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febbraio 2001
teatro regio torino

INTERVISTA - In scena l'arte della fotocopia
di Filippo Fonsatti

 

Maurizio Pisati

 

Nove sketches acustici per macchina fotocopiatrice e ensemble: questo il sottotitolo dello spettacolo Il Copiafavole-ZONE firmato dal compositore e performer milanese Maurizio Pisati, autore di opere e installazioni multimedi-ali eseguite in mezzo mondo, capace di far suonare monumenti, campanili, palazzi di un'intera città - è successo a Castelfranco Veneto, dove insegna Elementi di composizione al Conservatorio - coinvolgendo nell'impresa Mario Brunello, Massimo Somenzi e Alvise Vidolin.

Perché nel titolo dei suoi lavori compare sempre il suffisso ZONE? Che cos'è ZONE?
"Anzitutto una suggestione da Stalker, il film di Tarkovskij in cui la zona è un mondo sfuggito al controllo e che incessantemente muta-appare-scompare. Le mie ZONE sono quei posti di confine chiamati "terre di nessuno", situazioni che siano la fusione inedita delle parti confinanti, un "terzo suono" del pensiero. Nelle ZONE abitano amici della mia musica, interpreti, artisti, il pittore, il maestro di scherma filippina, i danzatori e ognuno, quando chiamato, passa attraverso la nuova "zona". Queste composizioni, inoltre, delineano un percorso unitario con varie realtà editoriali, alcune legate al supporto cartaceo, altre legate alla fruizione e distribuzione telematica, così come all'interno di Larecords, etichetta discografica indipendente da me fondata con alcuni amici nel 1996".

Nell'immaginario collettivo il compositore è uno che agisce seduto al piano-forte con matita, gomma e carta pentagrammata. Corrisponde al suo modo di lavorare questo stereotipo?
"Ricorda Frank Zappa? Diceva, mutuando e distorcendo un'idea da Edgar Varèse, che "il compositore è quel tipo di persona che se ne va in giro imponendo la propria volontà a ignare molecole d'aria, spesso assistito nel suo agire da ignari musicisti…". Nella nostra cultura si confonde spesso lo "scrivere" col "comporre". Scrivere non è riprodurre il pensiero, alla scrittura non è concessa la fedeltà al concetto interiore, al massimo lo "traduce"; così il comporre mi è contemporaneo e scrivere è la mia coscienza dello scorrere del tempo: scrivo, lo scritto subito passa, come "l'acqua che tocchi de' fiumi" di cui Leonardo ci narra. L'atto del comporre, perdonami la retorica, è per me l'esperienza totale della vita, cui si accompagna anche l'atto dello scrivere che è, citando Carlo Sini, uno "scrivere sull'acqua"".

Quali sono state le tappe fondamentali del suo percorso artistico? Quando ha capito che da grande avrebbe fatto il compositore?
"Forse all'inizio sono aneddoti, quelle che chiamavo "invenzioni" sui fogli da disegno alle scuole elementari, le seriose poesie in rima che sempre in quegli anni dedicavo a persone e oggetti, o la notazione musicale inventata per non studiare quella insegnata alle scuole medie, o gli studi da chimico per…? Poi è arrivata la consapevolezza di essere a mio agio nei momenti in cui posso "inventare". Anche lo studio o l'insegnamento sono per me atti di invenzione e intendo questa parola così come Stravinskij la usava sul passaporto: "inventore di musica". Appena posseduto un linguaggio fatico a ripetere, tendo a inventare altre sintassi e così, alla fine, il linguaggio della musica mi ha catturato più di altri".

Un tempo chi si occupava di musica elettronica agiva in attrezzati studi di fonologia, spesso sovvenzionati da enti pubblici, anche per l'ingente capitale necessario ad acquistare i macchinari. Oggi le cose sono cambiate? Un po' banalmente, quanto occorre spendere per dotarsi di un apparato informatico sufficiente a comporre musica elettronica? Quali macchine sono indispensabili?
"Le macchine oggi sono così evolute da lasciarci il lusso di poterci dapprima concentrare su ciò che vogliamo e poi sulla loro scelta: per me il fascino più grande è sempre stata la possibilità di trasformare i suoni. Non è una battuta, ma devo dire che il mio primo strumento di trasformazione del suono è stato un Kazoo! E in fondo non era neppure una trasformazione, perché ogni volta solo "quel" suono è una esigenza compositiva che mi fa immaginare i suoni già elaborati nella loro forma più utile. Oltre agli strumenti più esclusivi della ricerca ufficiale, ormai molti strumenti commerciali di trattamento del suono permettono operazioni sofisticate, nascono per un certo mercato ma possono anche portare a risultati inediti proprio come un violino. Anche il violino è uno strumento commerciale con un suo mercato, repertorio, tecniche standardizzate, ha retto le mutazioni culturali ed economiche, talvolta le ha determinate, insomma è uno strumento "di mercato" e accessibile, ma, in un'altra ottica, è stato ed è tutt'ora uno strumento di instancabile ricerca. Così per le tecnologie".

Al Piccolo Regio Laboratorio presenta un lavoro nuovo: ci racconta come l'è venuto in mente di mettere in scena una fotocopiatrice?
"Da sempre rifletto sulle categorie della meraviglia e dello stupore nell'arte e, in fondo, le fotocopiatrici sono alcuni dei nostri attuali mostri fantastici, con corpo e voce, suoni, stridori e cigolii che ingoiano e sputano fogli. Il Copiafavole è stata quasi una scommessa con l'amico Goy di StarCopying, per svelare l'anima sonante, ritmica e vibrante del suo lavoro. Raffaella e Walter Goy non sono fotocopisti normali, sono due inguaribili curiosi dotati di antenne: hanno "suonato" le loro macchine in una seduta notturna di campionamento e nel mese successivo sono nati nove pezzi ognuno quasi di un genere diverso, come il lavoro di una fotocopiatrice che legge e restituisce tutto in forma apparentemente uguale, meglio: simile. Così le mie musiche passano dentro le macchine, i musicisti di ZONE si accostano e ne vengono rapiti, sul palco la fotocopiatrice cattura le loro mani e ce ne restituisce una copia colorata, nuova riflessione sulla scrittura: la copia della mano con in mano l'arco, o il flauto, sono l'autografo del musicista: non il nome scritto ma l'immagine delle sue mani in funzione".

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Piccolo Regio Laboratorio venerd́ 9 febbraio ore 21