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Una
delle più grandi soliste dei nostri tempi, Sabine Meyer,
è nata vicino a Stoccarda in una famiglia di musicisti. Dopo
una strepitosa carriera in orchestra la vocazione solistica si è
definitivamente imposta mettendo in luce nel clarinetto una personalità
spiccata al femminile come non era mai stato dato di cogliere in passato.
Signora
Meyer, lei è considerata la protagonista della rinascita
del clarinetto moderno: come dimostrano le sue incisioni e i programmi
dei suoi concerti, il repertorio si è significativamente
ampliato grazie a lei e ai suoi due complessi, sia per l'esecuzione
di pagine dimenticate, sia per la costante collaborazione con compositori
contemporanei dei quali è diventata dedicataria e interprete
di fiducia. Ma è lo strumento stesso che tra le sue mani
sembra essersi trasformato. È d'accordo?
"Si, lo credo anch'io. Io dico sempre che il clarinetto ha
uno sterminato repertorio timbrico, un'infinita gamma di colori.
È una caratteristica che non smetterà mai di sbalordire.
Ma se pianisti e violinisti hanno da sempre cercato di arricchire
la loro tavolozza sonora attraverso il tocco o qualsiasi altro espediente
tecnico, i clarinettisti si sono sempre accontentati di un colore
o due. Il sottovoce era uguale in Brahms o in Stravinskij. Il clarinetto
è invece uno strumento molto flessibile e io ho cercato subito
di sfruttare completamente tutte le sue possibilità in questo
senso. Per fare questo ho pensato che la cosa migliore fosse cercare
di imitare i cantanti".
Chi
è stato il suo modello? A quale clarinettista o musicista
si è ispirata?
"Nessun clarinettista [ride]. Dai cantanti come
ho detto ho imparato molto. Heinz Holliger è stato
il mio vero modello: ha suonato una quantità incredibile
di musica per strumento a fiato. Ma non solo: ha suonato in modo
fantasticamente estremo, senza farsi bloccare, ingabbiare da schemi
rigidi o precostituiti e ha sempre cercato di esprimere con la musica
i suoi sentimenti, le sue ragioni. Ha avuto la grande pretesa di
usare il suo strumento, l'oboe, come una voce per parlare. Ed è
davvero un peccato che pochissimi clarinettisti abbiano provato
a fare ciò. Troppo pochi".
Quando
nel 1983 Herbert von Karajan la chiamò a ricoprire il ruolo
di primo clarinetto dei Berliner Philharmoniker, l'Orchestra si
ribellò. Divenne un caso internazionale nel mondo musicale.
I Berliner dissero che lei non poteva suonare in un'orchestra perché
non era in grado di amalgamarsi, perché era troppo "solista".
Era vero? Esiste una vocazione solistica?
"Non dissero proprio così. A Berlino il problema
era in realtà di natura politica e non aveva niente a che
fare con me. La vera questione era tra Karajan e i Berliner che
in trent'anni avevano accumulato molte tensioni. Videro in me un
mezzo per ottenere qualcosa. Il solista? Io suono molto volentieri
i concerti solistici, certamente, ma anche in questo caso cerco
sempre di fare, in una dimensione più ampia, musica da camera,
che è la mia vera riserva di ossigeno. Non mi piace mettermi
di fronte a un'orchestra e dire io suono le mie cose e voi dovete
venire con me. Cerco sempre di sentirmi una parte di essa, di ascoltare,
di reagire con gli altri. Penso che ci si possa e ci si debba ispirare
reciprocamente. Questa è l'unica cosa che conti per me in
quel ruolo".
Ma
Berlino è stata comunque la tappa più importante della
sua carriera? Quali sono state le altre e quali persone hanno avuto
per lei un peso fondamentale per l'indirizzo della sua vita artistica?
"Non posso dire che i Berliner siano stati la tappa più
importante. Rappresentarono certamente una svolta per la mia carriera,
perché divenni improvvisamente molto famosa. Ma
niente di più. Fu una parte, ma non la più importante.
Ha avuto molto più peso il suonare tantissimo, ancor prima
di Berlino, in orchestra e in gruppi cameristici. Naturalmente è
stato un bellissimo periodo della mia vita, ma non lo rimpiango.
Le persone? Le più importanti sono state senza dubbio il
mio insegnante Hans Deinzer dal quale ho imparato molto dal
punto di vista musicale e umano. Poi naturalmente Gidon Kremer,
Heinrich Schiff, Heinz Holliger e non ultimo Sergiu Celibidache
con il quale ho lavorato a Monaco quando ero nell'Orchestra
Sinfonica della Radio Bavarese. Da lui ho imparato davvero tanto.
Una persona straordinariamente interessante".
Abbiamo
accennato prima al repertorio. La letteratura lievemente esigua
del clarinetto spinge gli interpreti a spaziare da Mozart fino alla
musica contemporanea. Quali sono i musicisti di oggi che preferisce,
quelli con i quali è più in sintonia e riesce a trovare
spazi di collaborazione?
"Non si può suonare per vent'anni sempre e solo i trii
di Mozart! Comunque Mozart non lo abbandono mai ovviamente, ma nei
miei concerti accanto alle sue musiche c'è sempre spazio
per quelle contemporanee. Anche per il pubblico può essere
interessante questa combinazione: non ha senso relegare la musica
contemporanea in un ghetto, come inevitabilmente diventano certi
festival specializzati. Secondo me bisogna ricavarle uno spazio
all'interno dei concerti tradizionali. Offrire la nuova musica
insieme a quella di repertorio. D'altra parte sono tempi in
cui lavorare con un compositore è molto emozionante. Se devo
fare dei nomi il primo è senza dubbio Edison Denissov,
con il quale ho lavorato intensamente e che tra le altre cose ha
scritto per noi [Bläserensemble Sabine Meyer, n.d.r.] un ottetto
per fiati. C'è poi Toshio Hosokawa del quale ho già
eseguito due brani con successo. Ho buoni rapporti con György
Ligeti e con Karlheinz Stockhausen con il quale ho lavorato
molto e bene. È il compositore più importante di questo
momento, secondo me".
Ci
dica qualcosa su Hosokawa e sul suo brano che eseguirà a
Torino con l'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. Sappiamo che
è stato commissionato dall'Internationale Musikfestwochen
di Lucerna nel 2000 e che le è stato dedicato.
"Metamorphosis, nel quale si contrappongono un'orchestra principale
e una compagine più piccola che funge da eco ed è
guidata da un altro direttore, è un brano molto stratificato
dal punto di vista timbrico. Hosokawa dice di essersi ispirato a
una serie di quadri che simboleggiano un'esperienza mistica. L'ultima
immagine raffigura un uomo all'aperto, un albero, l'atto della meditazione.
La musica inizia lentamente per aumentare gradualmente fino a un
punto culminante, che non coincide con un'esplosione del volume,
bensì con effetti sonori vicini al respiro, anche nella parte
del clarinetto. Gradualmente si ritorna a un andamento sempre più
lento fino a concludere con pochissima azione".
Ripensando
un po' alla sua passione per la musica da camera sembra che il suo
modo di fare musica abbia una specie di dimensione famigliare. La
sua attività con il Trio di Clarone sembra confermare tutto
ciò.
"Mio padre era musicista. Mio fratello Wolfgang,
più grande di cinque anni, è anche lui clarinettista.
Abbiamo cominciato a studiare musica insieme. Ho sempre suonato
e fatto musica in casa con entrambi. Non si faceva altro. E anche
quando capitava di parlare di quello che avremmo fatto da grandi,
era normale pensare che sarei diventata musicista, che non avrei
seguito nessun'altra strada. Abbiamo poi fondato il Trio di Clarone
con mio marito che ho conosciuto ad Hannover all'Università:
in occasione di un compleanno di mia madre, il sessantesimo, ci
chiedevamo che cosa potessimo regalarle. Ci siamo detti suoniamo
un trio di corni di bassetto di Mozart, regaliamole un concerto,
e tutti e tre, mio fratello, mio marito e io, ci siamo procurati
un corno di bassetto. Abbiamo suonato il trio utilizzando quei tre
strumenti come richiede la partitura originale, mentre di solito
viene eseguito seguendo la trascrizione per clarinetto e fagotto.
Ci ritrovammo a organizzare stabilmente una serie di concerti e
con grande successo. Oggi il Trio continua a esistere, naturalmente
con un repertorio ampliato. Il motivo per cui provo piacere a suonare
con mio marito e con mio fratello è dovuto al fatto che siamo
riusciti a trovare una profonda intesa umana oltre che musicale.
Quando noi tre suoniamo insieme è tutto così naturale,
funziona tutto da sé. Questo è molto bello".
È
riuscita a ricreare la stessa complicità "musicale"
con i suoi figli, con la sua famiglia di oggi?
"I miei figli hanno quattordici e dodici anni e preferiscono
giocare al computer [ride]. Comunque il più grande suona
il clarinetto e sta cominciando adesso con il sassofono, mentre
mia figlia suona il fagotto. È difficile però nella
nostra epoca riuscire a tenere vivo l'interesse dei giovani esclusivamente
nei confronti della musica classica, non è più possibile.
Il jazz, il blues, la musica pop, sono troppo vitali per non venirne
risucchiati. Piacciono anche a me. Sarò già fortunata
se i miei figli non perderanno l'interesse totalmente e continueranno
a suonare la musica che suono io".
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Una
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