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"Avrai
tu l'Universo, resti l'Italia a me". È questa l'allettante
proposta che Ezio, generale dell'impero romano d'occidente, fa ad
Attila, che ha invaso l'Italia a capo di un'orda di Unni. Costui
però respinge la proposta, accusando Ezio di tradimento e
mostrandosi quindi - nella versione di Verdi mutuata dal Werner
- leale e generoso, abbastanza alieno dalla ferocia che la tradizione
gli ha cucito addosso per sempre.
Con il cosiddetto "flagello di Dio" il Piccolo Regio ha
iniziato mercoledì 14 febbraio (per concluderlo il 23 maggio)
un viaggio particolarmente interessante attraverso quei personaggi
che meglio chiariscono il complesso dei molteplici stati d'animo
da Verdi tradotti sulla scena durante il suo lunghissimo itinerario
artistico. Attila, tiranno di buon cuore, cede ora il passo alla
diabolica coppia Macbeth, che vede lui interamente succube della
terribile moglie (da Verdi privata addirittura del nome di battesimo),
ma alla fine capace di un autonomo gesto di disperata fierezza,
mentre la regina paga con la follia la sua nequizia.
Con Rigoletto - uno dei grandi personaggi da Verdi affidati al prediletto
registro di baritono - si configura uno "spaccato" globale
della drammaturgia verdiana, dove, in un delicato gioco di equilibri,
si scontrano e si annullano il pungente sarcasmo del buffone e l'affetto
avvolgente del padre, la disperata solitudine del "diverso"
e l'impotente ribellione del debole. Un'altra vinta della vita è
senza dubbio Violetta, per certi aspetti forse il più grande
personaggio uscito dalla fantasia di Verdi, nel quale la passione
travolgente della donna che cerca di liberarsi da un passato che
la condanna, si spegne nel prevalere della convenzione perbenista
che la obbliga al sacrificio supremo dell'amore.
Con Azucena, creatura di singolare forza espressiva, è la
madre a irrompere nell'universo maschile verdiano dominato dalla
figura del padre: il modo scelto è però del tutto
anomalo, poiché è il sentimento della vendetta a prevalere
sull'istinto materno più autentico. Tutti gli stati d'animo,
dalla gioia esaltante alla brillante spensieratezza, dalla passione
alla schiettezza d'animo, dal dramma della rinuncia alla tragedia
della morte, si ritrovano invece in Riccardo di Warwick, il più
completo personaggio che Verdi abbia scritto per tenore.
Il pessimismo di fondo riaffiora irresistibile in Leonora di Vargas,
nella quale delusione amorosa e senso di colpa si fondono per tradursi
in una voluttà estrema di redenzione, fino alla catarsi finale
che sanziona tragicamente la "forza del destino". Un tragico
fato (per gli altri) aleggia anche sulla grandiosa figura di Filippo
II, vittima della solitudine del potente, cui una volontà
dispotica, propria e di altri, precludono l'amore della moglie e
del figlio, la devozione dei sudditi fiamminghi, la comprensione
della Chiesa.
Lo scontro fra le ragioni dell'amor di patria e quelle dell'amore
individuale costituisce invece il nocciolo del rapporto fra Amneris
e Aida che si contendono l'amore di Radames, in un viluppo di opposti
sentimenti che solo la mortale gelosia dell'una e il sacrificio
supremo dell'altra riusciranno a sciogliere. È ancora la
gelosia, in un'insana forma autodistruttiva, che domina Otello spingendolo
a cadere nella rete diabolicamente tessuta da Jago, autentico genio
del male.
Dopo tanto pessimismo finalmente si apre nel mondo di Verdi uno
spiraglio di ottimistico buonumore, temperato da una punta di sano
cinismo falstaffiano: "Tutto nel mondo è burla!".
Chi l'avrebbe detto, dopo tanti drammi e tragedie?
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