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Tre
diverse schegge di modernità propone il 63enne direttore
Neeme Järvi (capostipite di una valente dinastia d'interpreti
che attraversa la recente storia della musica baltico-scandinava)
a capo dell'orchestra Göteborgs Symfoniker nel quarto appuntamento
stagionale dei Concerti del Lingotto.
I brani sinfonici di Benjamin Britten corrispondono a cinque dei
sei interludi sinfonici che attraversano l'opera Peter Grimes,
segnandone il profilo strutturale. Quest'ultima, composta negli
anni 1944-45 e rappresentata per la prima volta a Londra il 7 giugno
1945, è infatti suddivisa in un prologo e in tre atti di
due scene ciascuno, ovvero in sette quadri distinti, collegati appunto
l'uno all'altro da tali interludi. Tuttavia l'ordine di successione
di questi pezzi non segue precisamente l'ordine in cui essi appaiono
nel corso dell'opera e ciò costituisce un significativo indizio
circa la considerazione che l'autore nutriva nei riguardi di queste
pagine: una serie di pezzi riuniti a formare non tanto una suite
che in qualche modo sintetizzasse i tragici accadimenti di Peter
Grimes, quanto un dittico di pezzi "autonomi", certo
ispirati al clima di livida cupezza proprio del lavoro teatrale
ma caratterizzati da una forma autonoma. Se si considerano due ulteriori
fattori, ossia che la Passacaglia (un brano già di
per sé caratterizzato da una forma "storica") fa
opus a parte e che gli Interludi possiedono una scansione
temporale evidentemente "sinfonica" (i primi due pezzi
sono assimilabili a un primo movimento con introduzione lenta, il
terzo a un movimento centrale lento, il quarto a un rapido, tumultuoso
rondò conclusivo), l'indizio di cui sopra diviene una certezza
e ciò induce ad ascoltare queste pagine come si ascoltasse
da una parte una stilizzata forma barocca e, dall'altra, una piccola
sinfonia.
Musicalmente,
una freschezza d'invenzione che ha il sapore delle primizie; poeticamente,
la consapevolezza di un orizzonte tragico, la cui tragicità
è tanto più ineluttabile in quanto "rivelata"
da un attimo di felicità, irridente perché fuggevole:
"O occhi, azzurri occhi! perché mi avete guardato?".
Tali, in estrema sintesi, sono le coordinate estetiche entro cui
prende corpo il ciclo giovanile Lieder eines fahrenden Gesellen
(Canti di un giromondo) al quale Gustav Mahler attese
nel biennio 1884-1885, accavallandone la composizione con la Sinfonia
n. 1 (1885-1888). Più precisamente, la stesura della
versione per canto e pianoforte fu terminata il 1° gennaio 1885,
mentre si ignora in quale momento Mahler dedicò le proprie
energie creative all'orchestrazione dell'opera che, eseguita per
la prima volta in tale forma definitiva a Berlino il 16 marzo 1896
(gli interpreti erano il baritono Anton Sistermans e l'orchestra
dei Berliner Philharmoniker diretti dal compositore, che la stessa
sera presentò anche la Sinfonia n. 1 e il primo movimento
della n. 2), costituisce a tutti gli effetti il primo ciclo liederistico
orchestrato della storia della musica. Di un ciclo, appunto, si
tratta, potendosi leggere le quattro liriche come un racconto che
segue le tappe "drammaturgiche" consuete delle più
note opere congeneri della stagione romantica, particolarmente di
quelle schubertiane: l'incontro amoroso, la fugace speranza, la
disillusione, il viaggio verso chissà dove, l'oblio (sotto
un tiglio, naturalmente!); il tutto in un contesto poetico disseminato
dalla ben nota simbologia connessa a tale repertorio (i fiori e
gli occhi azzurri, l'uccello messaggero, il campo giallo e i capelli
biondi, la rugiada sugli steli). Nella conduzione delle linee, nel
disegno formale e nella particolarissima orchestrazione si trovano
già tutti i segni della migliore e più matura personalità
mahleriana.
La
Sinfonia n. 5 in re minore op. 47 è di gran lunga
la più eseguita, conosciuta e amata delle quindici di Dmitrij
Sostakovic. Ben nota ne è anche la genesi, come del resto
la cattiva letteratura che, sulla base di essa, vi ha costruito
certa musicologia ideologicamente orientata: reduce dalla solenne
stroncatura dell'opera Una Lady Macbeth del distretto di Mszenk,
il musicista sovietico decise di ritirare l'ardua, audace, espressionistica,
"formalistica" Sinfonia n. 4, che pure era in procinto
di essere eseguita, per dedicarsi alla "Risposta di un artista
sovietico a una giusta critica" - tale è l'ironico sottotitolo
della Quinta -, ovvero a un'opera più semplice, accessibile,
tradizionale e ottimistica: tale appunto da indurre i detrattori
a parlare di "doloroso cambiamento di rotta", se non di
"mesta abiura". Ha tuttavia ragione Franco Pulcini quando
scrive che "è semplicemente più concisa, squadrata
e tematicamente semplificata rispetto alla precedente [e che] non
vi compaiono affatto gli elementi retorici e populistici auspicati
dalla politica culturale sovietica". Piuttosto, la singolare
genesi pone in essere più di un interrogativo circa la natura
profonda di quest'opera: rappresenta davvero - come è stato
osservato - il passaggio di un uomo dalle tenebre alla luce? Il
rispetto del sonatismo classico rappresenta la mano dell'autore
tesa in segno di pace verso i dettami zdanoviani o una svolta dovuta
a intime ragioni artistiche? Chi voglia rispondere a tali interrogativi
attraverso l'osservazione di questa partitura anziché attraverso
l'analisi dei rapporti intercorsi tra il musicista e il regime,
si trova invero di fronte a un esito di esibita ambiguità;
come se l'artista avesse preso a "oggettivare" i propri
materiali, a privarli di un segno interpretativo, a coprirli di
una patina beffarda, quando d'ironia o sarcasmo, quando di straniamento.
E proprio in tale ambivalenza si ritrovano i principali motivi della
modernità dell'autore.
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