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marzo 2001
gli argomenti del mese
La passione di Lucchesini
di Alberto Papuzzi

 

Andrea Lucchesini

 

Anrea Lucchesini al pianoforte

Con l'op. 49 n. 2, l'op. 10 n. 3 e l'op. 106, la Hammerklavier, gigantesca costruzione sul tema del dolore (come ha scritto Alberto Rizzuti), Andrea Lucchesini conclude il 28 marzo, nell'ambito della stagione dell'Unione Musicale, l'esecuzione integrale delle sonate di Beethoven, la sfida con cui ogni grande pianista misura la sua maturità. Lo abbiamo intervistato alla vigilia dell'ultimo concerto, degli otto dedicati all'integrale in due anni.

Maestro Lucchesini, lei ritiene di aver raggiunto lo scopo che si è proposto quando ha deciso di eseguire le sonate di Beethoven?
"Come sempre avviene per ogni viaggio - perché proprio di un viaggio si tratta, con tutte le incognite del caso -, la spinta primaria viene dalla curiosità e lo scopo principale è l'esplorazione. Confesso che forse non sarei partito così presto, se non avessi ricevuto la sollecitazione dell'amico Giorgio Pugliaro, direttore artistico dell'Unione Musicale, che ringrazio di aver insistito perché anticipassi i tempi. Devo dire che, dopo i timori dell'inizio, mi sono sempre più appassionato. Avevo già, naturalmente, lavorato approfonditamente su molte sonate, negli anni dell'apprendistato, sotto la guida preziosa di Maria Tipo. Ma stavolta si trattava di ripensare a questo corpus con un atteggiamento che fosse sia sistematico sia analitico. Ogni sonata è uno straordinario mondo a sé, ma tutte insieme sono la testimonianza di un enorme impiego di mezzi espressivi e al contempo un "prontuario" di soluzioni tecniche tradizionali e innovative. Lavorare a tempo pieno su questo inesauribile materiale mi ha permesso di sviluppare fondamentali esperienze sul piano dell'espressività e della tecnica. Perciò sono molto felice di aver accettato la proposta dell'Unione Musicale".

Con quale criterio ha organizzato la sequenza dell'esecuzione, di programma in programma?
"Poiché l'integrale era prevista in due anni, ho subito escluso l'ordine cronologico, che può funzionare quando l'esecuzione si svolga in tempi stretti e tende a suggerire un intento di sapore vagamente didattico, che non era nelle mie intenzioni. Ho cercato allora di seguire un criterio improntato alla varietas, di modo che ogni programma accostasse sonate giovanili ad altre della maturità, cercando di evidenziare come, al di là della consueta distinzione degli stili beethoveniani, si possa sempre riconoscere la traccia di un cammino espressivo senza contraddizioni. Inoltre ho privilegiato, quando possibile, accostamenti tra le sonate tenendo conto degli ambiti tonali. Ho cercato anche di tenere insieme sonate che hanno qualcosa in comune, seppure distanti cronologicamente. Così accade, nell'ultimo concerto, con l'Hammerklavier e l'op. 10 n. 3, che presentano entrambe, com'è noto, un tempo lento di proporzioni molto estese".

Come giudica il rapporto che si è stabilito con il pubblico durante l'esecuzione delle sonate?
"All'inizio avevo molti timori, sapendo che talvolta le integrali stancano, ed è difficile che il pubblico possa seguire tutti i concerti. È stata invece una sorpresa veramente gratificante vedere come il pubblico mi ha accompagnato con affetto e attenzione in questa "impresa", in particolare a Torino e a Firenze, le due città che hanno seguito la mia crescita artistica fin dagli esordi".

Quali sono stati i momenti più difficili?
"Il momento più difficile è stato sicuramente l'inizio. Tornando alla metafora del viaggio, devo ammettere che i timori della partenza sono stati parecchi, sia per la mole del lavoro che mi accingevo ad affrontare, e che non lascia il tempo ad alcuna pausa di relax tra un concerto e l'altro, sia soprattutto per la necessità di individuare immediatamente una chiave di lettura con la quale decodificare la scrittura, ricavandone una mia propria cifra espressiva. Ben sapendo che oltre al segno da interpretare, c'è anche una lunga storia dell'interpretazione musicale, che dall'integrale beethoveniana ha ricevuto sempre numerosi spunti di riflessione e analisi, e che costituisce per tutti noi un sostrato imprescindibile, oltre che un potente stimolo alla ricerca di vie nuove".

E quale la soddisfazione più evidente?
"Constatare che, nonostante l'impegno richiesto agli ascoltatori da questi programmi così densi, l'attenzione e la partecipazione ai concerti sono state sempre molto intense".

Che cosa ha imparato da questa esperienza?
"Non la considero assolutamente un punto d'arrivo. Ho 35 anni e penso che affronterò le sonate altre volte nella mia carriera. Questa è stata la mia lettura di Beethoven di adesso: non sarà probabilmente quella definitiva, poiché intendo senz'altro continuare in futuro questo lavoro di ricerca interpretativa".

Nel mondo del pianoforte sembra finito il tempo delle grandi figure internazionali, i miti, i divi, da Rubinstein a Horowitz, da Benedetti Michelangeli a Backhaus. Questo è soltanto l'effetto di una normale nostalgia del passato, oppure è avvenuto un reale cambiamento?
"È cresciuto il numero dei bravi pianisti: questa è la differenza principale con il passato. Il livello tecnico si è alzato notevolmente e sono numerosi i pianisti che possono aspirare a una carriera internazionale, un tempo riservata a pochissimi. Inoltre è cambiato il rapporto con il pubblico: si suona di più che in passato, la gente si è abituata a viaggiare e la riproduzione tecnica della musica ha contribuito a creare maggiore intimità fra interpreti e pubblico. Voglio dire che in passato, in un mondo elitario, il mito si creava perché i grandi pianisti erano pochi e distanti: un concerto di Rubinstein era un evento. Al giorno d'oggi stiamo cercando di imboccare la strada opposta, rinunciando in parte all'aura sacrale del rito concertistico allo scopo di avvicinare anche i più giovani, abituati a un rapporto confidenziale e intimo con i protagonisti della musica pop e rock".

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Unione Musicale
serie gialla
mercoledì 28 marzo
Conservatorio ore 21
Andrea Lucchesini pianoforte
Beethoven
Le sonate per pianoforte
(ottavo concerto)