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Affrontare
l'esecuzione integrale dei trii di Schumann ed esplorarne i dintorni
significa fare i conti con continuità e discontinuità
della sua scrittura.
"Mi piace spesso - risponde Titta Rigon, pianista del Trio
Italiano - fare una considerazione mettendo a confronto la musica
di Schumann e quella di Brahms: Brahms mi dà l'idea di un
bellissimo giardino, ordinatissimo e pieno di profumi, ricco di
ogni tipo di pianta, benissimo disposto, con grande intelligenza
e raffinatezza, e per di più questo è un giardino
che posso osservare attraverso una vetrata enorme - la veste strumentale
brahmsiana - che mi permette di apprezzarne ogni angolo con la migliore
prospettiva. Schumann invece lo osservo attraverso una finestrella
sghemba, perché la sua veste strumentale spesso è
quasi goffa e non mi permette uno sguardo esaustivo: c'è
sempre qualcosa che devo immaginare, che mi si nasconde, eppure
quello, per me, è proprio il "giardino delle fate".
C'è qualcosa di incommensurabilmente profondo e ispirato,
una poesia, una potenza immaginifica - ad esempio nelle arditezze
armoniche - che sconvolge e fa pensare a qualcosa di oltre-umano.
Non so se Schumann fosse credente, ma la sua musica ti fa pensare
che non può essere tutto qua...
Ecco, io tutto questo lo ritrovo nei suoi trii, ed è un elemento
di continuità che attraversa tutto il mondo e la produzione
schumanniani".
Eppure
le discontinuità esistono
"Sì, le differenze fra i tre trii ci sono, eccome. Il
primo è un'opera ribollente, scritta di getto: secondo me
è un omaggio funebre alla memoria di Mendelssohn, con quei
palesi riferimenti all'op. 49 di Felix nel primo movimento
- inizio del ponte modulante, prime note del primo tema stesso -
ma anche (è una mia teoria) con le note F-B-G-(A) che potrebbero
essere le iniziali di F(elix) B(artholdy) G(estorben). Il secondo
è perfetto: nelle proporzioni, nell'ispirazione che non viene
mai meno, nel perfetto dominio delle diverse emozioni. Alcuni momenti
sono di una poesia struggente - penso alla coda dell'esposizione
del primo movimento, al tema "arcaico" di fate del secondo,
alla coda del terzo, a quella del quarto; ma si tratta di una poesia
più contemplata e dosata che nell'op. 63.
Il terzo trio è il più contorto: senza arrivare -
come Joachim - a censurare l'ultimo Schumann, bisogna ammettere
che la sua ermeticità si accentua con gli ultimi anni (penso
sempre alla finestrella, opposta alla vetrata brahmsiana). Che cosa
andasse cercando non è facile da indovinare. Il sol minore
ci riporta alla passionalità dell'op. 63, con una
vena di malinconia in più: era un presagio della fine?".
Ancora
sulla goffaggine strumentale: Schumann, come sa, amava dire che
"la migliore fuga sarà sempre quella che il pubblico
scambia
per un valzer di Strauss; in altre parole, quando
le radici artistiche sono coperte come le radici di una pianta,
in modo che noi percepiamo soltanto il fiore". Nella sua scrittura
per trio, però, la mia impressione è che spesso si
colgano più le radici del fiore, gli sforzi di distribuire
il materiale tra gli strumenti anziché lasciare tutto al
pianoforte.
"Sono perfettamente d'accordo: c'è nei trii di Robert
il tentativo di emancipare la scrittura da una visione pianistica
totalizzante, e questo è uno degli aspetti - forse il più
palese - della "goffaggine" di cui dicevamo prima. Per
di più non è che la parte del pianoforte sia scritta
"bene", alla Liszt o alla Rachmaninov, per intenderci,
quando a sforzo dieci corrisponde risultato cento. Con Schumann
spesso tu dai cento e ottieni dieci. Mi chiedo spesso, però:
se Robert fosse arrivato a un superiore livello di padronanza dei
mezzi, a una maggiore levigatezza di fattura, sarebbe stato sempre
lui? O non sarebbe poi stato un secondo Mendelssohn? Non si sarebbe
perso il fascino arcano del suo personale giardino delle fate?
In ogni modo non so se della pianta sia più bello vedere
anche le radici o solo il fiore. Io, come interprete, mi sforzo
sempre di trovare il bandolo della matassa, di capire dove sono
le radici. E non è sempre così facile. Anche se conosci
tanta musica, se leggi, se ti documenti, a volte ci vogliono anni
per arrivare alle radici. È come nella vita: a quarant'anni
ti dici "quanto ero scemo a venti". Tutto questo per dire
che le radici vorrei in qualche modo poterle mostrare a chi mi viene
ad ascoltare: sarà lui poi a scegliere se fermarsi a guardare
il fiore, se lasciar scorrere lo sguardo lungo il fusto, se penetrare
nella terra".
Tra
fiore e radici, scrittura pianistica e partitura per trio, tra Schumann
e Brahms - a parte le possibili corna
- secondo te Clara che
posto occupa? Ha una sua autonomia ideativa e tecnica o è
uno specchio delicato del genio di Robert?
"Trovo alcuni Lieder di Clara veramente eccellenti e
molto ispirati: valga per tutti il celebre Er ist gekommen.
Il Trio - che ho suonato molte volte - è a detta di
molti la sua opera meglio riuscita: io trovo che abbia momenti belli
come il movimento lento e pagine più ordinarie. Se devo essere
sincero credo che se non fosse opera della moglie di Schumann o
comunque di un compositore donna non avrebbe lo stesso interesse...
D'altra parte credo sia molto difficile scindere il nostro giudizio
estetico su una composizione dall'idea che già abbiamo del
suo autore". (n.c.)
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