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Le personalità come quella di Savary (che firma la prima
mondiale di Carmen 2 le retour al Regio) vengono abitualmente definite
eclettiche per la capacità che hanno di passare da un atteggiamento
a un altro, da un'idea all'altra senza sosta e pausa, nella continua
e scoperta esigenza di invenzioni nuove e inattese, sotto la spinta
alla rivelazione del nuovo e dell'inatteso nel déjà
vu: virtù, questa seconda, che, soprattutto in teatro, è
più espressivamente indicabile con il termine di genialità.
Jérôme Savary, nato a Buenos Aires nel 1942 (uno
degli argentini di Francia, che non sono pochi: Copi, Jorge Lavelli,
Alfredo Arias, Facundo Bo
), esprime la sua ecletticità
(e, conseguentemente, il suo eclettismo, "ça va sans dire",
ora recitando (è attore), ora scrivendo perché è
spesso autore delle pièce che mette in scena, ora naturalmente
facendo le regie più spericolatamente divertenti, forse del
nostro tempo.
Savary è fondamentalmente un inventore di festa: pressoché
tutto quello che fa tende, infatti, a un coinvolgimento strettissimo
del pubblico, al quale viene con insistenza chiesto di affidarsi (più
ancora che di crederci) allo spettacolo come al più bello dei
giochi ai quali si possa partecipare.
La memoria recente, nel pubblico torinese, della sua realizzazione
scenica del Comte Ory farà presto a recuperare l'immagine
e la sostanza teatrale di un regista che ha nel suo armamentario tutte
le spezie necessarie a scoprire o a riscoprire in un testo comico
i sapori più singolari, i più strani e anche i più
autentici: nel caso del Comte Ory, impregnata com'è l'opera
rossiniana di umori che più francesi non si possono immaginare,
certo Savary aveva il compito facilitato; ma chi ricorda la sua regia
di Le bourgeois gentilhomme di Molière, nel quale al
contrario gli umori e i sapori sono per lo più di schietta
derivazione italiana attraverso la Commedia dell'Arte, certo si fermerà
ammirato davanti alla capacità sovrana di questo regista di
appropriarsi di stili i più diversi e utilizzare le maniere,
gli stilemi, i topoi più svariati e di più improbabile
provenienza: basterà ricordare la turquerie di quella regia
per averne un'idea più che esatta.
Questa capacità è certo il risultato delle esperienze
che Savary ha fatto nel corso della sua vita non soltanto nel mondo
del teatro. A parte i molti mestieri esercitati in gioventù,
conta moltissimo, nella sua formazione, il soggiorno a New York, città
in cui frequenta con assiduità il mondo del jazz: è
una scuola nella quale può intensamente applicare l'orecchio
e il talento a sviluppare la sua naturale vocazione alla "variazione".
Savary propone e difende un teatro che risulta essere, in ultima analisi,
un contenitore disinibito di tante tendenze e di tutti i possibili
strumenti dello spettacolo: là dove c'è movimento e
immagine, meglio se immediatamente coniugati e coniugabili, c'è
anche Savary. La sua fantasia non è di quelle che procedono
- all'apparenza - per esclusione; lo sappiamo tutti, nel regno dello
spettacolo si può procedere secondo due direttrici: l'accumulo
oppure lo scarto, si può mettere in una regia tutto quello
che ci sta (molti a Torino conservano sicura memoria delle regie "odiosamate"
ma fascinose di Aldo Trionfo) oppure escludere con rigore maniacale
tutto quel che può anche solo di lontano dare il sospetto di
essere orpello e abbellimento (una regia memorabile per tutte sotto
questo profilo è Il campiello di Goldoni realizzato da Strehler).
Nel caso di Savary appare difficile definire quali limiti si ponga:
nella congerie degli elementi dei suoi spettacoli c'è una tale
sofisticata scelta degli accostamenti i più improbabili, negli
accoppiamenti i più assurdi, che nasce il dubbio che tutto
quel materiale sia stato in realtà accuratamente vagliato e
che dalla gran massa delle offerte di una fantasia traboccante sia
stato prelevato il minimo indispensabile; perché una delle
caratteristiche delle messe in scena di Savary è proprio questa:
per carica che sia la scena non un particolare sfugge a chi guarda
e ascolta, segno certo che tutto è stato finalizzato non alla
decorazione sola ma al momento preciso dell'azione. Una sua regia
della Périchole di Jacques Offenbach (un'operetta incantevole,
naturalmente ignoratissima dalle scene in Italia, come quasi tutto
Offenbach del resto) era un campionario di tutte le possibili invenzioni
e di ogni "presumibile" assurdità: eppure l'insieme
era calibrato al millesimo, l'azione scorreva impavida di gag in gag
e, quel che più conta, la sfrontatezza della musica ne veniva
incredibilmente esaltata. Perché una delle particolarità
delle regie di Savary, quando affronta il teatro d'opera, è
proprio quella di servire il musicista con fedeltà totale.
Savary, per amore dell'invenzione, non va mai "contro" un
musicista: è da quel che trova scritto nella musica che parte
la sua costruzione dello spettacolo. Torniamo pure al Comte Ory: molto
di rado Rossini fu meglio servito.
Naturalmente in un teatro che si pone questi obiettivi sarebbe, non
diciamo vano, ma assurdo cercare le sottigliezze della psicologia:
il teatro di Savary esalta al massimo grado gli elementi materiali
della scena; non per nulla l'attore ha un'importanza sovrana,
in quanto corpo. Alle radici delle sue messe in scena si ricerchino
pure, in tutta tranquillità, forme di spettacolo considerate
ibride o minori (senza nessuna ragione, sia ben chiaro, perché
minori non sono per nulla) come il circo o il music hall nelle quali
il corpo umano ha importanza grandissima; ma non si dimentichi neppure
che grande alimento il suo teatro ha tratto dalle esperienze "epiche"
che la scena europea ha fatto negli anni Cinquanta e Sessanta. È
da queste esperienze che Savary ha desunto la necessità di
plasmare sulla scena la figura umana e affidarle il compito più
forte sul piano dell'espressività (forse, anche se può
sembrare paradossale, considerato l'alto grado "comico"
delle regie di Savary, l'aggettivo che le qualifica più appropriatamente
è "espressionistiche"); e di unire al corpo
dell'attore la sottolineatura di oggetti delle più disparate
provenienze: Savary non rifugge da scenografie che sanno di teatro
di piazza e non ha esitato, quando la cosa fosse stata necessaria,
a far entrare in scena animali - e non erano mai animali addomesticati
- in modo che l'attore fosse costretto, per necessità, a essere
"essenziale".
Il linguaggio teatrale, e quindi poetico, di Savary è costituito
fondamentalmente da una catena di avvenimenti che si agganciano l'uno
all'altro secondo una logica che è soltanto del gioco organizzato
sulla scena: e questi avvenimenti si risolvono spesso in un'immagine,
vale a dire nell'elemento che in teatro è pressoché
riconoscibile da tutti, che ha meno bisogno di filtri e codici; lo
stile di Savary nasce su e da queste immagini, e insieme dalla maniera
accanita con la quale le sfrutta e utilizza, fino al limite dell'assurdo:
chi non ricorda, avendo visto lo spettacolo, la scena della lezione
nel Bourgeois gentilhomme? O la serie indimenticabile e irridente
delle immagini della Sacra Famiglia nell'incantevole Les grands sentiments?
D'altro canto Savary è regista aperto alle provocazioni
lui per primo: come si spiegherebbe, altrimenti, che in uno stesso
anno (1994) abbia messo in scena due opere lontane come galassie una
dall'altra: La resistibile ascesa di Arturo Ui di Brecht e Chanteclair
di Rostand, la prima acida ma vigorosa caricatura di un popolo che
non vede la propria rovina, la seconda un monumento grandioso al più
assoluto kitsch teatrale?
Forse è interessante ricordare che il fatidico 1968 è
l'anno in cui non solo esplode il mondo giovanile in quella contestazione
che non si è ancora dimenticata, ma è anche l'anno in
cui nasce il Grand Magic Circus che ha tutto fuorché
l'apparenza di un teatro contestatario e che sembra essere venuto
al mondo per portare follia e joie de vivre, anche se il nome completo
suona (e Savary è anche in questi particolari) Grand Magic
Circus et ses animaux tristes. Alle atmosfere di questo teatro,
del resto, Savary è tornato recentemente, esattamente nella
stagione 1995-96, con Nina Stromboli ou le demon de midi.
Abbandonate le esperienze di teatro di strada compiute negli anni
Sessanta, lasciato l'impegno sociale direttamente affrontato, Savary
è rimasto da allora fedele a un teatro che chiede la parte
"politica" al pubblico che lo sceglie: questo resta
il suo criterio di fondo. La vera partecipazione a una realtà
politica è la capacità, in chi fa teatro, di risvegliare
l'interesse, la curiosità, il coinvolgimento alle sue forme,
le più varie. "Questo è il teatro, per me. Il teatro
è stato spesso stravolto da letterati che ne han voluto fare
uno strumento che veicolasse la parola. Ma alle origini il teatro
serviva piuttosto a veicolare immagini di danza, la musica, muoveva
al riso, scuoteva le emozioni. Io non faccio assolutamente teatro
d'avanguardia. Mi colloco nella linea della Commedia dell'Arte,
del teatro elisabettiano [Savary è autore di una celebre
messa in scena di Peccato che fosse una puttana di Ford, n.d.r.],
dello "scambio" con il pubblico.
Affermo spesso che il teatro è la sola arte biodegradabile.
Se vogliamo che si continui a frequentare il teatro, dobbiamo farne
uno che non sia una televisione ingrandita. So benissimo che l'attuale
tendenza del teatro è quella dell'one man show. Si riempiono
le sale grazie ad attori comici che hanno certamente talento, ma che
senza dubbio risultano più economici di una compagnia con attori,
costumi e scenografie. E così torno a fare teatro sulle ruote,
non per nostalgia ma piuttosto perché sono un uomo di teatro
militante" (da un'intervista del 1995).
Difficile incontrare, sulle scene, un talento più composito
e più ricco di valenze di quello di Savary: forse soltanto
alcuni esempi di follia cinematografica lo richiamano in modo soddisfacente,
quelli della parodia assoluta e forse irraggiungibile: i fratelli
Marx, e in particolare quel troppo sconosciuto ancora, almeno da noi,
A Night at the Opera (Sam Wood e George Kaufman sceneggiatori).
Nella totale libertà di invenzione in cui l'irreale sembra
essere l'unica dimensione della realtà, nella licenza, vorremmo
dire, con cui il mondo dell'opera viene aggredito e deformato, si
ravvisano elementi che, nel teatro di Savary, compaiono ossessivamente.
Savary è regista davvero esposto a tutte le tentazioni e che
è contentissimo di cedere a tutte, quando ne valga la pena.
Il suo teatro comprende la commedia, la tragedia, il canto, la danza,
il circo: meglio se c'è un po' di tutto. Si può montare
Brecht e si può rendere omaggio al grandissimo Charles Trenet
restando fedeli alla propria poesia.
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