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Come si pone Umberto Benedetti Michelangeli di fronte a un ciclo
beethoveniano imponente come quello messo in cantiere dall'Unione
Musicale? Maestro, sente la necessità, il dovere di
dire la sua in maniera esplicita, di offrire un'interpretazione "alternativa"?
"Ma no, assolutamente. E non solo nel caso di Beethoven. Provo
a risponderle con una citazione, che lessi tempo fa sulla "Stampa",
in un'intervista a Balthus condotta con grande pertinenza da - pensi
un po' - David Bowie. Lui gli chiede: "Maestro, che cosa pensa
della crisi del linguaggio, dell'incomunicabilità eccetera
eccetera?" E Balthus gli fa: "Oggi tutti sembrano strozzarsi
nel tentativo esasperato di esprimere se stessi. Se si tornasse
a cercare di esprimere l'universo, come si faceva una volta, non sarebbe
più interessante?".
Ecco, io credo che il compito che un direttore d'orchestra possa proporsi
sia quello di contribuire a non lasciar spegnere il fiammifero; onestamente
e con tutto il senso di inadeguatezza immaginabile quando ci si confronta
con dei colossi come le sinfonie e i concerti di Beethoven".
Ha
proceduto a una ricognizione generale prima di studiare le singole
partiture?
"Alcune sinfonie le avevo già dirette. Ora sto lavorando
sull'Eroica, che mi sta stritolando come uno schiacciasassi - se
lo può immaginare. Il primo gesto è stato quello di
buttar via tutte le mie partiture, perché abbiamo adottato
l'edizione critica Bärenreiter, che ha molte differenze
rispetto a quelle abituali. Pensi ad esempio ai tempi di metronomo
indicati da Beethoven, tempi tendenzialmente sempre più veloci
di quelli adottati di solito: non facciamone una malattia, d'accordo,
ma non cancelliamoli completamente in nome di un retaggio poetico
tardo Romantico".
Può
fare un esempio, magari proprio a proposito dell'Eroica?
"Nella Marcia funebre il tempo di metronomo di Beethoven, che
lui inserisce nell'edizione del 1817, è e 80. Sappiamo anche
che il manoscritto, andato perduto, riportava l'indicazione Andante
con moto, soltanto più tardi corretto in Adagio assai (con
quell'"assai" che, tra l'altro, spesso veniva usato nell'"accezione"
francese, e quindi stava per "abbastanza"). Ritrovare
questo andamento mosso, che magari non sarà proprio così
veloce, sarà a 72 e non a 80 ma è comunque un andamento
che spinge in avanti, ritrovarlo, dicevo, significa cambiare radicalmente
il segno interpretativo. Perché questa Marcia funebre nelle
mani dei colossi - da Furtwängler a Klemperer - diventava una
metafora, lo specchio di un mondo che loro, effettivamente, avevano
intorno. Oggi, nelle mani di un altro direttore, un tempo così
lento non sta più in piedi. Io la devo portare, far cadere
sul passo: pensi alla Marcia funebre della Sonata di Chopin: viene
trent'anni dopo, ma l'andamento è sempre quello".
Il
tardo Romanticismo dunque l'ha stravolto, Beethoven.
"E non soltanto lui. Provi quest'esperienza: ascolti un'incisione
di una sinfonia di Schumann diretta da Karajan o da Klemperer e
poi vai a leggere due righe di Goethe, due di Schiller, due di Jean
Paul, due di Hölderlin: ti accorgerai che nell'interpretazione
di quei colossi della bacchetta fatichi a ritrovare un corrispettivo
del Romanticismo. Il Romanticismo è qualcosa di profondissimo
ma espresso attraverso ali di farfalla, è qualcosa di volante!
Nel meraviglioso bitume sonoro di questi grandi direttori io non
riesco a ritrovarmi".
I
direttori che scelgono strumenti originali le piacciono? Il Beethoven
diretto da Brüggen lo ascolta? Le interessa? La incuriosisce?
"Quello che mi interessa è sempre la poetica, e lo strumento
- originale o meno - è molto meno importante delle scelte
che si operano. Certo, con un arco barocco ti viene da suonare il
violino come non faresti con un arco moderno, più pesante,
meno agile: ma una volta che tu sai ciò che serve dal punto
di vista poetico, lo puoi fare con qualunque tipo di arco".
E
tra i direttori "standard" chi le piace? Chi secondo lei
fa un buon Beethoven?
"Tanti, tantissimi. E, glielo dico chiaramente, non c'è
"un" Beethoven che mi interessa. Ovunque annuso una molecola
di verità, io lì corro, e la verità è
cangiante, è dovunque. Perciò ascolto Furtwängler
ma adoro Simon Rattle, che considero un genio: con Rattle, pur di
conversare con lui, andrei a fare una vacanza in tenda, anche se
odio la tenda. E, nel suo repertorio, un altro gigante è
Gergiev. Ma poi ho da imparare da Brüggen o da Abbado, naturalmente
".
Ancora
una battuta sull'Eroica che ha sul pianoforte: lì Beethoven
veste panni nuovi, sembra che smonti e poi rimonti la Sinfonia truffando
la forma sonata, c'è un doppio sviluppo, ci sono ritmi e
melodie che esplodono da tutte le parti, come se Beethoven non fosse
più attore, partecipe della propria musica, ma ne diventasse
regista, osservandola da fuori. Lei come lo vive?
"Lo subisco tremendamente, perché ti ritrovi in questo
maelström e vieni sbatacchiato di qui e di là. Mi piace
la sua immagine di Beethoven che si fa regista di un fatto nel quale
poi tu non riesci nemmeno a capire bene che ruolo devi occupare:
confesso che non mi aspettavo che la Terza mi distruggesse in questo
modo".
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