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giugno - luglio 2001
settembre musica
Musicista e gentiluomo
di Andrea Lanza

 

Joseph Haydn

 

Un raffinato gioco intellettuale per le serate di fine estate: scoprire, o magari inventare, al di là della storia e della biografia, le affinità sotterranee e le corrispondenze spirituali che accomunano una città alla musica di un compositore famoso. Come quelle fra Haydn e Torino, che Settembre Musica intende proporre nella sua edizione di quest'anno.
Ma quali caratteri della nostra città possono richiamare l'immagine di Haydn, che a Torino non mise mai piede? L'evanescenza del linguaggio musicale è qui uno stimolo al gioco dell'immaginazione. La straordinaria sapienza costruttiva di un compositore, per molti versi paragonabile a uno Stravinskij del XVIII secolo, sarà meglio rappresentata dalle ordinate e razionali architetture della città settecentesca, o non avrà piuttosto un equivalente nelle inquietudini e nelle mille sfaccettature che si celano sotto l'apparente simmetria urbana? O la cifra comune non sarà invece da ricercarsi nell'avversione al gesto plateale e in quella riluttanza a mostrarsi all'esterno che porta sia Torino che Haydn a rivelarsi compiutamente solo agli occhi di intenditori? Ma altre analogie, vere o immaginarie, si possono ancora trovare nella disposizione all'ironia, nell'inclinazione a guardare il mondo con distacco, a "non far drammi", o in certa vocazione egualitaria e democratica che perdura anche sotto l'ossequio formale al "principe", e che fece di Haydn, assai più di Mozart, un campione del "secolo dei lumi".
Come Torino, anche la musica di Haydn non suscita facili e immediati entusiasmi ma richiede, per essere compresa, un più lungo percorso intellettuale e la capacità di riscoprire piaceri forse dimenticati: il piacere della conversazione arguta e della battuta sottile, della chiara intelligibilità degli enunciati, dell'allegria e dell'emozione temperati dalla ragionevolezza. Ma richiede altresì di liberarsi di alcuni luoghi comuni, in particolare dell'idea di Haydn come di un semplice inventore di astratte forme musicali - la sonata, il quartetto, la sinfonia - che spetterà poi a Beethoven riempire di contenuti importanti. La nuova ricerca haydniana, a partire dall'imponente biografia in cinque volumi (1976-80) di H. C. Robbins Landon ha restituito un'immagine di Haydn ben diversa da quella dell'idiot savant trasmessa dalla letteratura ottocentesca: l'immagine di un musicista ben addentro alle correnti di pensiero dell'epoca e in grado di conversare alla pari con i più aperti fra gli intellettuali del suo tempo. Ma, soprattutto, l'immagine di un infaticabile sperimentatore che persegue, con una prodigiosa capacità di rinnovarsi sino in età avanzata, una precisa missione morale: quella di fare della musica strumentale un organismo capace di trasmettere una ricchezza e una profondità di significati sino allora possibili solo nella musica vocale. E per apprezzare i risultati di questa sperimentazione, insieme intellettuale e artigianale, non è necessario aspettare i grandi capolavori della tarda età, le sinfonie londinesi (1791-95), gli ultimi quartetti o l'oratorio della Creazione (1798), ma si possono cogliere a uno stadio di perfezione anche in opere relativamente precoci, come gli Addii e le sinfonie Sturm und Drang (1768-72), la Sonata in do minore (1771) o i Quartetti op. 33 "in nuovo stile" (1781).
E tuttavia il mondo di Haydn, nei suoi valori morali e nei suoi orizzonti simbolici, resta quello del XVIII secolo, in gran parte incompatibile con quanto si svilupperà nel secolo successivo. Ciò che soprattutto renderà la musica di Haydn refrattaria al processo di romantizzazione, che invece coinvolgerà Beethoven, Mozart e persino Bach, è la natura particolare del rapporto che egli instaura col suo pubblico, costruendone strategicamente il modo d'ascolto. Un ascolto che presuppone l'intelligenza del congegno musicale, la capacità di seguire l'andirivieni del discorso e l'intreccio dei segnali e delle allusioni. E specialmente di comprendere quel gioco ironico con le convenzioni, che già i contemporanei paragonavano all'umorismo di Lawrence Sterne, e che consiste nell'illudere l'ascoltatore per poi uscire allo scoperto e spiegargli che cosa succede. Un ascolto, insomma, di tipo "filosofico", ben diverso da quello che diverrà prevalente nell'epoca romantica, basato invece sull'emozione e soggiogato dalla personalità ingombrante dell'artista-creatore.
Lontano dalle nevrosi solipsistiche che già allora cominciavano ad affiorare nei primi romantici tedeschi, come Jean Paul o Ludwig Tieck, il linguaggio di Haydn - in questo non dissimile da quello poetico di Goethe - presupponeva un rapporto armonico fra creazione individuale e mondo esterno: l'esistenza di un "universale" umano in cui, illuministicamente, tutti i membri di una società potessero riconoscersi.
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Joseph Haydn,
il musicista e il gentiluomo
nelle testimonianze
di G. A. Griesinger
e di J. Ch. Dies
e nei diari londinesi

a cura di Andrea Lanza,
traduzione di Anna Rastelli (nella collana "I documenti" diretta da Enzo Restagno).