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marzo 2001
Editoriale: Galateo o sentimento?
di Filippo Fonsatti

 

Andrea Lucchesini

NelClap, clap, clap! L'umanità assiste impotente all'inflazione dell'applauso. Sventagliate di applausi salutano la frivolezza raccontata da un filosofo al Maurizio Costanzo Show o la moviola commentata da un'attricetta alla Domenica Sportiva. Nei congressi di partito le relazioni dei segretari annegano in un mare di applausi e al Festival di Sanremo l'applauso scatta nel bel mezzo di una canzone. Perfino i prevosti incitano all'applauso i parrocchiani in occasione di battesimi, matrimoni e, quel che è peggio, ai funerali.
In questa mania dilagante, dove il significato stesso del gesto si è smarrito chissà dove, che cosa pretendere dai frequentatori di teatri d'opera e sale da concerto? Perché sorprendersi se appena la musica riposa su un accordo perfetto lo spettatore aziona gli arti superiori? Che c'è di strano se la mamma del tenore batte le mani più sola di Coppi sull'Isoard a salutare la performance del congiunto prima ancora che le sue corde vocali smettano di vibrare? Eppure l'argomento continua a suscitare dibattito e polemica, come documenta un articolo apparso qualche tempo fa sull'inserto domenicale del "Sole 24Ore" a firma di Carla Moreni e Quirino Principe.
In Estremo Oriente, dove il rituale d'ascolto della musica classica l'hanno imparato da poco, nessuno fiata prima della fine; il pubblico mitteleuropeo, al momento giusto, è addirittura capace di esibire effetti di agogica e dinamica, accelerando e crescendo. Qui da noi nulla di tutto ciò: a concerto prevalgono individualismo e anarchia. C'è anche chi, dopo aver funestato un'intera serata con false partenze tra i movimenti di quartetti o sinfonie, quando è ora di applaudire svanisce nel nulla, quasi sempre per essere il primo a ritirare l'ombrello al guardaroba.
Sul fronte opposto sono in agguato i moralisti dell'applauso e gli integralisti dell'ascolto. Che alle volte nuocciono quanto gli altri. Per lo spettatore tollerante e consapevole, capace di dosare galateo e sentimento, alla fine di un'opera è un incubo trovarsi in mezzo alle due fazioni, quella dei dilettanti, emotivi e distratti, che applaudono sulla musica appena il sipario accenna a chiudersi, e quella degli esperti, intransigenti e un po' snob, che mentre gli altri armano le mani ringhiano feroci un coro di ssshhh che stimola la minzione a chi soffre di prostata.
Che goduria quando duemila persone restano sospese in silenzio alla fine di una sinfonia lasciando che le onde sonore evaporino nell'aria e le braccia del direttore si raccolgano lentamente lungo il busto… sono attimi, più raramente secondi, di piacere fisico. È il silenzio che si fa musica. Ed è forse il momento più bello del concerto. Ricordo lo slogan di una campagna di sensibilizzazione del Ministero dei Trasporti rivolta agli automobilisti che diceva "Nel dubbio, non sorpassate". Ebbene: prima che venga in mente a qualche esasperato direttore artistico di piazzare in sala un umiliante display con su scritto APPLAUSO/SILENZIO, valga per tutti il consiglio alla prudenza: per favore, gentili melomani, nel dubbio non applaudite.

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anno III n. 3 marzo 2001

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