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A vedere il suo viso ampio, coperto di capelli e sopracciglia scure,
quasi corvine, le labbra sottili e serrate, due fessure d'occhi feline
che semi-nascondono pupille profonde e insieme respingenti, Bruno
Leonardo Gelber non sembra originario d'alcun paese o ceppo etnico
della terra. Così è, difatti. La sua storia e i suoi
geni mescolano caratteri di più popoli (il tedesco mitteleuropeo,
il latino, il sudamericano) e forse di nessuno. La sua personalità
musicale si manifesta al meglio quando raccoglie le grandi sfide
romantiche lanciate da Liszt, Schumann e Beethoven che
pesano qualità, pronuncia e intensità d'ogni nota con
la gravità di chi sanziona qualcosa di definitivo per le sorti
del mondo. Il pianista sa tuttavia attenuare la durezza asseverativa
teutonica, senza perdere l'amore per ciò che è esatto,
con un calore e un disincanto tutti latini: chi vive attorno al Mediterraneo
sa bene che il bello è charmant e evanescente.
La sua energia vitale apparentemente inesauribile, che gli consente
di sostenere programmi lunghi e ardimentosi, è tipica di chi
nasce ai lembi estremi del mondo (l'Argentina, nel caso di Gelber),
si nutre di ritmo prima ancora che di canto e cerca un varco per avvicinarsi
al centro, che poi è un bersaglio inesistente.
Ciononostante nessun paese può rivendicare la paternità
di questo pianista: egli è nella sostanza alieno al mondo,
i suoi occhi non aprono vie d'ingresso, marcano una distanza indeterminata.
La sala da concerto diventa teatro di una visitazione: la totale identificazione
dell'uomo con il fluire della musica, frutto di concentrazione estrema
e di tensione verso la perfezione espressiva, magnetizzano l'uditorio
rendendolo partecipe di un rito, più che di un fatto, ma non
l'avvicinano alla fonte.
Sarà per questo che Gelber non è così noto come
meriterebbe, nonostante già a quindici anni abbia suonato
il concerto di Schumann sotto la bacchetta di un ammirato Lorin
Maazel, sia stato l'ultimo e il migliore allievo a Parigi di Margherite
Long, una delle grandi didatte del secolo, abbia debuttato giovanissimo
alla Carnegie Hall incensato da un critico temibile come Schoenberg.
Durante una carriera ricca di quasi cinquemila concerti in ogni parte
del mondo ha lavorato con i più importanti direttori del
Novecento, tra cui Ernest Ansermet (con cui debuttò negli
Stati Uniti allo Stanford Festival), sir Colin Davis, Sergiu Celibidache;
un suo cd con l'integrale delle sonate di Beethoven che ha inciso
per Denon è stato definito nel 1989 dal New York Times come
una delle migliori registrazioni dell'anno, e ha ottenuto il premio
dell'Académie de Paris. Eppure quello spirito ascetico e poco
incline a compromessi con i giochi del mercato che vocia attorno all'arte
lo lascia ai margini dei riflettori.
Questo è tutt'altro che un limite.
Lui stesso sostiene che, al di là della perfezione esecutiva,
un concerto acquista senso quando crea un sentimento di pienezza interiore
in ciascun presente e di comunione tra il compositore e il pubblico:
l'interprete, umile servo della musica, si eclissa quanto più
sa far confluire completamente il proprio essere nella forma che egli
stesso ha determinato. Non è una sparizione ma una magia.
In un'intervista afferma di avere conservato lo stupore della fanciullezza,
l'attitudine alla meraviglia. In questo sta il segreto dell'eterna
giovinezza di un artista che, nel caso di Gelber, nasce da un'esperienza
di sofferenza che mi piace ricordare, anche se, in apparenza, sembra
un tratto biografico un po' deamicisiano. Colpito all'età di
sette anni da una grave malattia, il pianista argentino fa della musica
un appiglio alla vita e una pozione magica per la guarigione: per
poter continuare a suonare, si fa infilare il lettino sotto il pianoforte.
Ricordo una canzone di qualche anno fa di Angelo Branduardi
che riportava un'antica leggenda nordamericana:
"Il volto tuo che ho disegnato / chino per terra io l'ho dipinto
/ ho usato il nero per i tuoi occhi / e rossa sabbia per la tua bocca
/ verrà la pioggia e lo laverà / confonderà i
suoi colori / e quando il vento sarà passato / sarò
alla fine guarito". La musica, fatta di disegni sulla sabbia,
per il suo potere di rivelarsi e scomparire può sanare molti
mali della vita, mantenere la consapevolezza di quanto transeunti
siano le forme e stupefacente vederle scomparire e aiuta a non credere,
illudendosi, di saper costruire torri inoppugnabili, imperi invincibili,
salde esistenze.
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Bruno
Leonardo Gelber: biografia e profilo dell'artista (in inglese) |
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