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Chi
sa se il pianista Vardan Mamikonian è discendente del generalissimo
suo omonimo che, nella battaglia di Avarayr del 451, difese la fede
cristiana di un'intera città. Chi sa se l'energia fisica che l'artista
armeno effonde attraverso le sue grandi mani - capaci di abbracciare
oltre dieci tasti del pianoforte - nasce da un viscerale coinvolgimento
di sé simile a quello dimostrato dall'avo conterraneo, quando diceva
fiero ai suoi soldati: "Chi credeva che il Cristianesimo fosse per
noi come un indumento, ora intenda che non può strapparcelo come
il colore della nostra pelle". Di certo siamo di fronte a un pianista
dotato di apicale vigore e padronanza tecnica, che tuttavia, nel
corso degli anni, ha imparato ad asservire il corpo al pensiero
musicale. Ha attenuato le esuberanze, prendendo coscienza di quanto
un'idea totale dell'arte abbia bisogno di quotidiano, minuzioso
amore per la perfezione. Il generale sa che la forza va dosata attraverso
un progetto strategico accorto. La sua carriera segue un filo culturale
teso da secoli tra l'Est Europa estremo, dove nasce e si forma,
e la Francia, dove raccoglie i primi, decisivi frutti. Figlio d'arte
(madre violinista e padre insegnante di musica da camera), a sedici
anni (nel 1986) si trasferisce a Mosca ed entra in contatto con
la tradizione pianistica russa attraverso Valery Kastelski, insegnante
presso il Conservatorio della capitale. A vent'anni inizia a mietere
riconoscimenti importanti: nel 1990 il premio al concorso internazionale
"Yvonne Lefébure", a Saint Germain-en-Laye e nel 1992 un'inaspettata
affermazione al World Music Master di Montecarlo, concorso aperto
esclusivamente a vincitori d'altri concorsi internazionali. La carriera
è aperta, inizialmente in Europa e, molto recentemente, negli Stati
Uniti, con il debutto alla Carnegie Hall. Un'indole artistica come
descritta sopra non può che trovare esaltazione nella grande letteratura
musicale russa e nel repertorio romantico. Per questo la lettura
di Vardan Mamikonian del Concerto n. 1 in mi bemolle maggiore
di Franz Liszt (giovedì 8 e venerdì 9 marzo al Lingotto) non potrà
che sorprendere il pubblico torinese. L'opera del compositore ungherese
che respira come un organismo sinfonico di ampie e articolate dimensioni,
chiede al pianoforte d'insinuarsi nella trama orchestrale d'imperio
o cantando a fil di voce, sfidando la voluminosità esondante del
"tutti" o trillando sullo sfondo di un cicaleccio tra pochi legni
appartati dagli altri strumenti. A Vardan non occorrerà battagliare
come il generalissimo per far vincere un'idea alta, sarà sufficiente
liberare dalle dita una fastosa fantasia di colori. (g.n.)
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Breve
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