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marzo 2001
unione musicale
Duo in progress per Beethoven

 

Pietro De Maria


Enrico Dindo

Beethoven ha composto cinque sonate per violoncello e pianoforte distribuite nell'arco della sua vicenda compositiva, dal 1796 dell'op. 5 fino al 1815 dell'op. 102. Sommandole ai tre cicli di variazioni scritti strada facendo, ci si rende conto di quanto i violoncellisti debbano essergli grati. Se nelle prime due sonate Beethoven è ancora affaccendato a risolvere problemi di equilibrio e di forma e ad affrancare il violoncello dal ruolo svolto nel basso continuo, al termine dell'impresa tra i due strumenti c'è intesa perfetta: la compiutezza dell'op. 102 è tale da anticipare il cosiddetto "terzo stile", caratterizzato dall'uso del contrappunto, dal ruolo non più soltanto ornamentale degli abbellimenti, dall'importanza del recitativo strumentale. A distanza di poche stagioni da quella affidata al duo Brunello-Lucchesini, l'Unione Musicale propone una nuova esecuzione integrale dell'opera per violoncello e pianoforte di Beethoven: protagonisti questa volta Enrico Dindo e Pietro De Maria.

Come si colloca la produzione beethoveniana all'interno della letteratura per violoncello?
Dindo
: "L'opera di Beethoven segna una svolta epocale, forse la più importante della storia dello strumento: lo rende protagonista sia nella musica da camera sia in ambito solistico - nel Triplo Concerto il violoncello ha una parte di assoluto protagonismo - ed è un punto di non ritorno verso la definitiva nobilitazione".

La scrittura di Beethoven è violoncellistica oppure adotta soluzioni tecniche e impianti tonali difficili per lo strumento?
Dindo: "Come un po' tutti i grandi compositori anche Beethoven si avvalse della consulenza di celebri solisti dell'epoca: le prime due sonate furono scritte in prospettiva di un viaggio a Berlino alla corte di Federico Guglielmo II, violoncellista, alla cui corte suonavano i fratelli Jean-Pierre e Jean-Louis Duport, virtuosi straordinari. Fin dall'op. 5 si tratta di una scrittura congeniale allo strumento, anche se all'inizio l'impiego del violoncello è discontinuo, nel giro di poche misure si passa da una situazione di accompagnamento a un protagonismo virtuosistico, cosa che rende complicata l'esecuzione".

Sul fronte pianistico qual è la sonata più impegnativa e la più gratificante? De Maria: "Non saprei… Forse il pianoforte è più impegnato nelle prime due, ma non per questo le ritengo più gratificanti. La gratificazione nasce dal raggiungimento dell'equilibrio assoluto fra i due strumenti, e questo accade a partire dall'op. 69".

Esistono modelli interpretativi ai quali vi rivolgete?
De Maria: "Possiedo la registrazione di Richter e Rostropovic, però quando ho iniziato lo studio delle sonate mi è stato d'aiuto il fatto di non aver mai approfondito questo repertorio. È stato stimolante mettersi a lavorare senza avere in testa particolari interpretazioni storiche, che se da una parte offrono infiniti motivi di ispirazione, dall'altra potrebbero costituire un freno inibitorio".
Dindo: "Prima di affrontare un'integrale occorre ascoltare e analizzare tutti i grandi del passato che ne han lasciato un'incisione. Nel caso di Beethoven ritengo che non esista un interprete di riferimento, c'è dell'ottimo da parte di tutti. Se proprio fossi obbligato a fare un nome, direi Antonio Janigro".

Che tra l'altro è stato uno dei suoi maestri… E lei hai delle preferenze tra le sonate?
Dindo: "Abbracciano un tempo lunghissimo, per cui il percorso è vasto e differenziato: se pensiamo al primo tema dell'op. 5 n. 1 e all'ultimo movimento fugato dell'op. 102 n. 2, sono due mondi completamente diversi, potrebbe essere musica scritta da autori diversi. Beethoven ha avuto uno sviluppo impressionante. Questo fa sì che ogni sonata abbia una propria caratteristica; per me è impossibile sceglierne una in particolare".

Per quanto riguarda le variazioni, concordate sul giudizio della critica che le considera un po' come una esercitazione di stile per sperimentare soluzioni tecniche e timbriche?
Dindo: "Nell'Ottocento la forma della variazione spesso si colloca nell'ambito dell'intrattenimento, della soirée musicale salottiera, e i tre cicli di variazioni beethoveniane non fanno eccezione. Vanno suonate come divertissement e non come musica assoluta. È chiaro che l'interprete deve cambiare atteggiamento quando suona le variazioni rispetto a quando affronta le sonate. Alternare le une alle altre all'interno del programma della stessa serata rende giustizia alla complessità e alla varietà della musica beethoveniana. Anche per questo noi proponiamo l'integrale in modo quasi cronologico, per rendere intelligibile l'evoluzione completa".
De Maria: "Sono d'accordo, anche se ritengo che le variazioni su Bei Männern welche Liebe fühlen dal Flauto magico abbiano una consistenza maggiore rispetto agli altri due cicli… Suonarle con Enrico è comunque un piacere, perché possiede qualità musicali e strumentali fuori dal comune che evitano qualsiasi banalità esibizionistica". (f.f.)

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mercoledì 7 marzo serie verde giovedì 8 marzo serie blu Conservatorio ore 21
Enrico Dindo violoncello
Pietro De Maria pianoforte Beethoven. L'opera per violoncello e pianoforte