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novembre 2001
orchestra sinfonica nazionale della RAI
Tutto il Novecento dell'OSN Rai
di Daniele Spini

 







Esiste per un'orchestra radiofonica una vocazione speciale, anzi un obbligo vero e proprio a proporre la produzione musicale più recente, addirittura sollecitandola e magari assistendola finanziariamente con una commissione? Basta il solo fatto di essere espressione di un'azienda radiotelevisiva a porre a un complesso questo imperativo in misura e con urgenza maggiori di quel che non succeda, per esempio, agli ex-enti lirici?
In Italia la storia dei complessi Rai, distesa lungo settant'anni, sembra tutto sommato indicare di sì. Chi ne rilegge le cronologie vede che la musica del Novecento e le novità compaiono più spesso e con maggiore protagonismo, ora nell'uno ora nell'altro cartellone. Rispecchiando com'è logico i diversi indirizzi via via adottati dall'azienda e dalle diverse direzioni artistiche, ma sempre con un primato sostanziale rispetto alle altre grandi istituzioni italiane.
Naturalmente le ragioni di questa diversità possono esser tante. Qualcuna anche molto pratica: ai tempi di quella che potremmo chiamare "la prima Repubblica" delle orchestre Rai, un problema di pubblico quasi non esisteva. Con le debite varianti fra sedi e periodi differenti, le quattro orchestre per molto tempo sono state anzitutto fornitrici della radio. Se avevano anche un pubblico in carne e ossa, tanto meglio; ma il bersaglio primario non era necessariamente quello. Tanto che per decenni alcune stagioni Rai si sono offerte solo a un pubblico di invitati. In molti casi dal pubblico si prescindeva perfino, registrando di fronte alle sedie vuote. Invece il timore di una sala spopolata pesava di più per istituzioni tipicamente territoriali come gli enti lirici, anche in tempi un po' meno preoccupati del rientro finanziario della proposta culturale di quanto non lo sia quello attuale. Il che rendeva automaticamente le orchestre Rai più libere nella loro programmazione.
Altrettanto naturalmente diversità e primato possono non esser stati sempre un merito. Se almeno in parte è vero che in fondo quel che nulla costa nulla o poco vale, il fatto di poter tranquillamente colmare il calendario di un'orchestra con l'esecuzione di musiche d'ogni forma e d'ogni età oltre a togliere remore a una programmazione coraggiosa può anche indurre alla tentazione di abbassare un po' la guardia dal punto di vista del merito. E siccome in ogni proposta che coinvolga i vivi si annida la tentazione del capriccio fine a se stesso, del piacere personale, dell'assistenzialismo, del clientelismo addirittura, negli anni formidabili del monopolio e del sonno dell'audience tanta libertà può anche avere indotto ad abbassare un po' la guardia. Chi oggi abbia raggiunto la mezza età difficilmente ha dimenticato certe mezz'ore di tarda mattinata, in cui l'etere familiarizzava il musicofilo con i nomi dei direttori e dei professori di composizione dei conservatori di tutta Italia, che attraverso la radio di Stato maturavano un numero di esecuzioni senz'altro più confortante di quello che la dura legge del mercato avrebbe consentito loro anche nelle stagioni sinfoniche più aperte (comfort esteso, con liberalità oggi non più proponibile, a esecutori più meritori per l'impegno profuso in pro dei loro colleghi e coetanei che non popolari per l'autorevolezza e il fascino delle loro interpretazioni).
Ma di questi detriti il passare del tempo fa rapidamente e ampiamente giustizia. E oggi quel che si ricava dalla storia delle esecuzioni di musiche moderne o nuove da parte della radio italiana e delle sue orchestre conferma il ruolo determinante di sostegno e di diffusione che queste istituzioni hanno potuto, saputo e voluto svolgere. Chi lavora alla programmazione dell'attuale unica orchestra della Rai non può certo dimenticarlo. Uno strumento di produzione musicale si distingue dall'altro per i mezzi che ha, per chi lo gestisce, per chi lo dirige, per la sede in cui opera, per il pubblico che ha, ma anche per la sua storia, per l'identità e la vocazione, appunto, che ne derivano. Nei sette anni della sua esistenza l'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai si è posta immediati obiettivi di sopravvivenza, attraverso il consolidamento e il miglioramento della sua qualità, del suo rapporto con il pubblico a Torino e in Italia, della sua dimestichezza con i direttori più autorevoli. Ma ha anche svolto una politica di programmi articolata non come su due corsie parallele, ma al contrario con piena continuità, da un lato sul ripasso continuo del grande repertorio europeo e dall'altro sulla proposta di musiche meno consuete, e fra queste di quelle più recenti: saldandole cronologicamente a quel maggior sinfonismo classico-romantico che resta la base della sua stessa esistenza attraverso una ricognizione sempre più ampia del Novecento storico.
Proprio quest'ultimo aspetto, questa continuità fra passato e presente, è il tema dominante della programmazione 2001-2002. Che ha voluto muoversi in questa direzione anche più decisamente e corposamente che nelle stagioni precedenti: commissioni, prime assolute, prime per l'Italia ma anche tanto, tanto Novecento; prima e dopo quella barriera invisibile ma imbarazzante del 1950, che fondendo insieme avvio del dopoguerra e nascita di alcune (non tutte!) correnti di un'avanguardia oggi a sua volta abbondantemente storicizzata, per troppo tempo ha costituito uno spartiacque più convenzionale che reale. Se è vero che la cultura di oggi sta superando, nella prospettiva della storia, le dicotomie brutali imposte alla lettura della prima metà del secolo da un'esegesi non meno apodittica che coraggiosa, forse chi fa programmazione musicale deve avvertire l'esigenza di dichiarare, con i fatti (e cioè con la stessa proposta culturale), che gli steccati dai quali per molto tempo si è fatta delimitare una presunta categoria del moderno cominciano a presentare varchi assai ampi, consentendo di ricostruire e rintracciare continuità e contiguità a lungo negate dagli stessi interessati. Se è vero che nella luminosa penombra della storia, del tempo trascorso, molti gatti rivelano se non un comune color bigio perlomeno qualche somiglianza nelle striature, forse anche la dialettica fra presente e tradizione (versione acida, declinata nel nostro ideologizzato e polemicissimo passato prossimo, di una sempiterna querelle fra antichi e moderni), forse oggi può lasciar spazio alla presunzione di un legame attraverso i salti linguistici e le differenziazioni poetiche. Un modo come un altro, se vogliamo, per confessare che con il Novecento si è forse concluso, almeno in parte, anche il gran travaglio che ne ha tormentato tutta la storia culturale, coinvolgendo proprio la cultura musicale più di ogni altra: fare i conti con l'età romantica, negandola ideologicamente pur mantenendone artificialmente in vita i linguaggi, o per contro tentandone una sopravvivenza con forme comunicative radicalmente diverse, cambiando quasi tutto perché almeno qualcosa rimanesse com'era. A nostra volta ci troveremo ogni giorno di più a fare i conti con il Novecento. Chissà in quali termini: ma intanto, per prepararci a farli,
dovremo conoscerlo davvero bene.
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