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Un raffinato gioco intellettuale per le serate di fine estate: scoprire,
o magari inventare, al di là della storia e della biografia,
le affinità sotterranee e le corrispondenze spirituali che
accomunano una città alla musica di un compositore famoso.
Come quelle fra Haydn e Torino, che Settembre Musica
intende proporre nella sua edizione di quest'anno.
Ma quali caratteri della nostra città possono richiamare l'immagine
di Haydn, che a Torino non mise mai piede? L'evanescenza del linguaggio
musicale è qui uno stimolo al gioco dell'immaginazione. La
straordinaria sapienza costruttiva di un compositore, per molti versi
paragonabile a uno Stravinskij del XVIII secolo, sarà
meglio rappresentata dalle ordinate e razionali architetture della
città settecentesca, o non avrà piuttosto un equivalente
nelle inquietudini e nelle mille sfaccettature che si celano sotto
l'apparente simmetria urbana? O la cifra comune non sarà invece
da ricercarsi nell'avversione al gesto plateale e in quella
riluttanza a mostrarsi all'esterno che porta sia Torino che Haydn
a rivelarsi compiutamente solo agli occhi di intenditori? Ma altre
analogie, vere o immaginarie, si possono ancora trovare nella disposizione
all'ironia, nell'inclinazione a guardare il mondo con distacco,
a "non far drammi", o in certa vocazione egualitaria e democratica
che perdura anche sotto l'ossequio formale al "principe",
e che fece di Haydn, assai più di Mozart, un campione del "secolo
dei lumi".
Come Torino, anche la musica di Haydn non suscita facili e immediati
entusiasmi ma richiede, per essere compresa, un più lungo percorso
intellettuale e la capacità di riscoprire piaceri forse dimenticati:
il piacere della conversazione arguta e della battuta sottile, della
chiara intelligibilità degli enunciati, dell'allegria e dell'emozione
temperati dalla ragionevolezza. Ma richiede altresì di liberarsi
di alcuni luoghi comuni, in particolare dell'idea di Haydn come di
un semplice inventore di astratte forme musicali - la sonata, il quartetto,
la sinfonia - che spetterà poi a Beethoven riempire di contenuti
importanti. La nuova ricerca haydniana, a partire dall'imponente
biografia in cinque volumi (1976-80) di H. C. Robbins Landon
ha restituito un'immagine di Haydn ben diversa da quella dell'idiot
savant trasmessa dalla letteratura ottocentesca: l'immagine di un
musicista ben addentro alle correnti di pensiero dell'epoca e in grado
di conversare alla pari con i più aperti fra gli intellettuali
del suo tempo. Ma, soprattutto, l'immagine di un infaticabile sperimentatore
che persegue, con una prodigiosa capacità di rinnovarsi sino
in età avanzata, una precisa missione morale: quella di fare
della musica strumentale un organismo capace di trasmettere una ricchezza
e una profondità di significati sino allora possibili solo
nella musica vocale. E per apprezzare i risultati di questa sperimentazione,
insieme intellettuale e artigianale, non è necessario aspettare
i grandi capolavori della tarda età, le sinfonie londinesi
(1791-95), gli ultimi quartetti o l'oratorio della Creazione
(1798), ma si possono cogliere a uno stadio di perfezione anche in
opere relativamente precoci, come gli Addii e le sinfonie
Sturm und Drang (1768-72), la Sonata in do minore (1771)
o i Quartetti op. 33 "in nuovo stile" (1781).
E tuttavia il mondo di Haydn, nei suoi valori morali e nei suoi orizzonti
simbolici, resta quello del XVIII secolo, in gran parte incompatibile
con quanto si svilupperà nel secolo successivo. Ciò
che soprattutto renderà la musica di Haydn refrattaria al processo
di romantizzazione, che invece coinvolgerà Beethoven, Mozart
e persino Bach, è la natura particolare del rapporto
che egli instaura col suo pubblico, costruendone strategicamente il
modo d'ascolto. Un ascolto che presuppone l'intelligenza del congegno
musicale, la capacità di seguire l'andirivieni del discorso
e l'intreccio dei segnali e delle allusioni. E specialmente di comprendere
quel gioco ironico con le convenzioni, che già i contemporanei
paragonavano all'umorismo di Lawrence Sterne, e che consiste
nell'illudere l'ascoltatore per poi uscire allo scoperto e spiegargli
che cosa succede. Un ascolto, insomma, di tipo "filosofico",
ben diverso da quello che diverrà prevalente nell'epoca romantica,
basato invece sull'emozione e soggiogato dalla personalità
ingombrante dell'artista-creatore.
Lontano dalle nevrosi solipsistiche che già allora cominciavano
ad affiorare nei primi romantici tedeschi, come Jean Paul o
Ludwig Tieck, il linguaggio di Haydn - in questo non dissimile
da quello poetico di Goethe - presupponeva un rapporto armonico
fra creazione individuale e mondo esterno: l'esistenza di un "universale"
umano in cui, illuministicamente, tutti i membri di una società
potessero riconoscersi. |
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