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febbraio 2001
unione musicale

Gli umori dell'op. 111
di Gianni Nuti

 

Andrea Lucchesini

 

Il pubblico esperto sa già, quello più distratto è messo in guardia da noi: non vi aspettate tre o quattro movimenti nella Sonata op.111, ma solo due lunghe sezioni, Maestoso-allegro con brio e Arietta, adagio molto semplice e cantabile. Lasciamo i musicologi e Thomas Mann ad arrovellarsi sul perché di questa scelta formale (la fine della forma sonata, l'allontanamento da "terreni noti, sicuri e familiari") e ascoltiamo. Un'introduzione bigia e poi il solito segnale musicale, così netto da avvinghiarsi al mio timpano per tutto il movimento: una rincorsa, tre impulsi decisi e una scaletta discendente un po' staccata e un po' legata. Un po' di Germania fiera e tagliente e un po' di Mediterraneo sinuoso e svagato. Tutto in due battute, eppure proprio da questa parte un mulinello di umori contrastanti che m'invogliano a muovere la bocca e il corpo, - come Kretzschmar nel Doctor Faustus - sottolineando con ram ram, zum zum, den den i passi decisi, o cantando in falsetto gli sprazzi di armonia luminosa, aggrottando o sollevando le ciglia a seconda che prevalga lo spirito continentale o quello del mare. Segue l'Arietta. Dal primo accordo patisco la precarietà del discorso, così sommesso che pare non procedere: non so se dopo ci sarà musica o prevarranno i pensieri. Se ascolto un accordo teso so che l'appoggio sull'accordo di riposo sarà preceduto da un accordo brevissimo o una sola nota, una specie di stampella che attutisce il peso di un corpo oppresso. Dopo qualche minuto l'aria si scioglie prima in un canto dolce da romanza - enunciato e poi mosso con levità, quasi come fosse un valzer - dopo in un balletto puntato scherzoso. Non credo sia scandaloso che la mente si agganci a qualche canzonetta frivola degli anni Trenta, e che i piedi accennino a danze impacciate d'inizio Novecento: la memoria non è divisa in settori come i negozi di dischi. Si tratta di un attimo peraltro, cui seguono altri mondi più introflessi, profondi o eterei: sei variazioni, talvolta frazionate in ulteriori divagazioni, e arricchite da innumerabili, piccole sfumature. Venti minuti senza perdere il senso dell'unità.
In questo monumento il romantico cultore di Beethoven s'impegnerà a trovare destini da sfidare, lotte estenuanti, umanità sofferenti da riscattare. Io mi limito ad ammirare un sapiente gioco di manipolazione della materia capace di trasformare un sasso in polvere d'oro, una zolla in essenza profumata. Solo trapassando le cose con un fascio d'energia emozionale, che libera i corpi da limiti e disabilità e la fantasia dalle gabbie della coscienza, e non è poco.

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mercoledì 14 febbraio
Conservatorio
ore 21

Andrea Lucchesini pianoforte
Beethoven
Le sonate per pianoforte
(settimo concerto)