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"Ho
tanta di quella musica nella testa" dice Norberto Bobbio,
canticchiando qualche melodia. È un pomeriggio di domenica
nel suo studio; siamo venuti a interrogarlo sul posto che la musica
occupa nella sua vita, che è durata quasi l'intero secolo:
infatti il filosofo è nato a Torino nel 1909 e lo scorso
18 ottobre ha compiuto 91 anni. Non troppo tempo fa lo si vedeva con
la moglie, signora Valeria, al Teatro Regio, ai concerti sinfonici
dell'Orchestra della Rai o a quelli da camera dell'Unione Musicale.
Ora le gambe non lo sorreggono come sarebbe necessario, per cui ha
rinunciato a uscire di casa.
All'inizio
del Novecento e tra le due guerre, nelle famiglie borghesi si usava
la sera fare musica. Il pianoforte faceva parte dell'arredamento.
E c'era sempre qualcuno che aveva una bella voce. Nella sua famiglia,
professor Bobbio, si rispettava la tradizione della buona musica?
Lei ha avuto un'educazione musicale?
"La mia era una tipica famiglia della borghesia torinese. Mio
padre, come lei sa bene, era uno dei più noti chirurghi della
città. Da giovane aveva imparato a suonare l'ottavino. Aveva
conservato lo strumento e ogni tanto mio fratello e io, ragazzini,
lo costringevamo a tirarlo fuori e a suonarlo. Ne usciva un suono
flebile di cui egli stesso rideva. Ma io ho avuto un'educazione
musicale soprattutto da parte di mia madre. Uno dei miei zii, fratello
di mia madre, sapeva suonare sia il pianoforte sia il violino. Ricordo
che erano disponibili edizioni delle opere liriche dove, oltre ai
righi della musica, c'era un terzo rigo per il canto, in modo che
si poteva suonare l'aria di un'opera al piano seguendo con la voce
il terzo rigo dove c'erano la melodia e le parole. Era il momento
post-verdiano, il momento di Mascagni: si suonava L'amico
Fritz e naturalmente Cavalleria. C'era Giacomo Puccini, c'era la
Gioconda di Ponchielli. C'era Catalani, l'autore della Loreley,
che allora veniva data molto nei teatri d'opera, mentre oggi non
se ne sente più parlare".
Lei
suonava qualche strumento? Ha studiato musica?
"Come quasi tutti i bambini di famiglia borghese, anch'io ero
stato messo a suonare il pianoforte a sei anni. Si cominciava
quando si andava alle elementari. Ricordo benissimo la scuola della
signorina Severina Verri, dove prendevo lezioni private,
in una bella stanza, con due pianoforti, nel suo alloggio di piazza
San Carlo. Ho anche conservato da qualche parte il cartoncino dell'invito
a un saggio degli allievi. Ho studiato pianoforte fino al liceo.
A casa mi esercitavo con mio fratello. Una volta c'erano molte riduzioni
a quattro mani di opere celebri, una sinfonia di Beethoven o una
sonata di Mozart. Molti di questi pezzi li ho nell'orecchio come
qualcosa di connaturato, per averli strimpellati al piano per così
lungo tempo. Mio fratello faceva il basso, io l'alto. Avevamo un
pianoforte di marca tedesca di notevole qualità. Fra i pezzettini
che eravamo in grado di suonare ricordo Le gai laboureur di Schumann,
anche se non so dire perché mi sia rimasto impresso nella
memoria il titolo francese. Però il pianoforte è così
impegnativo che o diventi un pianista o ti rendi conto che non vale
la pena di continuare a studiare".
Che
livello le sembrava di aver raggiunto?
"Ricordo che mi esercitavo più intensamente prima della
festa di mio padre, San Luigi, il 21 giugno, per potergli dedicare
ogni volta un nuovo pezzo. Il massimo cui sono arrivato era un facile
Notturno di Chopin. Lo ricordo così bene che potrei
anche cantarlo".
Lei
ha già raccontato, in altre interviste o colloqui, in particolare
nel Dialogo intorno alla Repubblica con il filosofo Maurizio Viroli
(apparso sulla rivista "Il Pensiero Mazziniano"), la sua
passione per Giuseppe Verdi...
"Sì, ho raccontato che Traviata è stata
la prima opera che ho visto in vita mia, non al Regio ma al Chiarella,
un teatro di via Principe Tommaso, con tutti i palchi dipinti di
bianco che si chiamavano "barcacce". Rimasi incantato.
La conosco a memoria e amo soprattutto il primo atto. Ma mi commuove
sempre la bellissima e dolente aria dell'ultimo atto "Addio,
del passato". Sono poche note di straordinaria forza espressiva.
Dissi sulla "Stampa" che avrei voluto che un competente
mi spiegasse le ragioni della forza di quella melodia così
semplice e sono grato al critico e musicologo Sandro Cappelletto
di averlo fatto in una lettera privata. Verdi appartiene all'Italia
in cui io mi riconosco. Come dimenticare il solenne e austero coro
del Nabucco o il disperato canto di Otello sul cadavere di Desdemona?".
Lei
è stato anche un frequentatore di concerti sinfonici e da
camera. Quando ha cominciato ad amare i concerti?
"Con i compagni d'università abbiamo cominciato ad andare
ai concerti abbastanza presto, sollecitati soprattutto da Leone
Ginzburg, che era uno spirito precoce anche nella passione per
la musica. Si andava al Conservatorio, in via Rossini dove ora c'è
invece il Teatro Gobetti. Il primo concerto che ho ascoltato era
di un pianista che si chiamava Guido Agosti. Al Teatro Regio ascoltai
invece le sinfonie di Beethoven dirette da Toscanini. Ricordo lunghe
code. Ci trovavamo alle 7 di sera o 7 e mezza, perché andavamo
in loggione, dove i posti non erano numerati, per cui chi arrivava
primo si prendeva i migliori. Poteva anche capitare di stare in
piedi. Ricordo di aver ascoltato in piedi un intero Parsifal, una
delle opere che amo di più. L'ultimo atto è un incanto;
avevo addosso una stanchezza infinita, ma ero giovane".
Nella
sua passione per la musica c'era spazio anche per le canzonette
o per il jazz?
"Nella casa di campagna di Rivalta Bormida avevamo fondato
un'orchestrina jazz. Ma io ne ero il pianista di complemento, perché
c'era tra i nostri amici un bravissimo pianista che studiava al
Conservatorio. Aveva una predisposizione innata alla musica, possedeva
quello che viene detto l'orecchio assoluto, cioè era
in grado di riconoscere qualsiasi nota, anche fuori di un contesto
melodico. Purtroppo, venendo a Torino, si mise a suonare la sera
nelle sale da ballo e non diventò un pianista da concerti.
Morì giovane. Avevamo comprato al Balôn un tamburo,
grande, con la pedana, e ci avevamo appeso un disegno fatto da
Aldo Morbelli, che sarebbe diventato un noto architetto. Sotto
una donna nera che danzava piuttosto sfrenatamente si leggeva il
nome che avevamo dato all'orchestrina: Dahomey Jazz Band,
perché allora il jazz era legato ai neri. La prima volta
che ho sentito due neri suonare jazz è stato nel 1925 a Parigi,
dove ero andato con mio fratello in occasione dell'Esposizione Universale.
Di quegli anni ricordo anche la grande star Joséphine
Baker, che cantava J'ai deux amours".
Con
questa orchestrina davate spettacoli o suonavate soltanto per il
vostro piacere?
"Suonavamo solo per il nostro piacere. Oltre al pianoforte
e al tamburo avevamo il banjo, la tromba, il sassofono, il clarinetto.
Venivano gli amici dai paesi vicini. Ricordo anche che componemmo
una canzone per i 17 anni d'una amica che si chiamava Clara. Doveva
essere il 1927, primo anno all'università. Le parole della
canzone le aveva scritte Leone Ginzburg, che ogni estate passava
da noi qualche giorno. Cominciava così: "Claire Claire
Claire", il nome in francese, ripetuto tre volte".
Nella
sua bibliografia, professor Bobbio, si trova citata, non senza sorpresa,
anche la collaborazione a una rivista goliardica, Fra gonne e
colonne, musicata da suo cugino Norberto Caviglia e rappresentata
nel 1928 dalla compagnia Nino Oxilia...
"È vero [sorride]. Ci presentammo a un concorso indetto
dall'Associazione Torinese Universitaria (non c'era ancora il GUF).
Il presidente era uno studente che si chiamava Pino Valle e che
ha fatto una magnifica carriera medica, finendo professore all'Università
di Roma. Mio cugino era l'unico altro Norberto della nostra famiglia:
portavamo entrambi il nome del nonno, che per me era il padre di
mia mamma, per lui invece il padre di suo papà. Questo Norberto
Caviglia era compositore di canzonette, di cui la più nota
era Negro, povero negro, e fu lui a scrivere la musica di Fra gonne
e colonne. Il libretto era stato fatto da me, Riccardo Morbelli,
il fratello di Aldo, e Renzo Laguzzi, noto avvocato, morto di recente.
Ma l'anima dell'impresa era Morbelli, che aveva una grande facilità
nel verseggiare, tanto è vero che formò in seguito
una nota coppia di autori di canzonette, il duo Nizza-Morbelli,
lo avrà sentito nominare. Compose anche il libretto di una
parodia dei Tre moschettieri rimasta famosa perché se ne
fecero delle figurine, la più rara delle quali era Il feroce
Saladino. Vincemmo il concorso, ma forse non c'erano altri concorrenti".
La
rivista è stato un genere di spettacolo assai popolare nell'Italia
d'anteguerra: anche lei ne è stato un frequentatore?
"Quand'ero giovane, diciamo negli anni dell'università,
si andava spesso a vedere la rivista. In particolare quella di
Isa Bluette, che era torinese e faceva compagnia con un comico
che si chiamava Nuto Navarrini e in un secondo tempo con
Erminio Macario, anch'egli torinese, più noto perché
ha fatto anche del cinema. Era una specie di Buster Keaton di casa
nostra, perché non rideva mai e sul palcoscenico vestiva
i panni del piccolo ingenuo. Ricordo ancora la prima strofa d'una
canzonetta con cui entrava in scena in abbigliamento femminile:
Ero nata a Cortina d'Ampezzo
Ero onesta ma solo sul prezzo
Ero un pezzo di donna carina
Ma la gonna l'avevo cortina.
Gli autori più noti della rivista erano all'epoca Ripp e
Bell'Ami. La loro produzione era notissima. Ho in mente soprattutto
una canzonetta che cominciava così:
Nella giungla misteriosa
Vuoi saper che cosa c'è?
Te ne posso dir qualcosa
L'ho girata tutta a piè.
Ci son piante molto strane
Frutti lunghi più di me,
Non ci sono più banane
Le ha mangiate la Fougez
Questa Fougez era naturalmente una star dell'epoca. Il ritornello
era curiosissimo, perché era un nonsense, un po' sul modello
dei limerick inglesi:
Nella giungla nera rugge la pantera
È uscita l'edizione straordinaria del Corriere della Sera
E la cacatoa col serpente boa
Va a fare uno spuntín di coccodrillón in gelatina
al ristoran de La Canoa
Mentre la gallina della Cocincina
va avanti notte e giorno e giorno e notte a cercare
la Tittina
Cesare Pavese fece una specie di studio critico serioso sulle canzoni
di Ripp e Bell'Ami. Era venuto a casa mia, in via Montevecchio,
una certa sera, forse c'era mio cugino Norberto Caviglia che lo
accompagnava al pianoforte, e lui leggeva i versi delle canzonette
e li commentava spiritosamente. Pensi che io avevo un volume rilegato
delle musiche di Ripp e Bell'Ami, con la firma autografa di Isa
Bluette. Purtroppo l'ho prestato e non mi è stato restituito.
Sennò sarebbe un bello spasso".
E
adesso, professore? La passione per la musica continua a vivere
anche a 91 anni?
"Adesso ascolto moltissima musica, perché la sera non
leggo volentieri, mi costa troppa fatica. Perciò mi sintonizzo
sul terzo programma o ascolto dei cd, ne ho tanti e non ho che l'imbarazzo
della scelta. Inoltre tutti i mesi acquisto "Amadeus",
bella rivista che offre sempre un disco".
Ci
sono dei compositori o dei pezzi che preferisce? Ci sono brani musicali
che vorrebbe sempre ascoltare?
"No. Tuttavia non ho dubbi che il più grande compositore
in assoluto dell'età moderna sia Beethoven: sublime, insuperato.
E se lei mi chiedesse quale delle sue opere io prediliga, risponderei
la Quinta sinfonia. Ma ascolto spesso anche la Terza, la Sesta (la
prima che ho sentito, con il famoso direttore Vittorio Gui quando
Riccardo Gualino lo aveva chiamato al Teatro di Torino negli anni
Trenta), la Settima, con il famoso Larghetto, e naturalmente la
Nona".
Anche
Beethoven ce l'ha nella testa?
"Uuuuh, figurarsi!". - E si mette a canticchiare l'Inno
alla gioia.
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