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Certo qui le giornate non sembrano scorrere tutte uguali, "Qualche
nuovo problema si presenta sempre!" dicono in coro gli organizzatori.
Ma quali sono gli imprevisti che possono capitare in un festival?
Non c'è limite alla fantasia: può succedere che l'autobus
buchi una ruota e porti in ritardo i musicisti alle prove, che gli
strumenti si rompano nel trasporto, che le valige con le partiture
dell'orchestra si perdano nei meandri di un aeroporto, che vengano
offerti per sbaglio panini al prosciutto ad artisti musulmani, che
il phon si inceppi mezz'ora prima del concerto lasciando la cantante
con i capelli gocciolanti.
Ma anche quando non succede nulla di stravagante si ha la sensazione
che il meccanismo che permette di andare in scena 37 volte di seguito
in 18 giorni sia delicato anche se rodato dall'esperienza.
Abbiamo passato un luminoso giorno di settembre facendo finta di essere
un nuovo pacco a carico, un pacco dotato di occhi e orecchie per cercare
di raccontare com'è un giorno normale in un grande festival
internazionale.
Come in gita turistica, la giornata inizia con l'appello sull'autobus
che deve portare tutti alle prove: Monde, Noor, Elizabeth, Sasta,
John, Sito, Bradley e i nomi, le facce, le nazionalità si intrecciano
creando subito un bel mix. Forse questo non è il gruppo più
esotico che sia passato a Settembre Musica, forse i pigmei appena
sbarcati avevano un'aria più smarrita e i monaci tibetani sicuramente
erano più ascetici, ma la combinazione di biondi musicisti
britannici che hanno deciso di suonare solo musica giavanese e un
gruppo di danzatrici di Yogyakarta crea sicuramente qualche curiosità.
Non so a voi ma a me sarebbe sempre piaciuto capire perché
le persone si consacrano a qualche cosa che sembra molto lontano dal
luogo in cui sono nate, qualcosa che ha un sapore decisamente diverso
dal latte con cui sono cresciute; quindi, dopo brevi convenevoli di
presentazione, non sono riuscita a trattenermi dal fare la fatidica
domanda a un gentilissimo musicista del South Bank Gamelan Players:
"Ma perché ha deciso di suonare la musica di Giava ?".
Devo dire che la risposta, nella sua assoluta semplicità, non
ha lasciato spazio ad altre domande: "Perché la prima
volta che l'ho ascoltata mi è sembrata la musica più
bella del mondo".
Appena arrivati sul palcoscenico del Lingotto tutti si tolgono
le scarpe, come vuole la tradizione orientale, per prendere posto
in quello che sembra un piccolo tempio portatile con i suoi ori, i
draghi, le lacche rosse. È il giorno del concerto, sono le
ultime prove e la confidenza tra i due gruppi è aumentata:
non si erano mai incontrati prima, ma avevano pensato e suonato la
stessa musica, chi a Londra, chi a Yogyakarta.
E così, senza un direttore che imponga il silenzio, che alzi
la bacchetta, dal tamburo centrale parte il primo gesto, quello che
segna l'inizio del ciclo musicale e sembra subito di essere da un'altra
parte, anche se quei capelli biondi che spuntano dai gong o la cravatta
regimental ti tengono con i piedi per terra, su una terra che conosci,
quella della tua parte del mondo. Arriva il momento di una pausa e
tra una sigaretta e un bicchiere di succo di frutta ascolto conversazioni
nelle quali si intrecciano i ricordi delle giornate torinesi passate
tra una cioccolata da Baratti, un picnic sul Po e una spedizione al
mercato, dove gli inglesi hanno trovato tutto extremely cheap e le
belle giavanesi tutto assolutamente inaccessibile, visto che al di
sotto di un dollaro neanche nei nostri mercati si può trovare
granché. Prima di riprendere la prova bisogna però risolvere
ancora qualche problema tecnico tipo: come fa il tecnico alla consolle
a capire quando è finito un brano per abbassare le luci o quando
alzare il microfono della cantante? Se fosse la solita musica
sarebbe semplice, c'è una partitura, basta leggerla; ma qui
ci sono solo numeri scritti su un pezzo di carta più simili
- per un occhio inesperto - alla schedina del Totocalcio che a un
brano musicale, anche se ovviamente vogliono dire intervalli, ritmi,
tempi.
Questa sera al concerto ci sarà un gran scambio di sguardi,
visto che non ci potranno essere parole e le spiegazioni sarebbero
troppo complicate, forse un cenno con la mano e chi sta ai comandi
capirà che è il momento di schiacciare l'interruttore
delle luci. A due ore dall'inizio della serata comincia la vestizione,
i costumi sono arrivati da Giava e un distinto signore che sembra
appena uscito dalla City londinese si stira il sarong nel corridoio
davanti ai camerini. Mentre il ferro da stiro passa di mano in mano,
alcune eteree danzatrici, sottili come un foglio di carta, si alzano
in punta di piedi per conquistare un angolo dello specchio e rifinire
il trucco: un pesante make up che ingessa i volti. I vestiti femminili
sono complessi e le stoffe vengono strette così tanto intorno
a un giro vita da pulcino che, nonostante siano lunghe alcuni metri,
non se ne percepisce lo spessore. Queste artiste sono belle da fare
invidia, con quel loro modo di muoversi come se fossero dipinte. Intanto,
dal camerino di fianco, esce un danzatore: è già vestito
e truccato, lo guardo allontanarsi e mi sembra un uccello del paradiso
nel suo svolazzare di piume colorate. Manca poco all'inizio dello
spettacolo poi il re Klana Séwandana si struggerà d'amore
per la principessa Candra Kirana e le schiere delle principesse Windaningrum
e quelle della principessa Kurosin si scontreranno: se non è
la musica più bella del mondo ci assomiglia.
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