione per lo strumento.

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Mercoledì 21 febbraio
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ore 21