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"Quando
ho sentito per la prima volta Falstaff mi è venuto
da ridere e da piangere, come nella vita; quest'opera è la
rappresentazione della vita, infatti è stata scritta da Verdi
ottantenne, un uomo che aveva molto vissuto, che aveva avuto in
sorte grandi successi ma anche grandi dolori".
Queste sono le prime riflessioni che vengono in mente a Stefano
Monti, regista modenese, parlando di Falstaff, l'opera che
segnerà il suo debutto sul palcoscenico torinese.
"Questo allestimento nasce da un progetto precedente, che avevo
pensato per la Kansai Opera di Osaka, e che a Torino avrà
un suo nuovo sviluppo. Ci sarà un impianto scenico molto
semplice, leggero, pieno di colori. Negli ultimi anni, in seguito
a molte riflessioni sulla sorte del teatro musicale, ho cercato
di ravvivare la consuetudine visiva dell'opera: io non sono contrario
alla tradizione ma penso che non si debba trasformare in una convenzione".
Sarà
quindi una regia anticonvenzionale?
"Lo sarà rispetto alle abitudini consolidate nell'Ottocento
e che adesso risultano inevitabilmente vecchie; io sono abituato
a lavorare nel teatro per ragazzi e sono contento quando mi sento
dire "ma non è il mondo decrepito che credevamo".
Penso che sia necessario coinvolgere maggiormente il pubblico; d'altra
parte già la commedia riduce le distanze. Io cercherò
di creare anche un contatto fisico tra chi siede in platea e chi
recita: il bello degli spettacoli dal vivo è proprio la sensazione
di essere partecipi di qualcosa di irripetibile e che la sera dopo
è già diverso".
C'è
qualche elemento in particolare che caratterizzerà il suo
Falstaff?
"Per quanto riguarda l'aspetto visivo non passerà sicuramente
inosservata la pancia spropositata di Falstaff stesso: l'ho
immaginata come se fosse il ventre della terra, qualcosa che tutto
contiene. Per quanto riguarda invece il complesso dell'opera, vorrei
che trasparisse l'amore per la vita, quello che Verdi ha messo nel
protagonista e che probabilmente apparteneva a lui stesso".
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