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Noi,
recenti orfani del Novecento, abbiamo sostituito riti antichi con
nuovi, ma non abbiamo conservato il sentimento del sacro. Già
in declino un secolo e mezzo fa, si trovava tuttavia qualche convinto
testimone.
Come Anton Bruckner, rivolto per predestinazione verso l'invisibile,
con il conforto di una comunità che segue coralmente le tracce
spirituali dei padri. Egli rende solenne ogni cenno compositivo
come l'ostensione di un calice.
Ad Ansfelden, in quel paese di contadini dell'Austria del Nord,
provinciale e chiuso seppure non lontano da Vienna, la musica nella
seconda metà dell'Ottocento era non solo servizio ma anche
sentimento religioso.
Bruckner, ormai maturo e affermato, non dimentica tutto questo nel
comporre il Te Deum nel 1881. Lo crea di getto, come quando,
stretti da un'emozione intensa, ci viene l'impulso di scrivere una
poesia. Ma lo rivede per quasi tre lustri, come per ripensare molte
volte al modo di ringraziare per un lascito importante.
Nell'opera investe non solo tutto il suo credo, ma anche il patrimonio
linguistico musicale appreso dalla tradizione sacra: un modello
gregoriano di vocalità, evoluzioni virtuosistiche tipiche
di certa decoratività tardo-barocca, preziosa polifonia rinascimentale.
Si cimenta nell'ordire una fuga intricata e vorticosa, ma si serve
con sapienza di una coralità spiegata, tripudiante.
La scelta degli strumenti partecipa alla gran festa di devozione.
L'organo aggiunto in funzione di pedale è lo stagno nel quale
si riflette la sonorità di tutta l'orchestra bruckneriana,
immenso organo dai registri lucenti, tanto pronti al clamore quanto
a nascondersi sotto un discreto e tenero recitare delle voci soliste.
L'accostamento Te Deum-Nona Sinfonia, non fa che assecondare
il pensiero mai realizzato del compositore di adattare l'opera sacra
a finale suggello dell'ultima sinfonia. Del finale restano invece
una quarantina di pagine. Invero alla foggia di un'opera d'arte
concorre anche il caso, e l'incompiutezza assume un valore significante:
l'ultimo movimento resta un lungo adagio, vario come la fantasia
riepilogativa di un'esistenza intera. Il quadro dissolve come il
rassegnato svigorirsi del soffio vitale di fronte al dubbio irrisolto
tra lodare Iddio perché la morte è vita o maledirlo
perché la vita è morte.
Bruckner sapeva che sarebbe stato l'ultimo lavoro: i precedenti
di Beethoven e Schubert rappresentavano più che un presagio.
Per questo lo pensa grande, testamentario, ricco di lasciti e autocitazioni.
Sarebbe un patetico memoriale se lo spirito forgiante non si fosse
prodigato per rigenerare quella materia - già impiegata -
per una forma nuova. La lentezza senile nel comporla gli è
di peso, ma leggero è il pensiero di Dio, cui rivolge, con
candore e coraggio, una dedica.
La partita compositiva è giocata da due contendenti archetipici
della musica: il ritmo battente e il canto corale. Un confronto
senza fusione: natura-uomo, vecchia storia di parentele difficili,
di figli irrequieti e madri matrigne. La conciliazione non è
credibile per un artista che ammicca alla modernità e usa
un linguaggio che guarda al futuro. È così che il
canto tocca intervalli distanti, gli ottoni non temono di cozzare
contro dissonanze aspre e squillanti, i bassi brontolano spesso
cromatismi enigmatici e oscuri. Il ritmo nello Scherzo è
ossessivo e straniante, ricorda Stravinskij.
Di fronte alle manieristiche dimensioni delle opere di Bruckner,
come agli affreschi michelangioleschi o ai capolavori mantovani
di Giulio Romano chi assiste si può disporre in due modi:
lo stupore d'impatto - forte ma animalesco -, per la varietà
e l'abbondanza di colori e di forme, oppure lo sguardo analitico,
che sposta il fuoco ora su un particolare ora verso un suggestivo
angolo della campitura. Consiglio il secondo, che permette di rinnovare
ogni volta l'ascolto con sfumature differenti senza perdere la visione
del tutto. Il primo dura come il botto di un fuoco d'artificio,
l'altro si distende come un orizzonte pensoso. (g.n.)
Aprirà
il mese di marzo (giovedì 1 alle 20.30 e venerdì 2
alle 21 al Lingotto) sul podio dell'Orchestra Sinfonica
Nazionale della RAI Georges Prêtre impegnato in tre fra
le più popolari e "monumentali" composizioni della storia della
musica: i Quadri da un'esposizione di Musorgskij-Ravel,
L'uccello di fuoco di Stravinskij e il Boléro di
Ravel.
A seguire l'appuntamento di giovedì 8 e venerdì 9
con il giovane pianista Vardan Mamikonian guidato
dal direttore onorario Eliahu Inbal: in programma pagine
di Bartók, Liszt e Kodály.
Sempre Inbal sarà fra i protagonisti dei concerti di giovedì
15 e venerdì 16 con un programma tutto bruckneriano
(vedi articolo in pagina): insieme a lui il soprano ungherese
Anna Korondi, da Colonia il mezzosoprano Ursula Hesse
e Daniel Kirch, tenore ventiseienne, Manfred Hemm,
basso austriaco, l'Athestis Chorus diretto dal maestro
Filippo Maria Bressan.
Per l'ultimo appuntamento del mese, giovedì 22 e venerdì
23, ospiti d'eccezione per un brano "straordinario": Maddalena
Crippa e Aldo Busi saranno le voci narranti di Amori
incrociati di Azio Corghi, opera in prima esecuzione assoluta,
appositamente commissionata per l'OSN. Attrice eclettica e di
notevole temperamento, Maddalena Crippa ha interpretato con
originalità e rigore stilistico tutti i ruoli della sua carriera
condotta sempre al fianco di importanti registi della scena
internazionale. Aldo Busi è sicuramente uno dei più controversi
scrittori contemporanei, apprezzato e conosciuto oltre che per
i suoi libri anche per le sue irriverenti e sempre imprevedibili
apparizioni tv. Nella stessa serata il giovane violoncellista
norvegese Truls Mørk eseguirà il Concerto n. 1
di Haydn; sul podio Gianandrea Noseda, più volte ospite
dell'OSN, artista dalla carriera fulminea, ormai solidamente
confermatosi come una delle realtà italiane più significative
nell'ambito internazionale della direzione. |
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