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novembre 2001
orchestra sinfonica nazionale della RAI
INTERVISTA - Il clarinetto, la mia voce
di Marina Pantano

 

Sabine Meyer

Una delle più grandi soliste dei nostri tempi, Sabine Meyer, è nata vicino a Stoccarda in una famiglia di musicisti. Dopo una strepitosa carriera in orchestra la vocazione solistica si è definitivamente imposta mettendo in luce nel clarinetto una personalità spiccata al femminile come non era mai stato dato di cogliere in passato.

Signora Meyer, lei è considerata la protagonista della rinascita del clarinetto moderno: come dimostrano le sue incisioni e i programmi dei suoi concerti, il repertorio si è significativamente ampliato grazie a lei e ai suoi due complessi, sia per l'esecuzione di pagine dimenticate, sia per la costante collaborazione con compositori contemporanei dei quali è diventata dedicataria e interprete di fiducia. Ma è lo strumento stesso che tra le sue mani sembra essersi trasformato. È d'accordo?
"Si, lo credo anch'io. Io dico sempre che il clarinetto ha uno sterminato repertorio timbrico, un'infinita gamma di colori. È una caratteristica che non smetterà mai di sbalordire. Ma se pianisti e violinisti hanno da sempre cercato di arricchire la loro tavolozza sonora attraverso il tocco o qualsiasi altro espediente tecnico, i clarinettisti si sono sempre accontentati di un colore o due. Il sottovoce era uguale in Brahms o in Stravinskij. Il clarinetto è invece uno strumento molto flessibile e io ho cercato subito di sfruttare completamente tutte le sue possibilità in questo senso. Per fare questo ho pensato che la cosa migliore fosse cercare di imitare i cantanti".

Chi è stato il suo modello? A quale clarinettista o musicista si è ispirata?
"Nessun clarinettista [ride]. Dai cantanti come ho detto ho imparato molto. Heinz Holliger è stato il mio vero modello: ha suonato una quantità incredibile di musica per strumento a fiato. Ma non solo: ha suonato in modo fantasticamente estremo, senza farsi bloccare, ingabbiare da schemi rigidi o precostituiti e ha sempre cercato di esprimere con la musica i suoi sentimenti, le sue ragioni. Ha avuto la grande pretesa di usare il suo strumento, l'oboe, come una voce per parlare. Ed è davvero un peccato che pochissimi clarinettisti abbiano provato a fare ciò. Troppo pochi".

Quando nel 1983 Herbert von Karajan la chiamò a ricoprire il ruolo di primo clarinetto dei Berliner Philharmoniker, l'Orchestra si ribellò. Divenne un caso internazionale nel mondo musicale. I Berliner dissero che lei non poteva suonare in un'orchestra perché non era in grado di amalgamarsi, perché era troppo "solista". Era vero? Esiste una vocazione solistica?
"Non dissero proprio così. A Berlino il problema era in realtà di natura politica e non aveva niente a che fare con me. La vera questione era tra Karajan e i Berliner che in trent'anni avevano accumulato molte tensioni. Videro in me un mezzo per ottenere qualcosa. Il solista? Io suono molto volentieri i concerti solistici, certamente, ma anche in questo caso cerco sempre di fare, in una dimensione più ampia, musica da camera, che è la mia vera riserva di ossigeno. Non mi piace mettermi di fronte a un'orchestra e dire io suono le mie cose e voi dovete venire con me. Cerco sempre di sentirmi una parte di essa, di ascoltare, di reagire con gli altri. Penso che ci si possa e ci si debba ispirare reciprocamente. Questa è l'unica cosa che conti per me in quel ruolo".

Ma Berlino è stata comunque la tappa più importante della sua carriera? Quali sono state le altre e quali persone hanno avuto per lei un peso fondamentale per l'indirizzo della sua vita artistica?
"Non posso dire che i Berliner siano stati la tappa più importante. Rappresentarono certamente una svolta per la mia carriera, perché divenni improvvisamente molto famosa. Ma niente di più. Fu una parte, ma non la più importante. Ha avuto molto più peso il suonare tantissimo, ancor prima di Berlino, in orchestra e in gruppi cameristici. Naturalmente è stato un bellissimo periodo della mia vita, ma non lo rimpiango. Le persone? Le più importanti sono state senza dubbio il mio insegnante Hans Deinzer dal quale ho imparato molto dal punto di vista musicale e umano. Poi naturalmente Gidon Kremer, Heinrich Schiff, Heinz Holliger e non ultimo Sergiu Celibidache con il quale ho lavorato a Monaco quando ero nell'Orchestra Sinfonica della Radio Bavarese. Da lui ho imparato davvero tanto. Una persona straordinariamente interessante".

Abbiamo accennato prima al repertorio. La letteratura lievemente esigua del clarinetto spinge gli interpreti a spaziare da Mozart fino alla musica contemporanea. Quali sono i musicisti di oggi che preferisce, quelli con i quali è più in sintonia e riesce a trovare spazi di collaborazione?
"Non si può suonare per vent'anni sempre e solo i trii di Mozart! Comunque Mozart non lo abbandono mai ovviamente, ma nei miei concerti accanto alle sue musiche c'è sempre spazio per quelle contemporanee. Anche per il pubblico può essere interessante questa combinazione: non ha senso relegare la musica contemporanea in un ghetto, come inevitabilmente diventano certi festival specializzati. Secondo me bisogna ricavarle uno spazio all'interno dei concerti tradizionali. Offrire la nuova musica insieme a quella di repertorio. D'altra parte sono tempi in cui lavorare con un compositore è molto emozionante. Se devo fare dei nomi il primo è senza dubbio Edison Denissov, con il quale ho lavorato intensamente e che tra le altre cose ha scritto per noi [Bläserensemble Sabine Meyer, n.d.r.] un ottetto per fiati. C'è poi Toshio Hosokawa del quale ho già eseguito due brani con successo. Ho buoni rapporti con György Ligeti e con Karlheinz Stockhausen con il quale ho lavorato molto e bene. È il compositore più importante di questo momento, secondo me".

Ci dica qualcosa su Hosokawa e sul suo brano che eseguirà a Torino con l'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. Sappiamo che è stato commissionato dall'Internationale Musikfestwochen di Lucerna nel 2000 e che le è stato dedicato.
"Metamorphosis, nel quale si contrappongono un'orchestra principale e una compagine più piccola che funge da eco ed è guidata da un altro direttore, è un brano molto stratificato dal punto di vista timbrico. Hosokawa dice di essersi ispirato a una serie di quadri che simboleggiano un'esperienza mistica. L'ultima immagine raffigura un uomo all'aperto, un albero, l'atto della meditazione. La musica inizia lentamente per aumentare gradualmente fino a un punto culminante, che non coincide con un'esplosione del volume, bensì con effetti sonori vicini al respiro, anche nella parte del clarinetto. Gradualmente si ritorna a un andamento sempre più lento fino a concludere con pochissima azione".

Ripensando un po' alla sua passione per la musica da camera sembra che il suo modo di fare musica abbia una specie di dimensione famigliare. La sua attività con il Trio di Clarone sembra confermare tutto ciò.
"Mio padre era musicista. Mio fratello Wolfgang, più grande di cinque anni, è anche lui clarinettista. Abbiamo cominciato a studiare musica insieme. Ho sempre suonato e fatto musica in casa con entrambi. Non si faceva altro. E anche quando capitava di parlare di quello che avremmo fatto da grandi, era normale pensare che sarei diventata musicista, che non avrei seguito nessun'altra strada. Abbiamo poi fondato il Trio di Clarone con mio marito che ho conosciuto ad Hannover all'Università: in occasione di un compleanno di mia madre, il sessantesimo, ci chiedevamo che cosa potessimo regalarle. Ci siamo detti suoniamo un trio di corni di bassetto di Mozart, regaliamole un concerto, e tutti e tre, mio fratello, mio marito e io, ci siamo procurati un corno di bassetto. Abbiamo suonato il trio utilizzando quei tre strumenti come richiede la partitura originale, mentre di solito viene eseguito seguendo la trascrizione per clarinetto e fagotto. Ci ritrovammo a organizzare stabilmente una serie di concerti e con grande successo. Oggi il Trio continua a esistere, naturalmente con un repertorio ampliato. Il motivo per cui provo piacere a suonare con mio marito e con mio fratello è dovuto al fatto che siamo riusciti a trovare una profonda intesa umana oltre che musicale. Quando noi tre suoniamo insieme è tutto così naturale, funziona tutto da sé. Questo è molto bello".

È riuscita a ricreare la stessa complicità "musicale" con i suoi figli, con la sua famiglia di oggi?
"I miei figli hanno quattordici e dodici anni e preferiscono giocare al computer [ride]. Comunque il più grande suona il clarinetto e sta cominciando adesso con il sassofono, mentre mia figlia suona il fagotto. È difficile però nella nostra epoca riuscire a tenere vivo l'interesse dei giovani esclusivamente nei confronti della musica classica, non è più possibile. Il jazz, il blues, la musica pop, sono troppo vitali per non venirne risucchiati. Piacciono anche a me. Sarò già fortunata se i miei figli non perderanno l'interesse totalmente e continueranno a suonare la musica che suono io".

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L'abbandono dell'ego
L'essere umano, la natura e il loro rapporto reciproco sono i temi che attraversano le composizioni di Toshio Hosokawa, nato a Hiroshima nel 1955 e formatosi musicalmente in Germania, a Berlino e Friburgo. I prestigiosi premi per la composizione ricevuti, a partire dal 1980, in Europa e in Giappone testimoniano della duplice connotazione culturale riconosciuta alla sua musica, che se da un lato si avvale, tecnicamente e formalmente, dei mezzi mutuati dalle scuole e dal pensiero occidentali, dall'altro recupera gli strumenti e gli atteggiamenti di quelle orientali. Ma è l'integrazione delle due tradizioni ciò che preme e infine prevale nell'esperienza artistica di Hosokawa; è la ricerca di interiorità e di comunione con la natura che unisce Buddismo e Cristianesimo; è la ricerca di sincronia con il ritmo del respiro universale. Il silenzio, la disposizione meditativa, il richiamo sonoro alla natura, il ritrarsi progressivo dell'individualismo, tutto concorre nelle sue composizioni alla rappresentazione di un'esperienza mistica: il viaggio dell'uomo nell'universo, alla ricerca del sé. (m.p.)

giovedì 22 novembre ore 20.30
venerdì 23 novembre ore 21
Auditorium del Lingotto
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
George Pehlivanian direttore
Sabine Meyer clarinetto
Musiche di Strauss, Hosokawa, Bartók