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novembre 2001
gli argomenti del mese
Jérôme Savary, teatro come festa
di Piero Ferrero

 

Carmen




Jérome Savary




Le personalità come quella di Savary (che firma la prima mondiale di Carmen 2 le retour al Regio) vengono abitualmente definite eclettiche per la capacità che hanno di passare da un atteggiamento a un altro, da un'idea all'altra senza sosta e pausa, nella continua e scoperta esigenza di invenzioni nuove e inattese, sotto la spinta alla rivelazione del nuovo e dell'inatteso nel déjà vu: virtù, questa seconda, che, soprattutto in teatro, è più espressivamente indicabile con il termine di genialità.
Jérôme Savary, nato a Buenos Aires nel 1942 (uno degli argentini di Francia, che non sono pochi: Copi, Jorge Lavelli, Alfredo Arias, Facundo Bo…), esprime la sua ecletticità (e, conseguentemente, il suo eclettismo, "ça va sans dire", ora recitando (è attore), ora scrivendo perché è spesso autore delle pièce che mette in scena, ora naturalmente facendo le regie più spericolatamente divertenti, forse del nostro tempo.
Savary è fondamentalmente un inventore di festa: pressoché tutto quello che fa tende, infatti, a un coinvolgimento strettissimo del pubblico, al quale viene con insistenza chiesto di affidarsi (più ancora che di crederci) allo spettacolo come al più bello dei giochi ai quali si possa partecipare.
La memoria recente, nel pubblico torinese, della sua realizzazione scenica del Comte Ory farà presto a recuperare l'immagine e la sostanza teatrale di un regista che ha nel suo armamentario tutte le spezie necessarie a scoprire o a riscoprire in un testo comico i sapori più singolari, i più strani e anche i più autentici: nel caso del Comte Ory, impregnata com'è l'opera rossiniana di umori che più francesi non si possono immaginare, certo Savary aveva il compito facilitato; ma chi ricorda la sua regia di Le bourgeois gentilhomme di Molière, nel quale al contrario gli umori e i sapori sono per lo più di schietta derivazione italiana attraverso la Commedia dell'Arte, certo si fermerà ammirato davanti alla capacità sovrana di questo regista di appropriarsi di stili i più diversi e utilizzare le maniere, gli stilemi, i topoi più svariati e di più improbabile provenienza: basterà ricordare la turquerie di quella regia per averne un'idea più che esatta.
Questa capacità è certo il risultato delle esperienze che Savary ha fatto nel corso della sua vita non soltanto nel mondo del teatro. A parte i molti mestieri esercitati in gioventù, conta moltissimo, nella sua formazione, il soggiorno a New York, città in cui frequenta con assiduità il mondo del jazz: è una scuola nella quale può intensamente applicare l'orecchio e il talento a sviluppare la sua naturale vocazione alla "variazione".
Savary propone e difende un teatro che risulta essere, in ultima analisi, un contenitore disinibito di tante tendenze e di tutti i possibili strumenti dello spettacolo: là dove c'è movimento e immagine, meglio se immediatamente coniugati e coniugabili, c'è anche Savary. La sua fantasia non è di quelle che procedono - all'apparenza - per esclusione; lo sappiamo tutti, nel regno dello spettacolo si può procedere secondo due direttrici: l'accumulo oppure lo scarto, si può mettere in una regia tutto quello che ci sta (molti a Torino conservano sicura memoria delle regie "odiosamate" ma fascinose di Aldo Trionfo) oppure escludere con rigore maniacale tutto quel che può anche solo di lontano dare il sospetto di essere orpello e abbellimento (una regia memorabile per tutte sotto questo profilo è Il campiello di Goldoni realizzato da Strehler).
Nel caso di Savary appare difficile definire quali limiti si ponga: nella congerie degli elementi dei suoi spettacoli c'è una tale sofisticata scelta degli accostamenti i più improbabili, negli accoppiamenti i più assurdi, che nasce il dubbio che tutto quel materiale sia stato in realtà accuratamente vagliato e che dalla gran massa delle offerte di una fantasia traboccante sia stato prelevato il minimo indispensabile; perché una delle caratteristiche delle messe in scena di Savary è proprio questa: per carica che sia la scena non un particolare sfugge a chi guarda e ascolta, segno certo che tutto è stato finalizzato non alla decorazione sola ma al momento preciso dell'azione. Una sua regia della Périchole di Jacques Offenbach (un'operetta incantevole, naturalmente ignoratissima dalle scene in Italia, come quasi tutto Offenbach del resto) era un campionario di tutte le possibili invenzioni e di ogni "presumibile" assurdità: eppure l'insieme era calibrato al millesimo, l'azione scorreva impavida di gag in gag e, quel che più conta, la sfrontatezza della musica ne veniva incredibilmente esaltata. Perché una delle particolarità delle regie di Savary, quando affronta il teatro d'opera, è proprio quella di servire il musicista con fedeltà totale. Savary, per amore dell'invenzione, non va mai "contro" un musicista: è da quel che trova scritto nella musica che parte la sua costruzione dello spettacolo. Torniamo pure al Comte Ory: molto di rado Rossini fu meglio servito.
Naturalmente in un teatro che si pone questi obiettivi sarebbe, non diciamo vano, ma assurdo cercare le sottigliezze della psicologia: il teatro di Savary esalta al massimo grado gli elementi materiali della scena; non per nulla l'attore ha un'importanza sovrana, in quanto corpo. Alle radici delle sue messe in scena si ricerchino pure, in tutta tranquillità, forme di spettacolo considerate ibride o minori (senza nessuna ragione, sia ben chiaro, perché minori non sono per nulla) come il circo o il music hall nelle quali il corpo umano ha importanza grandissima; ma non si dimentichi neppure che grande alimento il suo teatro ha tratto dalle esperienze "epiche" che la scena europea ha fatto negli anni Cinquanta e Sessanta. È da queste esperienze che Savary ha desunto la necessità di plasmare sulla scena la figura umana e affidarle il compito più forte sul piano dell'espressività (forse, anche se può sembrare paradossale, considerato l'alto grado "comico" delle regie di Savary, l'aggettivo che le qualifica più appropriatamente è "espressionistiche"); e di unire al corpo dell'attore la sottolineatura di oggetti delle più disparate provenienze: Savary non rifugge da scenografie che sanno di teatro di piazza e non ha esitato, quando la cosa fosse stata necessaria, a far entrare in scena animali - e non erano mai animali addomesticati - in modo che l'attore fosse costretto, per necessità, a essere "essenziale".
Il linguaggio teatrale, e quindi poetico, di Savary è costituito fondamentalmente da una catena di avvenimenti che si agganciano l'uno all'altro secondo una logica che è soltanto del gioco organizzato sulla scena: e questi avvenimenti si risolvono spesso in un'immagine, vale a dire nell'elemento che in teatro è pressoché riconoscibile da tutti, che ha meno bisogno di filtri e codici; lo stile di Savary nasce su e da queste immagini, e insieme dalla maniera accanita con la quale le sfrutta e utilizza, fino al limite dell'assurdo: chi non ricorda, avendo visto lo spettacolo, la scena della lezione nel Bourgeois gentilhomme? O la serie indimenticabile e irridente delle immagini della Sacra Famiglia nell'incantevole Les grands sentiments? D'altro canto Savary è regista aperto alle provocazioni lui per primo: come si spiegherebbe, altrimenti, che in uno stesso anno (1994) abbia messo in scena due opere lontane come galassie una dall'altra: La resistibile ascesa di Arturo Ui di Brecht e Chanteclair di Rostand, la prima acida ma vigorosa caricatura di un popolo che non vede la propria rovina, la seconda un monumento grandioso al più assoluto kitsch teatrale?
Forse è interessante ricordare che il fatidico 1968 è l'anno in cui non solo esplode il mondo giovanile in quella contestazione che non si è ancora dimenticata, ma è anche l'anno in cui nasce il Grand Magic Circus che ha tutto fuorché l'apparenza di un teatro contestatario e che sembra essere venuto al mondo per portare follia e joie de vivre, anche se il nome completo suona (e Savary è anche in questi particolari) Grand Magic Circus et ses animaux tristes. Alle atmosfere di questo teatro, del resto, Savary è tornato recentemente, esattamente nella stagione 1995-96, con Nina Stromboli ou le demon de midi.
Abbandonate le esperienze di teatro di strada compiute negli anni Sessanta, lasciato l'impegno sociale direttamente affrontato, Savary è rimasto da allora fedele a un teatro che chiede la parte "politica" al pubblico che lo sceglie: questo resta il suo criterio di fondo. La vera partecipazione a una realtà politica è la capacità, in chi fa teatro, di risvegliare l'interesse, la curiosità, il coinvolgimento alle sue forme, le più varie. "Questo è il teatro, per me. Il teatro è stato spesso stravolto da letterati che ne han voluto fare uno strumento che veicolasse la parola. Ma alle origini il teatro serviva piuttosto a veicolare immagini di danza, la musica, muoveva al riso, scuoteva le emozioni. Io non faccio assolutamente teatro d'avanguardia. Mi colloco nella linea della Commedia dell'Arte, del teatro elisabettiano [Savary è autore di una celebre messa in scena di Peccato che fosse una puttana di Ford, n.d.r.], dello "scambio" con il pubblico.
Affermo spesso che il teatro è la sola arte biodegradabile. Se vogliamo che si continui a frequentare il teatro, dobbiamo farne uno che non sia una televisione ingrandita. So benissimo che l'attuale tendenza del teatro è quella dell'one man show. Si riempiono le sale grazie ad attori comici che hanno certamente talento, ma che senza dubbio risultano più economici di una compagnia con attori, costumi e scenografie. E così torno a fare teatro sulle ruote, non per nostalgia ma piuttosto perché sono un uomo di teatro militante" (da un'intervista del 1995).
Difficile incontrare, sulle scene, un talento più composito e più ricco di valenze di quello di Savary: forse soltanto alcuni esempi di follia cinematografica lo richiamano in modo soddisfacente, quelli della parodia assoluta e forse irraggiungibile: i fratelli Marx, e in particolare quel troppo sconosciuto ancora, almeno da noi, A Night at the Opera (Sam Wood e George Kaufman sceneggiatori). Nella totale libertà di invenzione in cui l'irreale sembra essere l'unica dimensione della realtà, nella licenza, vorremmo dire, con cui il mondo dell'opera viene aggredito e deformato, si ravvisano elementi che, nel teatro di Savary, compaiono ossessivamente.
Savary è regista davvero esposto a tutte le tentazioni e che è contentissimo di cedere a tutte, quando ne valga la pena. Il suo teatro comprende la commedia, la tragedia, il canto, la danza, il circo: meglio se c'è un po' di tutto. Si può montare Brecht e si può rendere omaggio al grandissimo Charles Trenet restando fedeli alla propria poesia.
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Teatro Regio Torino
20 novembre-2 dicembre 2001
Carmen 2 le retour
di Jérôme Savary