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Il
pubblico esperto sa già, quello più distratto è
messo in guardia da noi: non vi aspettate tre o quattro movimenti
nella Sonata op.111, ma solo due lunghe sezioni, Maestoso-allegro
con brio e Arietta, adagio molto semplice e cantabile.
Lasciamo i musicologi e Thomas Mann ad arrovellarsi sul perché
di questa scelta formale (la fine della forma sonata, l'allontanamento
da "terreni noti, sicuri e familiari") e ascoltiamo. Un'introduzione
bigia e poi il solito segnale musicale, così netto da avvinghiarsi
al mio timpano per tutto il movimento: una rincorsa, tre impulsi
decisi e una scaletta discendente un po' staccata e un po' legata.
Un po' di Germania fiera e tagliente e un po' di Mediterraneo sinuoso
e svagato. Tutto in due battute, eppure proprio da questa parte
un mulinello di umori contrastanti che m'invogliano a muovere la
bocca e il corpo, - come Kretzschmar nel Doctor Faustus -
sottolineando con ram ram, zum zum, den den i passi decisi,
o cantando in falsetto gli sprazzi di armonia luminosa, aggrottando
o sollevando le ciglia a seconda che prevalga lo spirito continentale
o quello del mare. Segue l'Arietta. Dal primo accordo patisco
la precarietà del discorso, così sommesso che pare
non procedere: non so se dopo ci sarà musica o prevarranno
i pensieri. Se ascolto un accordo teso so che l'appoggio sull'accordo
di riposo sarà preceduto da un accordo brevissimo o una sola
nota, una specie di stampella che attutisce il peso di un corpo
oppresso. Dopo qualche minuto l'aria si scioglie prima in un canto
dolce da romanza - enunciato e poi mosso con levità, quasi
come fosse un valzer - dopo in un balletto puntato scherzoso. Non
credo sia scandaloso che la mente si agganci a qualche canzonetta
frivola degli anni Trenta, e che i piedi accennino a danze impacciate
d'inizio Novecento: la memoria non è divisa in settori come
i negozi di dischi. Si tratta di un attimo peraltro, cui seguono
altri mondi più introflessi, profondi o eterei: sei variazioni,
talvolta frazionate in ulteriori divagazioni, e arricchite da innumerabili,
piccole sfumature. Venti minuti senza perdere il senso dell'unità.
In questo monumento il romantico cultore di Beethoven s'impegnerà
a trovare destini da sfidare, lotte estenuanti, umanità sofferenti
da riscattare. Io mi limito ad ammirare un sapiente gioco di manipolazione
della materia capace di trasformare un sasso in polvere d'oro, una
zolla in essenza profumata. Solo trapassando le cose con un fascio
d'energia emozionale, che libera i corpi da limiti e disabilità
e la fantasia dalle gabbie della coscienza, e non è poco.
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