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Beethoven
ha composto cinque sonate per violoncello e pianoforte distribuite
nell'arco della sua vicenda compositiva, dal 1796 dell'op. 5
fino al 1815 dell'op. 102. Sommandole ai tre cicli di variazioni
scritti strada facendo, ci si rende conto di quanto i violoncellisti
debbano essergli grati. Se nelle prime due sonate Beethoven è ancora
affaccendato a risolvere problemi di equilibrio e di forma e ad
affrancare il violoncello dal ruolo svolto nel basso continuo, al
termine dell'impresa tra i due strumenti c'è intesa perfetta: la
compiutezza dell'op. 102 è tale da anticipare il cosiddetto
"terzo stile", caratterizzato dall'uso del contrappunto, dal ruolo
non più soltanto ornamentale degli abbellimenti, dall'importanza
del recitativo strumentale. A distanza di poche stagioni da quella
affidata al duo Brunello-Lucchesini, l'Unione Musicale propone una
nuova esecuzione integrale dell'opera per violoncello e pianoforte
di Beethoven: protagonisti questa volta Enrico Dindo e Pietro De
Maria.
Come
si colloca la produzione beethoveniana all'interno della letteratura
per violoncello?
Dindo: "L'opera di Beethoven segna una svolta epocale, forse
la più importante della storia dello strumento: lo rende protagonista
sia nella musica da camera sia in ambito solistico - nel Triplo
Concerto il violoncello ha una parte di assoluto protagonismo
- ed è un punto di non ritorno verso la definitiva nobilitazione".
La
scrittura di Beethoven è violoncellistica oppure adotta soluzioni
tecniche e impianti tonali difficili per lo strumento?
Dindo: "Come un po' tutti i grandi compositori anche Beethoven
si avvalse della consulenza di celebri solisti dell'epoca: le prime
due sonate furono scritte in prospettiva di un viaggio a Berlino
alla corte di Federico Guglielmo II, violoncellista, alla cui corte
suonavano i fratelli Jean-Pierre e Jean-Louis Duport, virtuosi straordinari.
Fin dall'op. 5 si tratta di una scrittura congeniale allo
strumento, anche se all'inizio l'impiego del violoncello è discontinuo,
nel giro di poche misure si passa da una situazione di accompagnamento
a un protagonismo virtuosistico, cosa che rende complicata l'esecuzione".
Sul
fronte pianistico qual è la sonata più impegnativa e la più gratificante?
De Maria: "Non saprei… Forse il pianoforte è più impegnato
nelle prime due, ma non per questo le ritengo più gratificanti.
La gratificazione nasce dal raggiungimento dell'equilibrio assoluto
fra i due strumenti, e questo accade a partire dall'op. 69".
Esistono
modelli interpretativi ai quali vi rivolgete?
De Maria: "Possiedo la registrazione di Richter e Rostropovic,
però quando ho iniziato lo studio delle sonate mi è stato d'aiuto
il fatto di non aver mai approfondito questo repertorio. È stato
stimolante mettersi a lavorare senza avere in testa particolari
interpretazioni storiche, che se da una parte offrono infiniti motivi
di ispirazione, dall'altra potrebbero costituire un freno inibitorio".
Dindo: "Prima di affrontare un'integrale occorre ascoltare
e analizzare tutti i grandi del passato che ne han lasciato un'incisione.
Nel caso di Beethoven ritengo che non esista un interprete di riferimento,
c'è dell'ottimo da parte di tutti. Se proprio fossi obbligato a
fare un nome, direi Antonio Janigro".
Che
tra l'altro è stato uno dei suoi maestri… E lei hai delle preferenze
tra le sonate?
Dindo: "Abbracciano un tempo lunghissimo, per cui il percorso
è vasto e differenziato: se pensiamo al primo tema dell'op. 5
n. 1 e all'ultimo movimento fugato dell'op. 102 n. 2,
sono due mondi completamente diversi, potrebbe essere musica scritta
da autori diversi. Beethoven ha avuto uno sviluppo impressionante.
Questo fa sì che ogni sonata abbia una propria caratteristica; per
me è impossibile sceglierne una in particolare".
Per
quanto riguarda le variazioni, concordate sul giudizio della critica
che le considera un po' come una esercitazione di stile per sperimentare
soluzioni tecniche e timbriche?
Dindo: "Nell'Ottocento la forma della variazione spesso si
colloca nell'ambito dell'intrattenimento, della soirée musicale
salottiera, e i tre cicli di variazioni beethoveniane non fanno
eccezione. Vanno suonate come divertissement e non come musica
assoluta. È chiaro che l'interprete deve cambiare atteggiamento
quando suona le variazioni rispetto a quando affronta le sonate.
Alternare le une alle altre all'interno del programma della stessa
serata rende giustizia alla complessità e alla varietà della musica
beethoveniana. Anche per questo noi proponiamo l'integrale in modo
quasi cronologico, per rendere intelligibile l'evoluzione completa".
De Maria: "Sono d'accordo, anche se ritengo che le variazioni
su Bei Männern welche Liebe fühlen dal Flauto magico
abbiano una consistenza maggiore rispetto agli altri due cicli…
Suonarle con Enrico è comunque un piacere, perché possiede qualità
musicali e strumentali fuori dal comune che evitano qualsiasi banalità
esibizionistica". (f.f.)
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mercoledì 7 marzo serie verde giovedì 8 marzo serie
blu Conservatorio ore 21
Enrico Dindo violoncello
Pietro De Maria pianoforte Beethoven. L'opera per
violoncello e pianoforte
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