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febbraio 2001
teatro regio torino

"Come la vita, da ridere e da piangere"
di Paola Giunti

 

Stefano Monti

 

"Quando ho sentito per la prima volta Falstaff mi è venuto da ridere e da piangere, come nella vita; quest'opera è la rappresentazione della vita, infatti è stata scritta da Verdi ottantenne, un uomo che aveva molto vissuto, che aveva avuto in sorte grandi successi ma anche grandi dolori".
Queste sono le prime riflessioni che vengono in mente a Stefano Monti, regista modenese, parlando di Falstaff, l'opera che segnerà il suo debutto sul palcoscenico torinese.
"Questo allestimento nasce da un progetto precedente, che avevo pensato per la Kansai Opera di Osaka, e che a Torino avrà un suo nuovo sviluppo. Ci sarà un impianto scenico molto semplice, leggero, pieno di colori. Negli ultimi anni, in seguito a molte riflessioni sulla sorte del teatro musicale, ho cercato di ravvivare la consuetudine visiva dell'opera: io non sono contrario alla tradizione ma penso che non si debba trasformare in una convenzione".

Sarà quindi una regia anticonvenzionale?
"Lo sarà rispetto alle abitudini consolidate nell'Ottocento e che adesso risultano inevitabilmente vecchie; io sono abituato a lavorare nel teatro per ragazzi e sono contento quando mi sento dire "ma non è il mondo decrepito che credevamo". Penso che sia necessario coinvolgere maggiormente il pubblico; d'altra parte già la commedia riduce le distanze. Io cercherò di creare anche un contatto fisico tra chi siede in platea e chi recita: il bello degli spettacoli dal vivo è proprio la sensazione di essere partecipi di qualcosa di irripetibile e che la sera dopo è già diverso".

C'è qualche elemento in particolare che caratterizzerà il suo Falstaff?
"Per quanto riguarda l'aspetto visivo non passerà sicuramente inosservata la pancia spropositata di Falstaff stesso: l'ho immaginata come se fosse il ventre della terra, qualcosa che tutto contiene. Per quanto riguarda invece il complesso dell'opera, vorrei che trasparisse l'amore per la vita, quello che Verdi ha messo nel protagonista e che probabilmente apparteneva a lui stesso".

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