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novembre 2001
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INTERVISTA - Annientato da un colosso
di Nicola Campogrande

 

Umberto Michelangeli

Come si pone Umberto Benedetti Michelangeli di fronte a un ciclo beethoveniano imponente come quello messo in cantiere dall'Unione Musicale? Maestro, sente la necessità, il dovere di dire la sua in maniera esplicita, di offrire un'interpretazione "alternativa"?
"Ma no, assolutamente. E non solo nel caso di Beethoven. Provo a risponderle con una citazione, che lessi tempo fa sulla "Stampa", in un'intervista a Balthus condotta con grande pertinenza da - pensi un po' - David Bowie. Lui gli chiede: "Maestro, che cosa pensa della crisi del linguaggio, dell'incomunicabilità eccetera eccetera?" E Balthus gli fa: "Oggi tutti sembrano strozzarsi nel tentativo esasperato di esprimere se stessi. Se si tornasse a cercare di esprimere l'universo, come si faceva una volta, non sarebbe più interessante?".
Ecco, io credo che il compito che un direttore d'orchestra possa proporsi sia quello di contribuire a non lasciar spegnere il fiammifero; onestamente e con tutto il senso di inadeguatezza immaginabile quando ci si confronta con dei colossi come le sinfonie e i concerti di Beethoven".

Ha proceduto a una ricognizione generale prima di studiare le singole partiture?
"Alcune sinfonie le avevo già dirette. Ora sto lavorando sull'Eroica, che mi sta stritolando come uno schiacciasassi - se lo può immaginare. Il primo gesto è stato quello di buttar via tutte le mie partiture, perché abbiamo adottato l'edizione critica Bärenreiter, che ha molte differenze rispetto a quelle abituali. Pensi ad esempio ai tempi di metronomo indicati da Beethoven, tempi tendenzialmente sempre più veloci di quelli adottati di solito: non facciamone una malattia, d'accordo, ma non cancelliamoli completamente in nome di un retaggio poetico tardo Romantico".

Può fare un esempio, magari proprio a proposito dell'Eroica?
"Nella Marcia funebre il tempo di metronomo di Beethoven, che lui inserisce nell'edizione del 1817, è e 80. Sappiamo anche che il manoscritto, andato perduto, riportava l'indicazione Andante con moto, soltanto più tardi corretto in Adagio assai (con quell'"assai" che, tra l'altro, spesso veniva usato nell'"accezione" francese, e quindi stava per "abbastanza"). Ritrovare questo andamento mosso, che magari non sarà proprio così veloce, sarà a 72 e non a 80 ma è comunque un andamento che spinge in avanti, ritrovarlo, dicevo, significa cambiare radicalmente il segno interpretativo. Perché questa Marcia funebre nelle mani dei colossi - da Furtwängler a Klemperer - diventava una metafora, lo specchio di un mondo che loro, effettivamente, avevano intorno. Oggi, nelle mani di un altro direttore, un tempo così lento non sta più in piedi. Io la devo portare, far cadere sul passo: pensi alla Marcia funebre della Sonata di Chopin: viene trent'anni dopo, ma l'andamento è sempre quello".

Il tardo Romanticismo dunque l'ha stravolto, Beethoven.
"E non soltanto lui. Provi quest'esperienza: ascolti un'incisione di una sinfonia di Schumann diretta da Karajan o da Klemperer e poi vai a leggere due righe di Goethe, due di Schiller, due di Jean Paul, due di Hölderlin: ti accorgerai che nell'interpretazione di quei colossi della bacchetta fatichi a ritrovare un corrispettivo del Romanticismo. Il Romanticismo è qualcosa di profondissimo ma espresso attraverso ali di farfalla, è qualcosa di volante! Nel meraviglioso bitume sonoro di questi grandi direttori io non riesco a ritrovarmi".

I direttori che scelgono strumenti originali le piacciono? Il Beethoven diretto da Brüggen lo ascolta? Le interessa? La incuriosisce?
"Quello che mi interessa è sempre la poetica, e lo strumento - originale o meno - è molto meno importante delle scelte che si operano. Certo, con un arco barocco ti viene da suonare il violino come non faresti con un arco moderno, più pesante, meno agile: ma una volta che tu sai ciò che serve dal punto di vista poetico, lo puoi fare con qualunque tipo di arco".

E tra i direttori "standard" chi le piace? Chi secondo lei fa un buon Beethoven?
"Tanti, tantissimi. E, glielo dico chiaramente, non c'è "un" Beethoven che mi interessa. Ovunque annuso una molecola di verità, io lì corro, e la verità è cangiante, è dovunque. Perciò ascolto Furtwängler ma adoro Simon Rattle, che considero un genio: con Rattle, pur di conversare con lui, andrei a fare una vacanza in tenda, anche se odio la tenda. E, nel suo repertorio, un altro gigante è Gergiev. Ma poi ho da imparare da Brüggen o da Abbado, naturalmente…".

Ancora una battuta sull'Eroica che ha sul pianoforte: lì Beethoven veste panni nuovi, sembra che smonti e poi rimonti la Sinfonia truffando la forma sonata, c'è un doppio sviluppo, ci sono ritmi e melodie che esplodono da tutte le parti, come se Beethoven non fosse più attore, partecipe della propria musica, ma ne diventasse regista, osservandola da fuori. Lei come lo vive?
"Lo subisco tremendamente, perché ti ritrovi in questo maelström e vieni sbatacchiato di qui e di là. Mi piace la sua immagine di Beethoven che si fa regista di un fatto nel quale poi tu non riesci nemmeno a capire bene che ruolo devi occupare: confesso che non mi aspettavo che la Terza mi distruggesse in questo modo".

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mercoledì 14 novembre
Conservatorio ore 21 (serie gialla)
Orchestra da camera di Mantova
Umberto Benedetti Michelangeli direttore
Andrea Lucchesini pianoforte
Beethoven. Concerti e sinfonie (primo concerto)