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giugno - luglio 2001
gli argomenti del mese
Bobbio: "La musica nella testa"
di Alberto Papuzzi


Il 3° da sinistra Norberto Bobbio accanto al fratello Antonio con i cugini Norberto e Luigi Caviglia

 






Norberto Bobbio con i cugini Norberto e Bicetta vestiti con i vecchi abiti di casa



 


Isa Bluette star della rivista

"Ho tanta di quella musica nella testa" dice Norberto Bobbio, canticchiando qualche melodia. È un pomeriggio di domenica nel suo studio; siamo venuti a interrogarlo sul posto che la musica occupa nella sua vita, che è durata quasi l'intero secolo: infatti il filosofo è nato a Torino nel 1909 e lo scorso 18 ottobre ha compiuto 91 anni. Non troppo tempo fa lo si vedeva con la moglie, signora Valeria, al Teatro Regio, ai concerti sinfonici dell'Orchestra della Rai o a quelli da camera dell'Unione Musicale. Ora le gambe non lo sorreggono come sarebbe necessario, per cui ha rinunciato a uscire di casa.

All'inizio del Novecento e tra le due guerre, nelle famiglie borghesi si usava la sera fare musica. Il pianoforte faceva parte dell'arredamento. E c'era sempre qualcuno che aveva una bella voce. Nella sua famiglia, professor Bobbio, si rispettava la tradizione della buona musica? Lei ha avuto un'educazione musicale?
"La mia era una tipica famiglia della borghesia torinese. Mio padre, come lei sa bene, era uno dei più noti chirurghi della città. Da giovane aveva imparato a suonare l'ottavino. Aveva conservato lo strumento e ogni tanto mio fratello e io, ragazzini, lo costringevamo a tirarlo fuori e a suonarlo. Ne usciva un suono flebile di cui egli stesso rideva. Ma io ho avuto un'educazione musicale soprattutto da parte di mia madre. Uno dei miei zii, fratello di mia madre, sapeva suonare sia il pianoforte sia il violino. Ricordo che erano disponibili edizioni delle opere liriche dove, oltre ai righi della musica, c'era un terzo rigo per il canto, in modo che si poteva suonare l'aria di un'opera al piano seguendo con la voce il terzo rigo dove c'erano la melodia e le parole. Era il momento post-verdiano, il momento di Mascagni: si suonava L'amico Fritz e naturalmente Cavalleria. C'era Giacomo Puccini, c'era la Gioconda di Ponchielli. C'era Catalani, l'autore della Loreley, che allora veniva data molto nei teatri d'opera, mentre oggi non se ne sente più parlare".

Lei suonava qualche strumento? Ha studiato musica?
"Come quasi tutti i bambini di famiglia borghese, anch'io ero stato messo a suonare il pianoforte a sei anni. Si cominciava quando si andava alle elementari. Ricordo benissimo la scuola della signorina Severina Verri, dove prendevo lezioni private, in una bella stanza, con due pianoforti, nel suo alloggio di piazza San Carlo. Ho anche conservato da qualche parte il cartoncino dell'invito a un saggio degli allievi. Ho studiato pianoforte fino al liceo. A casa mi esercitavo con mio fratello. Una volta c'erano molte riduzioni a quattro mani di opere celebri, una sinfonia di Beethoven o una sonata di Mozart. Molti di questi pezzi li ho nell'orecchio come qualcosa di connaturato, per averli strimpellati al piano per così lungo tempo. Mio fratello faceva il basso, io l'alto. Avevamo un pianoforte di marca tedesca di notevole qualità. Fra i pezzettini che eravamo in grado di suonare ricordo Le gai laboureur di Schumann, anche se non so dire perché mi sia rimasto impresso nella memoria il titolo francese. Però il pianoforte è così impegnativo che o diventi un pianista o ti rendi conto che non vale la pena di continuare a studiare".

Che livello le sembrava di aver raggiunto?
"Ricordo che mi esercitavo più intensamente prima della festa di mio padre, San Luigi, il 21 giugno, per potergli dedicare ogni volta un nuovo pezzo. Il massimo cui sono arrivato era un facile Notturno di Chopin. Lo ricordo così bene che potrei anche cantarlo".

Lei ha già raccontato, in altre interviste o colloqui, in particolare nel Dialogo intorno alla Repubblica con il filosofo Maurizio Viroli (apparso sulla rivista "Il Pensiero Mazziniano"), la sua passione per Giuseppe Verdi...
"Sì, ho raccontato che Traviata è stata la prima opera che ho visto in vita mia, non al Regio ma al Chiarella, un teatro di via Principe Tommaso, con tutti i palchi dipinti di bianco che si chiamavano "barcacce". Rimasi incantato. La conosco a memoria e amo soprattutto il primo atto. Ma mi commuove sempre la bellissima e dolente aria dell'ultimo atto "Addio, del passato". Sono poche note di straordinaria forza espressiva. Dissi sulla "Stampa" che avrei voluto che un competente mi spiegasse le ragioni della forza di quella melodia così semplice e sono grato al critico e musicologo Sandro Cappelletto di averlo fatto in una lettera privata. Verdi appartiene all'Italia in cui io mi riconosco. Come dimenticare il solenne e austero coro del Nabucco o il disperato canto di Otello sul cadavere di Desdemona?".

Lei è stato anche un frequentatore di concerti sinfonici e da camera. Quando ha cominciato ad amare i concerti?
"Con i compagni d'università abbiamo cominciato ad andare ai concerti abbastanza presto, sollecitati soprattutto da Leone Ginzburg, che era uno spirito precoce anche nella passione per la musica. Si andava al Conservatorio, in via Rossini dove ora c'è invece il Teatro Gobetti. Il primo concerto che ho ascoltato era di un pianista che si chiamava Guido Agosti. Al Teatro Regio ascoltai invece le sinfonie di Beethoven dirette da Toscanini. Ricordo lunghe code. Ci trovavamo alle 7 di sera o 7 e mezza, perché andavamo in loggione, dove i posti non erano numerati, per cui chi arrivava primo si prendeva i migliori. Poteva anche capitare di stare in piedi. Ricordo di aver ascoltato in piedi un intero Parsifal, una delle opere che amo di più. L'ultimo atto è un incanto; avevo addosso una stanchezza infinita, ma ero giovane".

Nella sua passione per la musica c'era spazio anche per le canzonette o per il jazz?
"Nella casa di campagna di Rivalta Bormida avevamo fondato un'orchestrina jazz. Ma io ne ero il pianista di complemento, perché c'era tra i nostri amici un bravissimo pianista che studiava al Conservatorio. Aveva una predisposizione innata alla musica, possedeva quello che viene detto l'orecchio assoluto, cioè era in grado di riconoscere qualsiasi nota, anche fuori di un contesto melodico. Purtroppo, venendo a Torino, si mise a suonare la sera nelle sale da ballo e non diventò un pianista da concerti. Morì giovane. Avevamo comprato al Balôn un tamburo, grande, con la pedana, e ci avevamo appeso un disegno fatto da Aldo Morbelli, che sarebbe diventato un noto architetto. Sotto una donna nera che danzava piuttosto sfrenatamente si leggeva il nome che avevamo dato all'orchestrina: Dahomey Jazz Band, perché allora il jazz era legato ai neri. La prima volta che ho sentito due neri suonare jazz è stato nel 1925 a Parigi, dove ero andato con mio fratello in occasione dell'Esposizione Universale. Di quegli anni ricordo anche la grande star Joséphine Baker, che cantava J'ai deux amours".

Con questa orchestrina davate spettacoli o suonavate soltanto per il vostro piacere?
"Suonavamo solo per il nostro piacere. Oltre al pianoforte e al tamburo avevamo il banjo, la tromba, il sassofono, il clarinetto. Venivano gli amici dai paesi vicini. Ricordo anche che componemmo una canzone per i 17 anni d'una amica che si chiamava Clara. Doveva essere il 1927, primo anno all'università. Le parole della canzone le aveva scritte Leone Ginzburg, che ogni estate passava da noi qualche giorno. Cominciava così: "Claire Claire Claire", il nome in francese, ripetuto tre volte".

Nella sua bibliografia, professor Bobbio, si trova citata, non senza sorpresa, anche la collaborazione a una rivista goliardica, Fra gonne e colonne, musicata da suo cugino Norberto Caviglia e rappresentata nel 1928 dalla compagnia Nino Oxilia...
"È vero [sorride]. Ci presentammo a un concorso indetto dall'Associazione Torinese Universitaria (non c'era ancora il GUF). Il presidente era uno studente che si chiamava Pino Valle e che ha fatto una magnifica carriera medica, finendo professore all'Università di Roma. Mio cugino era l'unico altro Norberto della nostra famiglia: portavamo entrambi il nome del nonno, che per me era il padre di mia mamma, per lui invece il padre di suo papà. Questo Norberto Caviglia era compositore di canzonette, di cui la più nota era Negro, povero negro, e fu lui a scrivere la musica di Fra gonne e colonne. Il libretto era stato fatto da me, Riccardo Morbelli, il fratello di Aldo, e Renzo Laguzzi, noto avvocato, morto di recente. Ma l'anima dell'impresa era Morbelli, che aveva una grande facilità nel verseggiare, tanto è vero che formò in seguito una nota coppia di autori di canzonette, il duo Nizza-Morbelli, lo avrà sentito nominare. Compose anche il libretto di una parodia dei Tre moschettieri rimasta famosa perché se ne fecero delle figurine, la più rara delle quali era Il feroce Saladino. Vincemmo il concorso, ma forse non c'erano altri concorrenti".

La rivista è stato un genere di spettacolo assai popolare nell'Italia d'anteguerra: anche lei ne è stato un frequentatore?
"Quand'ero giovane, diciamo negli anni dell'università, si andava spesso a vedere la rivista. In particolare quella di Isa Bluette, che era torinese e faceva compagnia con un comico che si chiamava Nuto Navarrini e in un secondo tempo con Erminio Macario, anch'egli torinese, più noto perché ha fatto anche del cinema. Era una specie di Buster Keaton di casa nostra, perché non rideva mai e sul palcoscenico vestiva i panni del piccolo ingenuo. Ricordo ancora la prima strofa d'una canzonetta con cui entrava in scena in abbigliamento femminile:


Ero nata a Cortina d'Ampezzo
Ero onesta ma solo sul prezzo
Ero un pezzo di donna carina
Ma la gonna l'avevo cortina.


Gli autori più noti della rivista erano all'epoca Ripp e Bell'Ami. La loro produzione era notissima. Ho in mente soprattutto una canzonetta che cominciava così:


Nella giungla misteriosa
Vuoi saper che cosa c'è?
Te ne posso dir qualcosa
L'ho girata tutta a piè.
Ci son piante molto strane
Frutti lunghi più di me,
Non ci sono più banane
Le ha mangiate la Fougez


Questa Fougez era naturalmente una star dell'epoca. Il ritornello era curiosissimo, perché era un nonsense, un po' sul modello dei limerick inglesi:


Nella giungla nera rugge la pantera
È uscita l'edizione straordinaria del Corriere della Sera
E la cacatoa col serpente boa
Va a fare uno spuntín di coccodrillón in gelatina
al ristoran de La Canoa
Mentre la gallina della Cocincina
va avanti notte e giorno e giorno e notte a cercare
la Tittina


Cesare Pavese fece una specie di studio critico serioso sulle canzoni di Ripp e Bell'Ami. Era venuto a casa mia, in via Montevecchio, una certa sera, forse c'era mio cugino Norberto Caviglia che lo accompagnava al pianoforte, e lui leggeva i versi delle canzonette e li commentava spiritosamente. Pensi che io avevo un volume rilegato delle musiche di Ripp e Bell'Ami, con la firma autografa di Isa Bluette. Purtroppo l'ho prestato e non mi è stato restituito. Sennò sarebbe un bello spasso".

E adesso, professore? La passione per la musica continua a vivere anche a 91 anni?
"Adesso ascolto moltissima musica, perché la sera non leggo volentieri, mi costa troppa fatica. Perciò mi sintonizzo sul terzo programma o ascolto dei cd, ne ho tanti e non ho che l'imbarazzo della scelta. Inoltre tutti i mesi acquisto "Amadeus", bella rivista che offre sempre un disco".

Ci sono dei compositori o dei pezzi che preferisce? Ci sono brani musicali che vorrebbe sempre ascoltare?
"No. Tuttavia non ho dubbi che il più grande compositore in assoluto dell'età moderna sia Beethoven: sublime, insuperato. E se lei mi chiedesse quale delle sue opere io prediliga, risponderei la Quinta sinfonia. Ma ascolto spesso anche la Terza, la Sesta (la prima che ho sentito, con il famoso direttore Vittorio Gui quando Riccardo Gualino lo aveva chiamato al Teatro di Torino negli anni Trenta), la Settima, con il famoso Larghetto, e naturalmente la Nona".

Anche Beethoven ce l'ha nella testa?
"Uuuuh, figurarsi!". - E si mette a canticchiare l'Inno alla gioia.

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Questa intervista č stata raccolta all'inizio di aprile, tempo prima che Norberto Bobbio fosse colpito da un gravissimo lutto:
l'improvvisa scomparsa della moglie, signora Valeria Cova, alla quale era legato da 58 anni di vita matrimoniale. Il Teatro Regio, l'Unione Musicale, l'Orchestra Sinfonica della Rai, il Lingotto Musica, il Conservatorio, Settembre Musica e la Cittā di Torino ricordano la signora Valeria come frequentatrice per anni di spettacoli musicali e manifestazioni concertistiche.