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novembre 2001
unione musicale
Il pianista che cadde sulla terra
di Gianni Nuti

 

Bruno Leonardo Gelber

A vedere il suo viso ampio, coperto di capelli e sopracciglia scure, quasi corvine, le labbra sottili e serrate, due fessure d'occhi feline che semi-nascondono pupille profonde e insieme respingenti, Bruno Leonardo Gelber non sembra originario d'alcun paese o ceppo etnico della terra. Così è, difatti. La sua storia e i suoi geni mescolano caratteri di più popoli (il tedesco mitteleuropeo, il latino, il sudamericano) e forse di nessuno. La sua personalità musicale si manifesta al meglio quando raccoglie le grandi sfide romantiche lanciate da Liszt, Schumann e Beethoven che pesano qualità, pronuncia e intensità d'ogni nota con la gravità di chi sanziona qualcosa di definitivo per le sorti del mondo. Il pianista sa tuttavia attenuare la durezza asseverativa teutonica, senza perdere l'amore per ciò che è esatto, con un calore e un disincanto tutti latini: chi vive attorno al Mediterraneo sa bene che il bello è charmant e evanescente.
La sua energia vitale apparentemente inesauribile, che gli consente di sostenere programmi lunghi e ardimentosi, è tipica di chi nasce ai lembi estremi del mondo (l'Argentina, nel caso di Gelber), si nutre di ritmo prima ancora che di canto e cerca un varco per avvicinarsi al centro, che poi è un bersaglio inesistente.
Ciononostante nessun paese può rivendicare la paternità di questo pianista: egli è nella sostanza alieno al mondo, i suoi occhi non aprono vie d'ingresso, marcano una distanza indeterminata. La sala da concerto diventa teatro di una visitazione: la totale identificazione dell'uomo con il fluire della musica, frutto di concentrazione estrema e di tensione verso la perfezione espressiva, magnetizzano l'uditorio rendendolo partecipe di un rito, più che di un fatto, ma non l'avvicinano alla fonte.
Sarà per questo che Gelber non è così noto come meriterebbe, nonostante già a quindici anni abbia suonato il concerto di Schumann sotto la bacchetta di un ammirato Lorin Maazel, sia stato l'ultimo e il migliore allievo a Parigi di Margherite Long, una delle grandi didatte del secolo, abbia debuttato giovanissimo alla Carnegie Hall incensato da un critico temibile come Schoenberg. Durante una carriera ricca di quasi cinquemila concerti in ogni parte del mondo ha lavorato con i più importanti direttori del Novecento, tra cui Ernest Ansermet (con cui debuttò negli Stati Uniti allo Stanford Festival), sir Colin Davis, Sergiu Celibidache; un suo cd con l'integrale delle sonate di Beethoven che ha inciso per Denon è stato definito nel 1989 dal New York Times come una delle migliori registrazioni dell'anno, e ha ottenuto il premio dell'Académie de Paris. Eppure quello spirito ascetico e poco incline a compromessi con i giochi del mercato che vocia attorno all'arte lo lascia ai margini dei riflettori.
Questo è tutt'altro che un limite.
Lui stesso sostiene che, al di là della perfezione esecutiva, un concerto acquista senso quando crea un sentimento di pienezza interiore in ciascun presente e di comunione tra il compositore e il pubblico: l'interprete, umile servo della musica, si eclissa quanto più sa far confluire completamente il proprio essere nella forma che egli stesso ha determinato. Non è una sparizione ma una magia.
In un'intervista afferma di avere conservato lo stupore della fanciullezza, l'attitudine alla meraviglia. In questo sta il segreto dell'eterna giovinezza di un artista che, nel caso di Gelber, nasce da un'esperienza di sofferenza che mi piace ricordare, anche se, in apparenza, sembra un tratto biografico un po' deamicisiano. Colpito all'età di sette anni da una grave malattia, il pianista argentino fa della musica un appiglio alla vita e una pozione magica per la guarigione: per poter continuare a suonare, si fa infilare il lettino sotto il pianoforte. Ricordo una canzone di qualche anno fa di Angelo Branduardi che riportava un'antica leggenda nordamericana:
"Il volto tuo che ho disegnato / chino per terra io l'ho dipinto / ho usato il nero per i tuoi occhi / e rossa sabbia per la tua bocca / verrà la pioggia e lo laverà / confonderà i suoi colori / e quando il vento sarà passato / sarò alla fine guarito". La musica, fatta di disegni sulla sabbia, per il suo potere di rivelarsi e scomparire può sanare molti mali della vita, mantenere la consapevolezza di quanto transeunti siano le forme e stupefacente vederle scomparire e aiuta a non credere, illudendosi, di saper costruire torri inoppugnabili, imperi invincibili, salde esistenze.

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mercoledì 7 novembre
Conservatorio ore 21 serie verde
Bruno Leonardo Gelber pianoforte
Musiche di Mozart, Schubert, Schumann