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giugno - luglio 2001
Editoriale
Haydn e Torino
di Enzo Restagno

 

James Levine

Riccardo Muti

Ci sono due tesi che questa edizione di Settembre Musica vorrebbe sviluppare: la prima è rivolta al paradossale rapporto tra Samuel Beckett e la musica, la seconda a una delle più straordinarie ancorché inosservate conseguenze del fare musica, ovvero la creazione di un Inframondo dal quale vorrei partire per illustrare una proposta che rivolgo alla città nella quale vivo e lavoro occupandomi di musica da tanti anni. Il rapporto fra Beckett e la musica ha qualcosa di paradossale in quanto il poeta dei silenzi ha saputo con le sue parole rade e asciutte accendere la fantasia di tanti compositori: Kurtág, Petrassi, Berio, Morton Feldman, Haubenstock Ramati stanno lì a dimostrarlo, ma ora vorrei tornare a quell'Inframondo al quale ho solo accennato.
Il nostro amore per la musica, il desiderio di conoscenza che essa accende in noi, i nostri tentativi di meglio comprenderla tornando ad ascoltare, studiandola, leggendo e scrivendo di lei: tutto questo e altro ancora costituisce l'Inframondo della musica, ovvero una possibilità di comprensione tra gli umani che neppure il più colto e sofisticato dei linguaggi riesce a eguagliare. Nella cultura europea attanagliata dalle varie crisi del linguaggio fu il filosofo Ernst Bloch ad avere questa intuizione geniale, dolcissima e vera.
Bloch possedeva un'inclinazione mistica ma anche uno sviluppato istinto pragmatico al quale faccio appello nel chiamare in causa la sua nozione di Inframondo. Tutto ciò che si muove intorno alla musica, dal business ai sentimenti più delicati, trova nella prospettiva dell'Inframondo una superiore forma di autenticità poiché dalla sfera soggettiva si passa a quella della comunicazione. In questa dimensione ideale e pragmatica vorrei collocare la mia proposta che tende a costruire un rapporto speciale fra Torino e la musica di Haydn.
Sono persuaso che esista un'affinità vasta e profonda tra la nostra città e quella musica che definirei innanzitutto elegante ma sobria, ben costruita e fornita di un eccezionale senso della misura, tenace, riluttante a ogni retorica ma capace di trasporti intimi e profondi. Più penso alla musica di Haydn e più la sento vicina all'immagine e all'anima della nostra città. Le architetture settecentesche del nostro centro storico potrebbero rispecchiarsi molto bene in quella musica, e allora?
Dei tre grandi della classicità viennese (Haydn, Mozart e Beethoven) Haydn è il meno studiato: famoso sì ma adagiato nella sua classicità come in una penombra ricolma di placidi luoghi comuni. E allora perché non lo adottiamo affettuosamente e rispettosamente come una specie di padre spirituale? Potremmo, con le istituzioni musicali di cui Torino va tanto orgogliosa, diventare la sede di uno speciale culto rivolto all'opera del nostro Haydn, potremmo da un lato organizzare dei convegni di studio e dall'altro far filtrare nei nostri musicofili che sono tra i più sapienti e tenaci d'Italia, il germe della passione per quella musica, al punto da tramutare quella passione nell'orgoglio della conoscenza approfondita.
Haydn e Torino: perché no? Scegliere sulla base di affinità profonde un oggetto di predilezione e coltivarlo con tenacia pari alla passione è una bellissima chance che vale la pena di cogliere.
Settembre Musica ha deciso di provarci organizzando una lunga maratona concertistica e pubblicando un volume che per la prima volta presenterà in italiano alcuni documenti biografici (diari, biografie e interviste) del nostro amatissimo Haydn.

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