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Maestro
Bychkov, lei ha iniziato, giovanissimo, dirigendo un coro, quello
della Scuola di Glinka: quale bagaglio ha lasciato quest'esperienza
al futuro direttore d'orchestra?
"Tutto ciò che fa parte del mondo della musica aiuta
a capire e a fare musica. Nello specifico, quando oggi io dirigo
l'orchestra chiedo ai musicisti la naturalezza di respiro
propria del canto e quando progetto i suoni, il fraseggio
di un'opera cerco i modi migliori per avvicinare gli strumenti alla
voce umana, lo strumento più perfetto".
La
spinta propulsiva alla sua carriera è scaturita, nei primi
anni Ottanta, dalla sostituzione di nomi eccellenti sul podio d'orchestre
importanti come quella del Concertgebouw o la New York Philharmonic.
Per un giovane direttore oggi restano queste le uniche occasioni
per emergere?
"Non ci sono ricette preconfezionate: ai giovani direttori
che mi domandano come fare io rispondo che non esiste un destino
artistico uguale a un altro, che la storia serve a far capire come
sia stato possibile per molti uomini realizzarsi e con quale varietà
di forme. Nessuna delle quali è, in ogni caso, completamente
ricalcabile. I punti di partenza poi, possono essere innumerevoli.
Un consiglio, tuttavia, mi sento di dare: bisogna conoscere gli
strumenti musicali non solo teoricamente, ma anche avendone
concretamente dominato almeno uno. È scoprendo le specificità
proprie della pratica vocale che si può capire meglio quanto
è possibile chiedere a un cantante, e da quali obiettivi
è opportuno desistere".
Il
mondo della musica per un giovane direttore resta comunque accessibile
"Senz'altro, c'è sempre spazio per creatività
e talento, anche se a fronte di grandi difficoltà. Certo
il problema per un giovane direttore è che per esprimersi
e rivelarsi al pubblico egli ha, a differenza degli strumentisti,
bisogno di un intero gruppo, e per averlo occorre essere conosciuti
Un circolo vizioso da cui è arduo, ma non impossibile, uscire".
Lei
ha inciso molti dischi; come cambia il far musica in una sala di
registrazione rispetto al palcoscenico di un teatro?
"In una sala da concerto i musicisti sono legati al pubblico
dalla stessa atmosfera, entrambi godono di un'unità di spirito
che li rende complici; in registrazione i musicisti sono il pubblico
di loro stessi, bisogna che essi ricreino la stessa aura viva, pulsante
attorno ai suoni senza il concorso di terzi. Esistono per contro
dei vantaggi: primo fra tutti, quello di poter rifare, ritornando
sulle proprie scelte più di una volta, affinandole. A questo
scopo il microfono è il migliore professore: è rivelatore
implacabile di ciò che funziona e di ciò che è
debole. Ad esempio esso è utilissimo per porre in luce i
momenti di perdita della continuità nella tensione musicale,
o di eccessive oscillazioni di tempo. Inoltre aiuta a stemperare
alcuni aspetti troppo esteriori dell'interpretazione: spesso il
direttore in una grande sala da concerto è spinto a compiere
gesti molto ampi per riempire l'aria, enfatizzando così la
dimensione retorica della musica. Il microfono, in questa circostanza,
si satura di suono ed esorta l'interprete all'equilibrio. Insomma
esso rappresenta lo specchio nel quale non si riconosce il proprio
volto che dopo ripetuti tentativi".
Il
direttore deve comandare o persuadere i professori dell'orchestra?
"La schiavitù appartiene a un modello d'organizzazione
del lavoro ormai scomparso
È di fatto accertata l'inefficacia,
anche economica, di questa formula: i servi non lavorano volentieri,
non rendono... Nella musica non è questione di democrazia,
liberalità o dittatura, ma di credibilità, bellezza
e perfezione del progetto artistico. Cento orchestrali avranno
cento differenti modi di vedere la stessa musica ed è giusto
che ciascuno salvaguardi la propria identità. L'obiettivo
non sarà mai di far sì che la mia interpretazione
sia in ogni dettaglio condivisa dai colleghi, ciò che conta
è la forza del convincimento che riuscirò a effondere:
quanto più sarà grande, tanto più l'orchestra,
volontariamente, mi seguirà".
Qual
è il suo rapporto con Wagner?
"Molto intimo
Le basti sapere che sono appena reduce
da una produzione del Parsifal a Dresda e del Tristano
a Vienna. Le ragioni di questa predilezione sono così numerose
e profonde da risultare inesprimibili. Come quella di Bach, la musica
di Wagner rappresenta un universo intero, mai troppo esplorato".
Al
Teatro Regio di Torino lei dirigerà l'Oro del Reno in forma
di concerto; è una riduzione dello spettacolo o un modo di
esaltare alcuni precisi aspetti dell'opera?
"Certamente l'opera non è solo musica e il pubblico
si aspetta di vedere scene, costumi, movimenti. Tuttavia il linguaggio
dei suoni possiede l'incredibile capacità di far immaginare
alla gente ciò che non vede: l'eloquenza dell'espressione
musicale ha il potere di risuscitare un'opera intera dalle polveri
della memoria o di crearla nella fantasia più bella di qualunque
allestimento vero. Sarà cura del direttore e degli interpreti
facilitare questa visione ponendo l'accento sui tratti della musica
drammaturgicamente salienti". (g.n.)
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