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marzo 2001
orchestra sinfonica nazionale della RAI
Il sentimento religioso di Bruckner

 

Maddalena Crippa

 


Truls Mork

Gianandrea Noseda

Noi, recenti orfani del Novecento, abbiamo sostituito riti antichi con nuovi, ma non abbiamo conservato il sentimento del sacro. Già in declino un secolo e mezzo fa, si trovava tuttavia qualche convinto testimone.
Come Anton Bruckner, rivolto per predestinazione verso l'invisibile, con il conforto di una comunità che segue coralmente le tracce spirituali dei padri. Egli rende solenne ogni cenno compositivo come l'ostensione di un calice.
Ad Ansfelden, in quel paese di contadini dell'Austria del Nord, provinciale e chiuso seppure non lontano da Vienna, la musica nella seconda metà dell'Ottocento era non solo servizio ma anche sentimento religioso.
Bruckner, ormai maturo e affermato, non dimentica tutto questo nel comporre il Te Deum nel 1881. Lo crea di getto, come quando, stretti da un'emozione intensa, ci viene l'impulso di scrivere una poesia. Ma lo rivede per quasi tre lustri, come per ripensare molte volte al modo di ringraziare per un lascito importante.
Nell'opera investe non solo tutto il suo credo, ma anche il patrimonio linguistico musicale appreso dalla tradizione sacra: un modello gregoriano di vocalità, evoluzioni virtuosistiche tipiche di certa decoratività tardo-barocca, preziosa polifonia rinascimentale. Si cimenta nell'ordire una fuga intricata e vorticosa, ma si serve con sapienza di una coralità spiegata, tripudiante.
La scelta degli strumenti partecipa alla gran festa di devozione. L'organo aggiunto in funzione di pedale è lo stagno nel quale si riflette la sonorità di tutta l'orchestra bruckneriana, immenso organo dai registri lucenti, tanto pronti al clamore quanto a nascondersi sotto un discreto e tenero recitare delle voci soliste.
L'accostamento Te Deum-Nona Sinfonia, non fa che assecondare il pensiero mai realizzato del compositore di adattare l'opera sacra a finale suggello dell'ultima sinfonia. Del finale restano invece una quarantina di pagine. Invero alla foggia di un'opera d'arte concorre anche il caso, e l'incompiutezza assume un valore significante: l'ultimo movimento resta un lungo adagio, vario come la fantasia riepilogativa di un'esistenza intera. Il quadro dissolve come il rassegnato svigorirsi del soffio vitale di fronte al dubbio irrisolto tra lodare Iddio perché la morte è vita o maledirlo perché la vita è morte.
Bruckner sapeva che sarebbe stato l'ultimo lavoro: i precedenti di Beethoven e Schubert rappresentavano più che un presagio. Per questo lo pensa grande, testamentario, ricco di lasciti e autocitazioni. Sarebbe un patetico memoriale se lo spirito forgiante non si fosse prodigato per rigenerare quella materia - già impiegata - per una forma nuova. La lentezza senile nel comporla gli è di peso, ma leggero è il pensiero di Dio, cui rivolge, con candore e coraggio, una dedica.
La partita compositiva è giocata da due contendenti archetipici della musica: il ritmo battente e il canto corale. Un confronto senza fusione: natura-uomo, vecchia storia di parentele difficili, di figli irrequieti e madri matrigne. La conciliazione non è credibile per un artista che ammicca alla modernità e usa un linguaggio che guarda al futuro. È così che il canto tocca intervalli distanti, gli ottoni non temono di cozzare contro dissonanze aspre e squillanti, i bassi brontolano spesso cromatismi enigmatici e oscuri. Il ritmo nello Scherzo è ossessivo e straniante, ricorda Stravinskij.
Di fronte alle manieristiche dimensioni delle opere di Bruckner, come agli affreschi michelangioleschi o ai capolavori mantovani di Giulio Romano chi assiste si può disporre in due modi: lo stupore d'impatto - forte ma animalesco -, per la varietà e l'abbondanza di colori e di forme, oppure lo sguardo analitico, che sposta il fuoco ora su un particolare ora verso un suggestivo angolo della campitura. Consiglio il secondo, che permette di rinnovare ogni volta l'ascolto con sfumature differenti senza perdere la visione del tutto. Il primo dura come il botto di un fuoco d'artificio, l'altro si distende come un orizzonte pensoso. (g.n.)

Aprirà il mese di marzo (giovedì 1 alle 20.30 e venerdì 2 alle 21 al Lingotto) sul podio dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI Georges Prêtre impegnato in tre fra le più popolari e "monumentali" composizioni della storia della musica: i Quadri da un'esposizione di Musorgskij-Ravel, L'uccello di fuoco di Stravinskij e il Boléro di Ravel.
A seguire l'appuntamento di giovedì 8 e venerdì 9 con il giovane pianista Vardan Mamikonian guidato dal direttore onorario Eliahu Inbal: in programma pagine di Bartók, Liszt e Kodály.
Sempre Inbal sarà fra i protagonisti dei concerti di giovedì 15 e venerdì 16 con un programma tutto bruckneriano (vedi articolo in pagina): insieme a lui il soprano ungherese Anna Korondi, da Colonia il mezzosoprano Ursula Hesse e Daniel Kirch, tenore ventiseienne, Manfred Hemm, basso austriaco, l'Athestis Chorus diretto dal maestro Filippo Maria Bressan.
Per l'ultimo appuntamento del mese, giovedì 22 e venerdì 23, ospiti d'eccezione per un brano "straordinario": Maddalena Crippa e Aldo Busi saranno le voci narranti di Amori incrociati di Azio Corghi, opera in prima esecuzione assoluta, appositamente commissionata per l'OSN. Attrice eclettica e di notevole temperamento, Maddalena Crippa ha interpretato con originalità e rigore stilistico tutti i ruoli della sua carriera condotta sempre al fianco di importanti registi della scena internazionale. Aldo Busi è sicuramente uno dei più controversi scrittori contemporanei, apprezzato e conosciuto oltre che per i suoi libri anche per le sue irriverenti e sempre imprevedibili apparizioni tv. Nella stessa serata il giovane violoncellista norvegese Truls Mørk eseguirà il Concerto n. 1 di Haydn; sul podio Gianandrea Noseda, più volte ospite dell'OSN, artista dalla carriera fulminea, ormai solidamente confermatosi come una delle realtà italiane più significative nell'ambito internazionale della direzione.
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