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giugno - luglio 2001
teatro regio torino

Kiss me, Kate. Il fascino irresistibile della bisbetica
di Luca Scarlini

 

Howard Keel e Kathryn Grayson

Ann Miller, Cole Porter, Bob Fosse  sul set di Kiss me Kate


 

La bisbetica domata anche se non rientra nel novero dei testi shakespeariani (Amleto in testa) che hanno sollecitato il maggior numero di riscritture, vanta comunque un catalogo piuttosto nutrito. Valgano a riprova titoli operistici come Sly di Wolf-Ferrari, coreografie come quella memorabile creata da John Cranko per lo Stuttgart Ballet nel 1969, riscritture teatrali come il crudele The Shrew di Charles Marowitz del 1973 o film come la storica Bisbetica domata di Sam Taylor del 1929 con Douglas Fairbanks e Mary Pickford, la curiosa versione attualizzata di Ferdinando Poggioli del 1942, quella ultra-classica di Franco Zeffirelli del 1966, senza scordare Un uomo tranquillo di John Ford del 1952, in cui Maureen O'Hara e John Wayne erano al centro di una rivisitazione in salsa irlandese, fino al pessimo Il bisbetico domato di Castellano e Pipolo con e per Adriano Celentano del 1980.
Non si contano poi, ovviamente, le versioni importanti in scena, più o meno fedeli alla tradizione e solo per restare ad alcuni titoli principali del dopoguerra bisogna segnalare almeno le edizioni storiche della Royal Shakespeare Company del 1960 per la regia di John Barton con Peter O'Toole e Peggy Aschcroft, quella in chiave western di Trevor Nunn del 1967 e l'altra concepita come una provocazione al pubblico di Michael Bogdanov del 1975, mentre in Italia è da citare almeno la versione di Franco Enriquez del 1974 con Glauco Mauri e Valeria Moriconi.
Nell'interpretazione di questo testo in primo piano di norma c'è un meccanismo comico di sicura presa, che non fallisce mai qualsiasi sia l'ambientazione prescelta, ma dall'altra parte ci sono anche dei lati oscuri, momenti esplicitamente dark, in cui la relazione tra i due protagonisti diventa una vera e propria gabbia di tortura, con prospettive che hanno sollecitato sull'argomento anche una serie di sdegnate riflessioni femministe. La relazione di Caterina e Petruccio intensifica la sua attualità anche perché in essa è senz'altro da individuare uno dei modelli di racconto della vita di coppia diffuso in tutto il mondo dal cinema hollywoodiano classico, come ben dimostrano vari celebri duelli tra i sessi che hanno visto via via come protagonisti Carole Lombard e John Barrymore, Doris Day e Rock Hudson, passando ovviamente per lo splendido duo Katherine Hepburn-Spencer Tracy. Come sempre accade in Shakespeare tutti i livelli sono compresenti e molte sono le letture possibili, e ai due percorsi sopra accennati ne va aggiunto almeno un terzo che ha senz'altro un peso equivalente: la seduzione del teatro nel teatro.
Il libretto di Kiss Me, Kate di Sam e Bella Spewack, punta tutto su questa equazione, creando un meccanismo di alta precisione destinato a suscitare emulazioni nei musical degli anni seguenti. Un elemento ulteriore si aggiunge poi quando a interpretare i due litiganti siano celebri coppie legate nella vita come nell'arte e qui scatta il collegamento con il ricordo di una tournée accidentata di Alfred Lunt e Lynn Fontanne (quelli che il giovane Holden definiva sarcasticamente "i favolosi Lunt"), che avevano recitato in una Bisbetica tempestosa sovrapponendo inestricabilmente quotidianità e teatro in un groviglio che aveva folgorato il produttore Saint Subber a cui si deve il progetto originario del musical, nello stesso modo in cui sullo sfondo del film di Zeffirelli ci sarà la telenovela Liz Taylor-Richard Burton, con tutte le più furibonde accentuazioni da rotocalco. I librettisti, commediografi di grande talento (le loro play più celebri restano Spring Song e Boy Meets Girl) inventano un gioco di micidiale precisione, in cui la rappresentazione si intreccia a un dietro le quinte segnato da una serie di equivoci, sempre legati al tema centrale dell'identità, perduta e ritrovata, di tre coppie di personaggi che si incontrano e scontrano in un continuo rispecchiamento.
I due protagonisti, Fred Graham e Lilli Vanessi, sono due attori che hanno da poco divorziato e hanno di fronte un duo composto da performer più giovani: Lois Lane e Bill Calhoun, con cui scattano gelosie e attrazioni. Quest'ultimo, sventato e balordo, firma con il nome del capocomico una cambiale per i suoi debiti di gioco introducendo così due esilaranti gangster caricaturali alla Damon Runyon che passano d'un lampo dalla criminalità alla critica teatrale. È miracolosa la finezza con cui il ritmo della storia si sviluppa per rotture e ricongiungimenti fino a un non troppo prevedibile happy ending.
La moltiplicazione dei percorsi è evidente anche nella musica, a detta di tutti forse l'esito più importante del compositore americano, che utilizza varie forme espressive, passando dalla citazione esplicita dell'operetta viennese (Wunderbar), ai ritmi della ballad in I Am Ashamed the Women Are so Simple, ai rimandi cabarettistici di I've Come to Live Wealthily in Padoua, fino all'esplosione del memorabile duo di tip-tap sulle note della celeberrima Brush up Your Shakespeare e al canto spiegato del finale So, Kiss Me, Kate.
Porter ha spesso tratto ispirazione da soggetti letterari, a partire dal titolo con cui trionfò nel 1934, Anything Goes, che si confrontava con una trama di Pelham G. Woodehouse, attraverso il fallito Around the World da Il giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne che nel 1946 lo aveva visto affiancato a Orson Welles, fino al suo ultimo titolo, Silk Stockings, del 1955, che rivisitava Ninotchka a partire dal racconto di Melchior Lengyel; ma mai la sua capacità di rielaborazione fu più allo stesso tempo pungente e puntuale che in questo caso.
Kiss Me, Kate resta infatti uno dei suoi titoli destinati a maggiore successo, come dimostra la progressione di riprese, riallestimenti, rivisitazioni e citazioni a partire dalla prima edizione nel 1948 al Broadway New Century Theatre con Alfred Drake, Patricia Morrison, Lisa Kirk e Harold Lang che ottenne enorme successo e che fruttò al compositore la copertina di "Time". Da quel momento la popolarità del lavoro crebbe esponenzialmente, con alcuni eventi importanti da ricordare, tra cui la prima londinese nel 1951, il film di George Sidney del 1953 in cui a fianco di Katherine Grayson e Howard Keel era in evidenza un giovane Bob Fosse, fino all'acquisizione nel 1956 nel repertorio della Volksoper viennese (onore mai concesso prima a un musical americano).
Negli anni recenti Kiss Me, Kate è entrato a pieno diritto nel catalogo dei successi operistici del Novecento e le produzioni si sono moltiplicate, fino ad arrivare alla versione della Royal Shakespeare Company del 1986 e a quella recente che furoreggia a Broadway dal 1999 con Marin Mazie e Brian Stokes Mitchell. D'altro canto il personaggio Cole Porter è stato storicizzato già fin dagli anni '40 e da Night and Day di Michael Curtiz del 1946 a oggi le prove e le tracce sono molteplici e ben radicate nei percorsi meno prevedibili della contemporaneità e solo per citare due esempi notevoli, Alberto Arbasino in Super-Eliogabalo parla di un "Te Deum su ariette di Cole Porter" e Gore Vidal inserisce il musicista nel suo ultimo romanzo storico di prossima uscita in Italia, L'età dell'oro, in cui un personaggio afferma deciso: "A quanto sembra la commedia musicale è la nostra forma d'arte più significativa e Cole Porter è il nostro Fidia". Infine Kiss Me, Kate resta il modello più frequentato, anche se non certo l'unico, delle rivisitazioni in musical di trame shakespeariane, come è evidente ad esempio nel recente Much Ado di Bernard J. Taylor del 1996 o in alcuni film di Kenneth Branagh che inserisce rimandi in modo indiretto come Nel bel mezzo di un gelido inverno e clamorosamente in Pene d'amor perduto, ma la suggestione supera l'ambito musicale o cinematografico e basti dire che Helen R. Myers, regina degli Harmony Desire, ha intitolato uno dei suoi ultimi successi (che narra la vicenda di una coppia litigiosa) appunto Kiss Me, Kate, in una moltiplicazione di tracce e percorsi che è destinata a non esaurirsi.
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