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marzo 2001
unione musicale
La finestra sghemba di Schumann

 

Trio Italiano

 

Affrontare l'esecuzione integrale dei trii di Schumann ed esplorarne i dintorni significa fare i conti con continuità e discontinuità della sua scrittura.
"Mi piace spesso - risponde Titta Rigon, pianista del Trio Italiano - fare una considerazione mettendo a confronto la musica di Schumann e quella di Brahms: Brahms mi dà l'idea di un bellissimo giardino, ordinatissimo e pieno di profumi, ricco di ogni tipo di pianta, benissimo disposto, con grande intelligenza e raffinatezza, e per di più questo è un giardino che posso osservare attraverso una vetrata enorme - la veste strumentale brahmsiana - che mi permette di apprezzarne ogni angolo con la migliore prospettiva. Schumann invece lo osservo attraverso una finestrella sghemba, perché la sua veste strumentale spesso è quasi goffa e non mi permette uno sguardo esaustivo: c'è sempre qualcosa che devo immaginare, che mi si nasconde, eppure quello, per me, è proprio il "giardino delle fate". C'è qualcosa di incommensurabilmente profondo e ispirato, una poesia, una potenza immaginifica - ad esempio nelle arditezze armoniche - che sconvolge e fa pensare a qualcosa di oltre-umano. Non so se Schumann fosse credente, ma la sua musica ti fa pensare che non può essere tutto qua...
Ecco, io tutto questo lo ritrovo nei suoi trii, ed è un elemento di continuità che attraversa tutto il mondo e la produzione schumanniani".

Eppure le discontinuità esistono…
"Sì, le differenze fra i tre trii ci sono, eccome. Il primo è un'opera ribollente, scritta di getto: secondo me è un omaggio funebre alla memoria di Mendelssohn, con quei palesi riferimenti all'op. 49 di Felix nel primo movimento - inizio del ponte modulante, prime note del primo tema stesso - ma anche (è una mia teoria) con le note F-B-G-(A) che potrebbero essere le iniziali di F(elix) B(artholdy) G(estorben). Il secondo è perfetto: nelle proporzioni, nell'ispirazione che non viene mai meno, nel perfetto dominio delle diverse emozioni. Alcuni momenti sono di una poesia struggente - penso alla coda dell'esposizione del primo movimento, al tema "arcaico" di fate del secondo, alla coda del terzo, a quella del quarto; ma si tratta di una poesia più contemplata e dosata che nell'op. 63.
Il terzo trio è il più contorto: senza arrivare - come Joachim - a censurare l'ultimo Schumann, bisogna ammettere che la sua ermeticità si accentua con gli ultimi anni (penso sempre alla finestrella, opposta alla vetrata brahmsiana). Che cosa andasse cercando non è facile da indovinare. Il sol minore ci riporta alla passionalità dell'op. 63, con una vena di malinconia in più: era un presagio della fine?".

Ancora sulla goffaggine strumentale: Schumann, come sa, amava dire che "la migliore fuga sarà sempre quella che il pubblico scambia… per un valzer di Strauss; in altre parole, quando le radici artistiche sono coperte come le radici di una pianta, in modo che noi percepiamo soltanto il fiore". Nella sua scrittura per trio, però, la mia impressione è che spesso si colgano più le radici del fiore, gli sforzi di distribuire il materiale tra gli strumenti anziché lasciare tutto al pianoforte.
"Sono perfettamente d'accordo: c'è nei trii di Robert il tentativo di emancipare la scrittura da una visione pianistica totalizzante, e questo è uno degli aspetti - forse il più palese - della "goffaggine" di cui dicevamo prima. Per di più non è che la parte del pianoforte sia scritta "bene", alla Liszt o alla Rachmaninov, per intenderci, quando a sforzo dieci corrisponde risultato cento. Con Schumann spesso tu dai cento e ottieni dieci. Mi chiedo spesso, però: se Robert fosse arrivato a un superiore livello di padronanza dei mezzi, a una maggiore levigatezza di fattura, sarebbe stato sempre lui? O non sarebbe poi stato un secondo Mendelssohn? Non si sarebbe perso il fascino arcano del suo personale giardino delle fate?
In ogni modo non so se della pianta sia più bello vedere anche le radici o solo il fiore. Io, come interprete, mi sforzo sempre di trovare il bandolo della matassa, di capire dove sono le radici. E non è sempre così facile. Anche se conosci tanta musica, se leggi, se ti documenti, a volte ci vogliono anni per arrivare alle radici. È come nella vita: a quarant'anni ti dici "quanto ero scemo a venti". Tutto questo per dire che le radici vorrei in qualche modo poterle mostrare a chi mi viene ad ascoltare: sarà lui poi a scegliere se fermarsi a guardare il fiore, se lasciar scorrere lo sguardo lungo il fusto, se penetrare nella terra".

Tra fiore e radici, scrittura pianistica e partitura per trio, tra Schumann e Brahms - a parte le possibili corna… - secondo te Clara che posto occupa? Ha una sua autonomia ideativa e tecnica o è uno specchio delicato del genio di Robert?
"Trovo alcuni Lieder di Clara veramente eccellenti e molto ispirati: valga per tutti il celebre Er ist gekommen. Il Trio - che ho suonato molte volte - è a detta di molti la sua opera meglio riuscita: io trovo che abbia momenti belli come il movimento lento e pagine più ordinarie. Se devo essere sincero credo che se non fosse opera della moglie di Schumann o comunque di un compositore donna non avrebbe lo stesso interesse... D'altra parte credo sia molto difficile scindere il nostro giudizio estetico su una composizione dall'idea che già abbiamo del suo autore". (n.c.)

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