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Con
l'op. 49 n. 2, l'op. 10 n. 3 e l'op. 106, la Hammerklavier,
gigantesca costruzione sul tema del dolore (come ha scritto Alberto
Rizzuti), Andrea Lucchesini conclude il 28 marzo, nell'ambito della
stagione dell'Unione Musicale, l'esecuzione integrale delle sonate
di Beethoven, la sfida con cui ogni grande pianista misura la sua
maturità. Lo abbiamo intervistato alla vigilia dell'ultimo
concerto, degli otto dedicati all'integrale in due anni.
Maestro
Lucchesini, lei ritiene di aver raggiunto lo scopo che si è
proposto quando ha deciso di eseguire le sonate di Beethoven?
"Come sempre avviene per ogni viaggio - perché proprio
di un viaggio si tratta, con tutte le incognite del caso -, la spinta
primaria viene dalla curiosità e lo scopo principale è
l'esplorazione. Confesso che forse non sarei partito così
presto, se non avessi ricevuto la sollecitazione dell'amico Giorgio
Pugliaro, direttore artistico dell'Unione Musicale, che ringrazio
di aver insistito perché anticipassi i tempi. Devo dire che,
dopo i timori dell'inizio, mi sono sempre più appassionato.
Avevo già, naturalmente, lavorato approfonditamente su molte
sonate, negli anni dell'apprendistato, sotto la guida preziosa di
Maria Tipo. Ma stavolta si trattava di ripensare a questo corpus
con un atteggiamento che fosse sia sistematico sia analitico. Ogni
sonata è uno straordinario mondo a sé, ma tutte insieme
sono la testimonianza di un enorme impiego di mezzi espressivi e
al contempo un "prontuario" di soluzioni tecniche tradizionali
e innovative. Lavorare a tempo pieno su questo inesauribile materiale
mi ha permesso di sviluppare fondamentali esperienze sul piano dell'espressività
e della tecnica. Perciò sono molto felice di aver accettato
la proposta dell'Unione Musicale".
Con
quale criterio ha organizzato la sequenza dell'esecuzione, di programma
in programma?
"Poiché l'integrale era prevista in due anni, ho subito
escluso l'ordine cronologico, che può funzionare quando l'esecuzione
si svolga in tempi stretti e tende a suggerire un intento di sapore
vagamente didattico, che non era nelle mie intenzioni. Ho cercato
allora di seguire un criterio improntato alla varietas, di
modo che ogni programma accostasse sonate giovanili ad altre della
maturità, cercando di evidenziare come, al di là della
consueta distinzione degli stili beethoveniani, si possa sempre
riconoscere la traccia di un cammino espressivo senza contraddizioni.
Inoltre ho privilegiato, quando possibile, accostamenti tra le sonate
tenendo conto degli ambiti tonali. Ho cercato anche di tenere insieme
sonate che hanno qualcosa in comune, seppure distanti cronologicamente.
Così accade, nell'ultimo concerto, con l'Hammerklavier
e l'op. 10 n. 3, che presentano entrambe, com'è noto,
un tempo lento di proporzioni molto estese".
Come
giudica il rapporto che si è stabilito con il pubblico durante
l'esecuzione delle sonate?
"All'inizio avevo molti timori, sapendo che talvolta le integrali
stancano, ed è difficile che il pubblico possa seguire tutti
i concerti. È stata invece una sorpresa veramente gratificante
vedere come il pubblico mi ha accompagnato con affetto e attenzione
in questa "impresa", in particolare a Torino e a Firenze,
le due città che hanno seguito la mia crescita artistica
fin dagli esordi".
Quali
sono stati i momenti più difficili?
"Il momento più difficile è stato sicuramente
l'inizio. Tornando alla metafora del viaggio, devo ammettere che
i timori della partenza sono stati parecchi, sia per la mole del
lavoro che mi accingevo ad affrontare, e che non lascia il tempo
ad alcuna pausa di relax tra un concerto e l'altro, sia soprattutto
per la necessità di individuare immediatamente una chiave
di lettura con la quale decodificare la scrittura, ricavandone una
mia propria cifra espressiva. Ben sapendo che oltre al segno da
interpretare, c'è anche una lunga storia dell'interpretazione
musicale, che dall'integrale beethoveniana ha ricevuto sempre numerosi
spunti di riflessione e analisi, e che costituisce per tutti noi
un sostrato imprescindibile, oltre che un potente stimolo alla ricerca
di vie nuove".
E
quale la soddisfazione più evidente?
"Constatare che, nonostante l'impegno richiesto agli ascoltatori
da questi programmi così densi, l'attenzione e la partecipazione
ai concerti sono state sempre molto intense".
Che
cosa ha imparato da questa esperienza?
"Non la considero assolutamente un punto d'arrivo. Ho 35 anni
e penso che affronterò le sonate altre volte nella mia carriera.
Questa è stata la mia lettura di Beethoven di adesso: non
sarà probabilmente quella definitiva, poiché intendo
senz'altro continuare in futuro questo lavoro di ricerca interpretativa".
Nel
mondo del pianoforte sembra finito il tempo delle grandi figure
internazionali, i miti, i divi, da Rubinstein a Horowitz, da Benedetti
Michelangeli a Backhaus. Questo è soltanto l'effetto di una
normale nostalgia del passato, oppure è avvenuto un reale
cambiamento?
"È cresciuto il numero dei bravi pianisti: questa è
la differenza principale con il passato. Il livello tecnico si è
alzato notevolmente e sono numerosi i pianisti che possono aspirare
a una carriera internazionale, un tempo riservata a pochissimi.
Inoltre è cambiato il rapporto con il pubblico: si suona
di più che in passato, la gente si è abituata a viaggiare
e la riproduzione tecnica della musica ha contribuito a creare maggiore
intimità fra interpreti e pubblico. Voglio dire che in passato,
in un mondo elitario, il mito si creava perché i grandi pianisti
erano pochi e distanti: un concerto di Rubinstein era un evento.
Al giorno d'oggi stiamo cercando di imboccare la strada opposta,
rinunciando in parte all'aura sacrale del rito concertistico allo
scopo di avvicinare anche i più giovani, abituati a un rapporto
confidenziale e intimo con i protagonisti della musica pop e rock".
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Conservatorio ore 21
Andrea Lucchesini pianoforte
Beethoven
Le sonate per pianoforte
(ottavo concerto)
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