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Collocata,
come troppo sovente succede, ai margini della vita nazionale, oggetto
misterioso per gli stessi suoi abitanti e sottovalutata dagli uomini
di cultura, Torino è terra che gli dèi della musica
hanno voluto privilegiare; ma poche persone lo sanno. Dell'esistenza
di quel privilegio sembra che neppure i torinesi se ne siano veramente
accorti; di certo, essi non ne hanno mai menato gran vanto. Si aggiunga
che a tributare i dovuti onori alla storia musicale piemontese e
ai monumenti della musica espressi dalla civiltà subalpina,
o da questa accolti per essere conservati a futura memoria, sono
stati studiosi in massima parte venuti da lontano: solamente nell'ultimo
quarto del secolo appena trascorso la situazione si è sbloccata
aprendo la strada alla valorizzazione del patrimonio storico musicale
locale, a opera soprattutto dell'Istituto per i Beni Musicali in
Piemonte.
A Torino sono almeno dieci le sedi (biblioteche e archivi) che ospitano
fondi musicali d'interesse storico, ma è presso la Biblioteca
Nazionale Universitaria (creata da Vittorio Amedeo II nel 1723)
che si conserva il corpus di musiche di più cospicua consistenza
e di maggiore rilevanza storica. Tale corpus risulta distribuito
in un'ampia rosa di fondi, ciascuno dei quali ha personalità
e caratteristiche proprie e specifiche. I codici anteriori al XVI
secolo, una trentina, sono tutti a carattere liturgico, a eccezione
di due (gli unici a contenere musica polifonica, fra cui l'importantissimo
Codice Franco-cipriota, inizio secolo XV) che contengono
pagine tanto di musica sacra quanto di musica profana. Ai codici
medievali e del primo Rinascimento si affiancano quattro fondi musicali
d'inestimabile valore: a) la Riserva musicale suddivisa in
quattro sezioni contenenti complessivamente circa 220 volumi, manoscritti
o a stampa, una cinquantina dei quali provenienti dalla Libreria
Ducale (e perciò di datazione anteriore al 1713, quando il
Ducato di Savoia venne elevato al rango di Regno); b) la Raccolta
Mauro Foà; c) la Raccolta Renzo Giordano; d) la
Raccolta Foà-Giordano (che costituisce, dunque, un
fondo distinto, a sé stante, e che non ha rapporto, dal punto
di vista dei contenuti, con i due precedenti).
Le raccolte che ci interessano in questa sede sono le due intitolate
ai nomi di Mauro Foà e di Renzo Giordano, i quali non sono
i nomi di due collezionisti, come si potrebbe ragionevolmente credere,
bensì gli intestatari di due fondi che in origine erano parti
di un'unica raccolta, pervenuta per donazione alla massima biblioteca
del Piemonte in due distinti momenti e in tempi a noi vicini, rispettivamente
nel 1927 e nel 1930, dopo un avventuroso percorso; poiché
in seguito ai quei due fondi sono state aggiunte, sconsideratamente,
altre opere, la loro consistenza è ora fissata in 465 tomi
(254 dei quali manoscritti).
La raccolta originale era stata messa insieme dal conte Giacomo
Durazzo (1717-1794), noto nell'ambito della storia musicale per
essere stato, negli anni 1754-1764, il Direttore Generale della
Musica dei Teatri Imperiali a Vienna e il sostenitore e propugnatore
di importanti riforme nell'ambito del teatro musicale quali l'introduzione
in quella capitale dell'opéra-comique francese e l'accoglimento
dei nuovi canoni ballettistici propugnati dal coreografo Gasparo
Angiolini, ma noto soprattutto per essere stato il paladino della
grande riforma del melodramma voluta da Christoph Willibald Gluck
e dal librettista Raniero de' Calzabigi e segnata dalla rappresentazione
(1762) dell'Orfeo ed Euridice.
Il conte Durazzo, appartenente alla famosa casata che diede alla
Repubblica di Genova nove dogi, era stato membro della legazione
della Repubblica di Genova presso la Corte di Torino (1742-45),
poi ambasciatore di Genova a Vienna dal 1749 al 1752 e infine (1764-1784)
ambasciatore dell'Impero presso la Repubblica di Venezia. Grande
collezionista (specialmente di stampe e disegni), egli aveva avuto
modo di acquisire una porzione, a contenuto musicale, della grandiosa
biblioteca messa insieme dal senatore veneziano Jacopo Soranzo (1686-1761),
una biblioteca che contava oltre 25.000 volumi a stampa e circa
2500 codici (molti di questi codici, acquistati da un altro autorevole
collezionista, l'abate Matteo Luigi Canonici, 1727-1805, si trovano
ora alla Bodleian Library di Oxford). Della porzione ceduta dagli
eredi del Soranzo al Durazzo e venuta ad aggiungersi ad altre opere
che già erano in possesso del gentiluomo genovese, facevano
parte, fra l'altro, anche 27 tomi contenenti opere di Antonio Vivaldi
(in massima parte autografe, per un totale di circa 450 composizioni),
10 tomi di opere di Alessandro Stradella, 16 tomi di intavolatura
d'organo tedesca (si tratta della più grande raccolta del
genere esistente al mondo, contenente ben 1770 composizioni che
documentano la quasi totalità del repertorio organistico
italiano e tedesco a cavaliere fra Cinque e Seicento) e 19 tomi
di arie da opere veneziane.
Le opere di Vivaldi, dunque. Da cataloghi in nostro possesso (conservati
alla Biblioteca Marciana di Venezia) si sa per certo che già
nel 1745 (Vivaldi era morto a Vienna in circostanze misteriose nel
1741) i 27 tomi delle opere del "prete rosso" erano entrati
a far parte del patrimonio del Soranzo: con tutta probabilità,
quei tomi erano stati venduti al senatore veneziano da Francesco
Vivaldi, fratello del compositore, di professione barbiere e fabbricante
di parrucche, ma che aveva ottenuto anche licenza di stampare e
commerciare libri. In quei 27 tomi (8 di concerti, 5 di musiche
sacre, 2 di cantate, 12 di opere teatrali) è contenuto il
corpus più vistoso della di per sé già
immensa produzione vivaldiana. I fondi torinesi (di assai minore
rilevanza sono quelli conservati in altri luoghi, per esempio a
Dresda) contengono complessivamente 296 concerti per uno o più
strumenti, archi e basso continuo (fra i quali 97 per violino, 39
per fagotto, 19 per violoncello, 12 per flauto, 11 per oboe, 6 per
viola d'amore, 45 per due o più strumenti solisti), una decina
di altre pagine strumentali, una sessantina di pagine di musica
sacra o religiosa (fra cui l'oratorio Juditha triumphans
e pagine famose come il Gloria, il Magnificat, lo
Stabat Mater, una quindicina di salmi e una dozzina di mottetti
su testi non liturgici). Inoltre, 3 grandi serenate (in due casi
- Gloria e Himeneo e La Sena festeggiante - dell'ampiezza
di un melodramma), una trentina di cantate e 20 opere teatrali (fra
queste Arsilda regina di Ponto, Dorilla in Tempe, Farnace, La
fida ninfa, Giustino, Griselda, L'incoronazione di Dario, L'Olimpiade,
Orlando finto pazzo, Orlando furioso, Ottone in villa, Teuzzone,
Tito Manlio, La verità in cimento).
Concerti, musica sacra e cantate sono tutti lavori scritti in massima
parte per le "putte" dell'Ospedale della Pietà,
uno dei quattro conservatori-orfanotrofi di Venezia (fondato nel
1346 e soppresso nel 1797, alla caduta della Repubblica di Venezia)
nei quali erano ricoverate le fanciulle "derelitte", dove
Vivaldi fu attivo a partire dal 1703 e sin quasi alla fine dei suoi
giorni, contemporaneamente operando anche come impresario teatrale
(al Teatro Sant'Angelo, dal 1714) e con lunghi soggiorni altrove
(particolarmente a Mantova, 1718-20, e in Boemia, 1730).
Ottenuto il possesso dei 27 tomi vivaldiani e degli altri volumi
manoscritti o a stampa, il conte Durazzo li conservò nel
proprio palazzo sul Canal Grande sino alla morte, quando il nipote
Girolamo, poi ultimo doge di Genova (1803-5), li trasferì
a Genova, nel palazzo di via Balbis dove lo zio Giacomo era nato
(è l'attuale Palazzo Reale, così chiamato per essere
stato acquistato da Carlo Felice a seguito dell'annessione, 1815,
dell'ex Repubblica di Genova al Regno Sardo). Occorre sottolineare
che, sposatosi nel 1750 con quella che si diceva essere "la
più bella donna di Vienna", la contessa Aloisa Ernestine
Ungnad von Weissenwolff, il conte Giacomo non aveva avuto figli.
Rimasto in famiglia saldamente unito per un secolo, quel patrimonio
librario, che probabilmente i successori consideravano di poco interesse,
nel 1893 venne diviso in parti uguali fra i fratelli Marcello (1842-1922)
e Flavio Ignazio Durazzo (1849-1925). La quota assegnata a Marcello
fu da questi legata alla propria morte al Collegio Salesiano "San
Carlo" di Borgo San Martino nei pressi di Casale Monferrato.
Nel 1926 il rettore di questo istituto, volendo provvedere ad alcuni
interventi di manutenzione dell'edificio, decise di alienare codici
e libri di musica (ma anche una serie cospicua di preziosi disegni
e incisioni che prese, a quanto sembra, la strada degli Stati Uniti
d'America) e si rivolse pertanto all'allora direttore della Biblioteca
Nazionale di Torino allo scopo di ottenere una perizia e verificare
se quanto gli era stato offerto da alcuni antiquari per l'acquisto
di quel fondo fosse congruo al suo valore. Il direttore della Biblioteca,
Luigi Torri (1863-1932), il quale fra l'altro si distinse anche
come musicologo, chiese il parere di Alberto Gentili (1873-1954),
professore di storia della musica nell'Università torinese,
e fece valere il principio del "vincolo" in base al quale
lo Stato aveva il diritto di prelazione nell'acquisto del fondo.
Poiché il Ministero competente dichiarò di non essere
in grado di provvedere all'acquisto, il Gentili richiese l'intervento
d'un amico della comunità ebraica torinese, della quale egli
pure faceva parte, l'agente di cambio Roberto Foà (1885-1957);
questi - dietro il versamento di 100.000 lire - acquistò
il fondo e ne fece dono alla Biblioteca Nazionale (1927) in memoria
del proprio figlio Mauro, morto pochi mesi prima ad appena un anno
di età.
Il fondo che era stato rilevato dal Collegio Salesiano, tuttavia,
conteneva solamente la metà (99 tomi) del fondo durazziano
originale (i tomi vivaldiani erano in numero di 14). L'altra metà
(fra cui i restanti 13 tomi vivaldiani) si trovava ancora a Genova
e soltanto dopo le lunghe trattative condotte da un dirigente della
Biblioteca Nazionale torinese (il marchese Faustino Curlo, 1867-1935,
discendente da un'antica famiglia genovese), si riuscì a
convincere gli ultimi esponenti della nobile famiglia a cederla,
al fine di ricomporre l'unità della raccolta. L'intervento
mecenatistico fu compiuto questa volta (1930) da un industriale
laniero torinese, Filippo Giordano (1875-1952), e ancora in memoria
di un proprio figlio, Renzo, da poco deceduto all'età di
4 anni. Veniva così ricomposto, pur conservando la distinzione
fra Raccolta Mauro Foà e Raccolta Renzo Giordano,
un fondo della cui esatta importanza allora probabilmente non ci
si era esattamente resi conto. L'opera "di ricognizione e di
pubblicazione" dei manoscritti, comunque, era stata allora
espressamente riservata ad Alberto Gentili; questi sin dal 1929
aveva compiuto qualche timido tentativo per valorizzare quel patrimonio,
stipulando un accordo con Casa Ricordi sfociato nella pubblicazione
di quattro concerti vivaldiani e della riduzione per canto e pianoforte
di un'opera di Stradella, La forza d'amor paterno. Altri
interventi vi furono ancora nel 1935, ma questa volta con il contributo
di una fondazione universitaria (la "Parini-Chirio"),
pubblicando quegli stessi concerti già editi nel 1929 più
un quinto, ma ora in una versione realizzata dallo stesso Gentili
e che vedeva un'orchestrazione arricchita della presenza di 2 flauti,
2 oboi, 2 fagotti, 2 corni e timpani e del tutto estranea, quindi,
al tipo di orchestra in uso ai tempi di Vivaldi.
Intervenute le leggi razziali nel 1938, Gentili - il quale faceva
parte, come si è già ricordato, della comunità
israelita - venne privato dell'insegnamento di storia della musica
all'Università (fra l'altro, il primo istituito in Italia,
nel 1925), che venne "rilevato" da Andrea Della Corte
- e impedito di operare su manoscritti delle due raccolte Foà
e Giordano. Nell'immediato dopoguerra, Gentili potrà
ancora pubblicare (1946) una raccolta di sei arie vivaldiane, ma
nel frattempo si erano messe al lavoro altre persone. La violinista
Olga Rudge nel novembre 1936 aveva compilato un catalogo tematico
delle opere strumentali vivaldiane esistenti a Torino e il poeta
Ezra Pound, allora residente in Italia, si era impegnato (non si
dimentichi che Pound fu anche compositore) in quella che potremmo
chiamare la Vivaldi-Renaissance, preparando il terreno all'opera
intrapresa dall'Accademia Musicale Chigiana di Siena presso la quale,
nel 1939, venne creato un Centro di Studi Vivaldiani di cui era
segretaria la Olga Rudge. Risalgono al 1938 l'istituzione in Venezia
di una Fondazione Vivaldi e di una Società Antonio Vivaldi
che però rimasero sulla carta e non operarono mai. Sarà
il torinese Alfredo Casella a inaugurare, nel settembre 1939 (15
giorni dopo l'invasione della Polonia da parte dell'esercito tedesco),
la serie delle Settimane Musicali Senesi proponendo sei manifestazioni
vivaldiane con la rappresentazione de L'Olimpiade e l'esecuzione
di alcuni concerti e di musiche sacre.
È da questo momento che parte l'opera di riscoperta delle
musiche di Vivaldi. Occorre tenere presente, infatti, che il nome
del compositore veneziano era assai poco noto e che la musicologia
non si era impegnata su di lui, se non in maniera del tutto marginale
e anche impropria. Nel 1947 venne varato il progetto, sotto la direzione
artistica di Gianfrancesco Malipiero, della pubblicazione di tutte
le musiche strumentali; fra il 1947, appunto, e il 1972 la Casa
Ricordi pubblicò 43 volumi per un totale di 530 fascicoli
contenenti l'intero corpus delle musiche strumentali (ma
altre composizioni verranno scoperte in seguito e alcune in tempi
recentissimi). Tralasciando altre iniziative, ricordo che dal 1982
è in corso la pubblicazione in edizione critica, sempre presso
la Ricordi, di tutte le opere vivaldiane (esclusi i melodrammi),
in collaborazione con l'Istituto Italiano "Antonio Vivaldi"
fondato a Treviso nel dopoguerra da Antonio Fanna, ma poi subito
trasferito a Venezia ed entrato a far parte, infine (1978), della
Fondazione "Giorgio Cini".
Centri di studio vivaldiani sono sorti un po' ovunque, dopo Siena
e Venezia: a Bruxelles nel 1953, a New York nel 1965, a Copenaghen
nel 1970, a Poitiers nel 1977, mentre studiosi dell'opera vivaldiana
operano in altre città oltre confine (a Rostock, Würzburg,
Liverpool, Cork, Amsterdam, Praga ad esempio), ma curiosamente non
a Torino, la città che più di qualsiasi altra avrebbe
dovuto impegnarsi su Vivaldi, anche se il "prete rosso"
probabilmente non visitò mai la nostra città. Anche
per rimediare a questa incredibile e desolante "omissione",
l'Istituto per i Beni Musicali in Piemonte fondato a Torino nel
1986 (ma con sede anche a Saluzzo) e diretto da chi scrive queste
note, dopo aver avviato la propria attività proprio con la
pubblicazione (1987) del catalogo delle due raccolte intitolate
a Mauro Foà e a Renzo Giordano (un volume di circa 700 pagine,
a cura di Isabella Data e Annarita Colturato), ha ora varato il
progetto di edizione in cd, nell'ambito della propria collana "Tesori
del Piemonte", di tutte le musiche vivaldiane conservate nei
27 tomi della Biblioteca Nazionale Universitaria (si calcola che
l'impresa comporterà la realizzazione di 110-120 cd), in
collaborazione con la casa discografica parigina Opus 111 e con
il sostegno della Regione Piemonte, della Fondazione Cassa di Risparmio
di Torino e della Compagnia di San Paolo.
Nell'ambito di quest'impresa sono già usciti il primo numero
della serie Musica sacra con il complesso Concerto Italiano
diretto da Rinaldo Alessandrini e il primo dei tre cd - la cui realizzazione
è affidata all'ensemble L'Astrée - consacrati ai diciannove
concerti da camera, tutti contenuti (a eccezione di tre) nel Codice
Giordano 31. Di prossima pubblicazione sono il secondo dei cd
dedicati ai concerti da camera e la Juditha triumphans (3
cd) con Alessandro De Marchi alla guida della Academia Montis Regalis
e di un prestigioso manipolo di cantanti (si ricordi che tale edizione
dell'unico oratorio a noi pervenuto dei quattro composti da Vivaldi
è stata presentata al pubblico dell'Unione Musicale al Teatro
Regio nello scorso mese di ottobre).
Il piano di registrazione integrale delle opere di Vivaldi conservate
a Torino prevede otto serie, nell'ordine:
I musica da camera (comprende i cosiddetti concerti da camera
per strumenti solisti, senza orchestra)
II concerti e sinfonie per archi e basso continuo
III concerti per uno o più strumenti ad arco (violino,
violoncello, viola d'amore), archi e basso continuo
IV concerti per uno o più strumenti solisti a fiato,
archi e basso continuo
V concerti per strumenti vari, archi e basso continuo
VI musica sacra e devozionale
VII musica vocale profana (serenate, cantate, arie)
VIII opere teatrali
Per la produzione discografica dei concerti per violino (in numero
di 97, come si è detto), riuniti nella serie III, l'Istituto
per i Beni Musicali in Piemonte e la Fondazione dell'Istituto Bancario
San Paolo di Torino per la Cultura, la Scienza e l'Arte nell'autunno
scorso hanno bandito un concorso internazionale (che si terrà
nei giorni 2-5 marzo 2001) per selezionare tre violinisti, a ciascuno
dei quali (i vincitori riceveranno un premio in denaro di 8 milioni
di lire) sarà affidata l'esecuzione dei primi concerti di
detta serie.
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| NAVIGARE
IN MUSICA |
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Antonio Vivaldi: la vita, l'opera, galleria di immagini. |
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| CALENDARIO
SETTIMANALE |
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1/4
marzo |
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5/11
marzo |
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12/18
marzo |
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19/25
marzo |
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26/31
marzo |
Unione
Musicale
serie L'altro suono
giovedì 29 marzo
Conservatorio ore 21
L'Astrée
Laura Polverelli mezzosoprano
Vivaldi
Concerti e cantate tratte dai manoscritti autografi conservati presso
la Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino
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