Torna all'indice di Sistema Musica
marzo 2001
gli argomenti del mese
Le note del prete rosso per le putte della Pietà
di Alberto Basso

 

 

Collocata, come troppo sovente succede, ai margini della vita nazionale, oggetto misterioso per gli stessi suoi abitanti e sottovalutata dagli uomini di cultura, Torino è terra che gli dèi della musica hanno voluto privilegiare; ma poche persone lo sanno. Dell'esistenza di quel privilegio sembra che neppure i torinesi se ne siano veramente accorti; di certo, essi non ne hanno mai menato gran vanto. Si aggiunga che a tributare i dovuti onori alla storia musicale piemontese e ai monumenti della musica espressi dalla civiltà subalpina, o da questa accolti per essere conservati a futura memoria, sono stati studiosi in massima parte venuti da lontano: solamente nell'ultimo quarto del secolo appena trascorso la situazione si è sbloccata aprendo la strada alla valorizzazione del patrimonio storico musicale locale, a opera soprattutto dell'Istituto per i Beni Musicali in Piemonte.
A Torino sono almeno dieci le sedi (biblioteche e archivi) che ospitano fondi musicali d'interesse storico, ma è presso la Biblioteca Nazionale Universitaria (creata da Vittorio Amedeo II nel 1723) che si conserva il corpus di musiche di più cospicua consistenza e di maggiore rilevanza storica. Tale corpus risulta distribuito in un'ampia rosa di fondi, ciascuno dei quali ha personalità e caratteristiche proprie e specifiche. I codici anteriori al XVI secolo, una trentina, sono tutti a carattere liturgico, a eccezione di due (gli unici a contenere musica polifonica, fra cui l'importantissimo Codice Franco-cipriota, inizio secolo XV) che contengono pagine tanto di musica sacra quanto di musica profana. Ai codici medievali e del primo Rinascimento si affiancano quattro fondi musicali d'inestimabile valore: a) la Riserva musicale suddivisa in quattro sezioni contenenti complessivamente circa 220 volumi, manoscritti o a stampa, una cinquantina dei quali provenienti dalla Libreria Ducale (e perciò di datazione anteriore al 1713, quando il Ducato di Savoia venne elevato al rango di Regno); b) la Raccolta Mauro Foà; c) la Raccolta Renzo Giordano; d) la Raccolta Foà-Giordano (che costituisce, dunque, un fondo distinto, a sé stante, e che non ha rapporto, dal punto di vista dei contenuti, con i due precedenti).
Le raccolte che ci interessano in questa sede sono le due intitolate ai nomi di Mauro Foà e di Renzo Giordano, i quali non sono i nomi di due collezionisti, come si potrebbe ragionevolmente credere, bensì gli intestatari di due fondi che in origine erano parti di un'unica raccolta, pervenuta per donazione alla massima biblioteca del Piemonte in due distinti momenti e in tempi a noi vicini, rispettivamente nel 1927 e nel 1930, dopo un avventuroso percorso; poiché in seguito ai quei due fondi sono state aggiunte, sconsideratamente, altre opere, la loro consistenza è ora fissata in 465 tomi (254 dei quali manoscritti).
La raccolta originale era stata messa insieme dal conte Giacomo Durazzo (1717-1794), noto nell'ambito della storia musicale per essere stato, negli anni 1754-1764, il Direttore Generale della Musica dei Teatri Imperiali a Vienna e il sostenitore e propugnatore di importanti riforme nell'ambito del teatro musicale quali l'introduzione in quella capitale dell'opéra-comique francese e l'accoglimento dei nuovi canoni ballettistici propugnati dal coreografo Gasparo Angiolini, ma noto soprattutto per essere stato il paladino della grande riforma del melodramma voluta da Christoph Willibald Gluck e dal librettista Raniero de' Calzabigi e segnata dalla rappresentazione (1762) dell'Orfeo ed Euridice.
Il conte Durazzo, appartenente alla famosa casata che diede alla Repubblica di Genova nove dogi, era stato membro della legazione della Repubblica di Genova presso la Corte di Torino (1742-45), poi ambasciatore di Genova a Vienna dal 1749 al 1752 e infine (1764-1784) ambasciatore dell'Impero presso la Repubblica di Venezia. Grande collezionista (specialmente di stampe e disegni), egli aveva avuto modo di acquisire una porzione, a contenuto musicale, della grandiosa biblioteca messa insieme dal senatore veneziano Jacopo Soranzo (1686-1761), una biblioteca che contava oltre 25.000 volumi a stampa e circa 2500 codici (molti di questi codici, acquistati da un altro autorevole collezionista, l'abate Matteo Luigi Canonici, 1727-1805, si trovano ora alla Bodleian Library di Oxford). Della porzione ceduta dagli eredi del Soranzo al Durazzo e venuta ad aggiungersi ad altre opere che già erano in possesso del gentiluomo genovese, facevano parte, fra l'altro, anche 27 tomi contenenti opere di Antonio Vivaldi (in massima parte autografe, per un totale di circa 450 composizioni), 10 tomi di opere di Alessandro Stradella, 16 tomi di intavolatura d'organo tedesca (si tratta della più grande raccolta del genere esistente al mondo, contenente ben 1770 composizioni che documentano la quasi totalità del repertorio organistico italiano e tedesco a cavaliere fra Cinque e Seicento) e 19 tomi di arie da opere veneziane.
Le opere di Vivaldi, dunque. Da cataloghi in nostro possesso (conservati alla Biblioteca Marciana di Venezia) si sa per certo che già nel 1745 (Vivaldi era morto a Vienna in circostanze misteriose nel 1741) i 27 tomi delle opere del "prete rosso" erano entrati a far parte del patrimonio del Soranzo: con tutta probabilità, quei tomi erano stati venduti al senatore veneziano da Francesco Vivaldi, fratello del compositore, di professione barbiere e fabbricante di parrucche, ma che aveva ottenuto anche licenza di stampare e commerciare libri. In quei 27 tomi (8 di concerti, 5 di musiche sacre, 2 di cantate, 12 di opere teatrali) è contenuto il corpus più vistoso della di per sé già immensa produzione vivaldiana. I fondi torinesi (di assai minore rilevanza sono quelli conservati in altri luoghi, per esempio a Dresda) contengono complessivamente 296 concerti per uno o più strumenti, archi e basso continuo (fra i quali 97 per violino, 39 per fagotto, 19 per violoncello, 12 per flauto, 11 per oboe, 6 per viola d'amore, 45 per due o più strumenti solisti), una decina di altre pagine strumentali, una sessantina di pagine di musica sacra o religiosa (fra cui l'oratorio Juditha triumphans e pagine famose come il Gloria, il Magnificat, lo Stabat Mater, una quindicina di salmi e una dozzina di mottetti su testi non liturgici). Inoltre, 3 grandi serenate (in due casi - Gloria e Himeneo e La Sena festeggiante - dell'ampiezza di un melodramma), una trentina di cantate e 20 opere teatrali (fra queste Arsilda regina di Ponto, Dorilla in Tempe, Farnace, La fida ninfa, Giustino, Griselda, L'incoronazione di Dario, L'Olimpiade, Orlando finto pazzo, Orlando furioso, Ottone in villa, Teuzzone, Tito Manlio, La verità in cimento).
Concerti, musica sacra e cantate sono tutti lavori scritti in massima parte per le "putte" dell'Ospedale della Pietà, uno dei quattro conservatori-orfanotrofi di Venezia (fondato nel 1346 e soppresso nel 1797, alla caduta della Repubblica di Venezia) nei quali erano ricoverate le fanciulle "derelitte", dove Vivaldi fu attivo a partire dal 1703 e sin quasi alla fine dei suoi giorni, contemporaneamente operando anche come impresario teatrale (al Teatro Sant'Angelo, dal 1714) e con lunghi soggiorni altrove (particolarmente a Mantova, 1718-20, e in Boemia, 1730).
Ottenuto il possesso dei 27 tomi vivaldiani e degli altri volumi manoscritti o a stampa, il conte Durazzo li conservò nel proprio palazzo sul Canal Grande sino alla morte, quando il nipote Girolamo, poi ultimo doge di Genova (1803-5), li trasferì a Genova, nel palazzo di via Balbis dove lo zio Giacomo era nato (è l'attuale Palazzo Reale, così chiamato per essere stato acquistato da Carlo Felice a seguito dell'annessione, 1815, dell'ex Repubblica di Genova al Regno Sardo). Occorre sottolineare che, sposatosi nel 1750 con quella che si diceva essere "la più bella donna di Vienna", la contessa Aloisa Ernestine Ungnad von Weissenwolff, il conte Giacomo non aveva avuto figli. Rimasto in famiglia saldamente unito per un secolo, quel patrimonio librario, che probabilmente i successori consideravano di poco interesse, nel 1893 venne diviso in parti uguali fra i fratelli Marcello (1842-1922) e Flavio Ignazio Durazzo (1849-1925). La quota assegnata a Marcello fu da questi legata alla propria morte al Collegio Salesiano "San Carlo" di Borgo San Martino nei pressi di Casale Monferrato. Nel 1926 il rettore di questo istituto, volendo provvedere ad alcuni interventi di manutenzione dell'edificio, decise di alienare codici e libri di musica (ma anche una serie cospicua di preziosi disegni e incisioni che prese, a quanto sembra, la strada degli Stati Uniti d'America) e si rivolse pertanto all'allora direttore della Biblioteca Nazionale di Torino allo scopo di ottenere una perizia e verificare se quanto gli era stato offerto da alcuni antiquari per l'acquisto di quel fondo fosse congruo al suo valore. Il direttore della Biblioteca, Luigi Torri (1863-1932), il quale fra l'altro si distinse anche come musicologo, chiese il parere di Alberto Gentili (1873-1954), professore di storia della musica nell'Università torinese, e fece valere il principio del "vincolo" in base al quale lo Stato aveva il diritto di prelazione nell'acquisto del fondo. Poiché il Ministero competente dichiarò di non essere in grado di provvedere all'acquisto, il Gentili richiese l'intervento d'un amico della comunità ebraica torinese, della quale egli pure faceva parte, l'agente di cambio Roberto Foà (1885-1957); questi - dietro il versamento di 100.000 lire - acquistò il fondo e ne fece dono alla Biblioteca Nazionale (1927) in memoria del proprio figlio Mauro, morto pochi mesi prima ad appena un anno di età.
Il fondo che era stato rilevato dal Collegio Salesiano, tuttavia, conteneva solamente la metà (99 tomi) del fondo durazziano originale (i tomi vivaldiani erano in numero di 14). L'altra metà (fra cui i restanti 13 tomi vivaldiani) si trovava ancora a Genova e soltanto dopo le lunghe trattative condotte da un dirigente della Biblioteca Nazionale torinese (il marchese Faustino Curlo, 1867-1935, discendente da un'antica famiglia genovese), si riuscì a convincere gli ultimi esponenti della nobile famiglia a cederla, al fine di ricomporre l'unità della raccolta. L'intervento mecenatistico fu compiuto questa volta (1930) da un industriale laniero torinese, Filippo Giordano (1875-1952), e ancora in memoria di un proprio figlio, Renzo, da poco deceduto all'età di 4 anni. Veniva così ricomposto, pur conservando la distinzione fra Raccolta Mauro Foà e Raccolta Renzo Giordano, un fondo della cui esatta importanza allora probabilmente non ci si era esattamente resi conto. L'opera "di ricognizione e di pubblicazione" dei manoscritti, comunque, era stata allora espressamente riservata ad Alberto Gentili; questi sin dal 1929 aveva compiuto qualche timido tentativo per valorizzare quel patrimonio, stipulando un accordo con Casa Ricordi sfociato nella pubblicazione di quattro concerti vivaldiani e della riduzione per canto e pianoforte di un'opera di Stradella, La forza d'amor paterno. Altri interventi vi furono ancora nel 1935, ma questa volta con il contributo di una fondazione universitaria (la "Parini-Chirio"), pubblicando quegli stessi concerti già editi nel 1929 più un quinto, ma ora in una versione realizzata dallo stesso Gentili e che vedeva un'orchestrazione arricchita della presenza di 2 flauti, 2 oboi, 2 fagotti, 2 corni e timpani e del tutto estranea, quindi, al tipo di orchestra in uso ai tempi di Vivaldi.
Intervenute le leggi razziali nel 1938, Gentili - il quale faceva parte, come si è già ricordato, della comunità israelita - venne privato dell'insegnamento di storia della musica all'Università (fra l'altro, il primo istituito in Italia, nel 1925), che venne "rilevato" da Andrea Della Corte - e impedito di operare su manoscritti delle due raccolte Foà e Giordano. Nell'immediato dopoguerra, Gentili potrà ancora pubblicare (1946) una raccolta di sei arie vivaldiane, ma nel frattempo si erano messe al lavoro altre persone. La violinista Olga Rudge nel novembre 1936 aveva compilato un catalogo tematico delle opere strumentali vivaldiane esistenti a Torino e il poeta Ezra Pound, allora residente in Italia, si era impegnato (non si dimentichi che Pound fu anche compositore) in quella che potremmo chiamare la Vivaldi-Renaissance, preparando il terreno all'opera intrapresa dall'Accademia Musicale Chigiana di Siena presso la quale, nel 1939, venne creato un Centro di Studi Vivaldiani di cui era segretaria la Olga Rudge. Risalgono al 1938 l'istituzione in Venezia di una Fondazione Vivaldi e di una Società Antonio Vivaldi che però rimasero sulla carta e non operarono mai. Sarà il torinese Alfredo Casella a inaugurare, nel settembre 1939 (15 giorni dopo l'invasione della Polonia da parte dell'esercito tedesco), la serie delle Settimane Musicali Senesi proponendo sei manifestazioni vivaldiane con la rappresentazione de L'Olimpiade e l'esecuzione di alcuni concerti e di musiche sacre.
È da questo momento che parte l'opera di riscoperta delle musiche di Vivaldi. Occorre tenere presente, infatti, che il nome del compositore veneziano era assai poco noto e che la musicologia non si era impegnata su di lui, se non in maniera del tutto marginale e anche impropria. Nel 1947 venne varato il progetto, sotto la direzione artistica di Gianfrancesco Malipiero, della pubblicazione di tutte le musiche strumentali; fra il 1947, appunto, e il 1972 la Casa Ricordi pubblicò 43 volumi per un totale di 530 fascicoli contenenti l'intero corpus delle musiche strumentali (ma altre composizioni verranno scoperte in seguito e alcune in tempi recentissimi). Tralasciando altre iniziative, ricordo che dal 1982 è in corso la pubblicazione in edizione critica, sempre presso la Ricordi, di tutte le opere vivaldiane (esclusi i melodrammi), in collaborazione con l'Istituto Italiano "Antonio Vivaldi" fondato a Treviso nel dopoguerra da Antonio Fanna, ma poi subito trasferito a Venezia ed entrato a far parte, infine (1978), della Fondazione "Giorgio Cini".
Centri di studio vivaldiani sono sorti un po' ovunque, dopo Siena e Venezia: a Bruxelles nel 1953, a New York nel 1965, a Copenaghen nel 1970, a Poitiers nel 1977, mentre studiosi dell'opera vivaldiana operano in altre città oltre confine (a Rostock, Würzburg, Liverpool, Cork, Amsterdam, Praga ad esempio), ma curiosamente non a Torino, la città che più di qualsiasi altra avrebbe dovuto impegnarsi su Vivaldi, anche se il "prete rosso" probabilmente non visitò mai la nostra città. Anche per rimediare a questa incredibile e desolante "omissione", l'Istituto per i Beni Musicali in Piemonte fondato a Torino nel 1986 (ma con sede anche a Saluzzo) e diretto da chi scrive queste note, dopo aver avviato la propria attività proprio con la pubblicazione (1987) del catalogo delle due raccolte intitolate a Mauro Foà e a Renzo Giordano (un volume di circa 700 pagine, a cura di Isabella Data e Annarita Colturato), ha ora varato il progetto di edizione in cd, nell'ambito della propria collana "Tesori del Piemonte", di tutte le musiche vivaldiane conservate nei 27 tomi della Biblioteca Nazionale Universitaria (si calcola che l'impresa comporterà la realizzazione di 110-120 cd), in collaborazione con la casa discografica parigina Opus 111 e con il sostegno della Regione Piemonte, della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino e della Compagnia di San Paolo.
Nell'ambito di quest'impresa sono già usciti il primo numero della serie Musica sacra con il complesso Concerto Italiano diretto da Rinaldo Alessandrini e il primo dei tre cd - la cui realizzazione è affidata all'ensemble L'Astrée - consacrati ai diciannove concerti da camera, tutti contenuti (a eccezione di tre) nel Codice Giordano 31. Di prossima pubblicazione sono il secondo dei cd dedicati ai concerti da camera e la Juditha triumphans (3 cd) con Alessandro De Marchi alla guida della Academia Montis Regalis e di un prestigioso manipolo di cantanti (si ricordi che tale edizione dell'unico oratorio a noi pervenuto dei quattro composti da Vivaldi è stata presentata al pubblico dell'Unione Musicale al Teatro Regio nello scorso mese di ottobre).
Il piano di registrazione integrale delle opere di Vivaldi conservate a Torino prevede otto serie, nell'ordine:
I musica da camera (comprende i cosiddetti concerti da camera per strumenti solisti, senza orchestra)
II concerti e sinfonie per archi e basso continuo
III concerti per uno o più strumenti ad arco (violino, violoncello, viola d'amore), archi e basso continuo
IV concerti per uno o più strumenti solisti a fiato, archi e basso continuo
V concerti per strumenti vari, archi e basso continuo
VI musica sacra e devozionale
VII musica vocale profana (serenate, cantate, arie)
VIII opere teatrali
Per la produzione discografica dei concerti per violino (in numero di 97, come si è detto), riuniti nella serie III, l'Istituto per i Beni Musicali in Piemonte e la Fondazione dell'Istituto Bancario San Paolo di Torino per la Cultura, la Scienza e l'Arte nell'autunno scorso hanno bandito un concorso internazionale (che si terrà nei giorni 2-5 marzo 2001) per selezionare tre violinisti, a ciascuno dei quali (i vincitori riceveranno un premio in denaro di 8 milioni di lire) sarà affidata l'esecuzione dei primi concerti di detta serie.

NAVIGARE IN MUSICA
segui il link Antonio Vivaldi: la vita, l'opera, galleria di immagini.
CALENDARIO SETTIMANALE
segui il link 1/4 marzo
segui il link 5/11 marzo
segui il link 12/18 marzo
segui il link 19/25 marzo
segui il link 26/31 marzo

Unione Musicale
serie L'altro suono
giovedì
29 marzo
Conservatorio ore 21

L'Astrée
Laura Polverelli mezzosoprano

Vivaldi
Concerti e cantate tratte dai manoscritti autografi conservati presso la Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino