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Esiste
per un'orchestra radiofonica una vocazione speciale, anzi un obbligo
vero e proprio a proporre la produzione musicale più recente,
addirittura sollecitandola e magari assistendola finanziariamente
con una commissione? Basta il solo fatto di essere espressione
di un'azienda radiotelevisiva a porre a un complesso questo imperativo
in misura e con urgenza maggiori di quel che non succeda, per esempio,
agli ex-enti lirici?
In Italia la storia dei complessi Rai, distesa lungo settant'anni,
sembra tutto sommato indicare di sì. Chi ne rilegge le cronologie
vede che la musica del Novecento e le novità compaiono più
spesso e con maggiore protagonismo, ora nell'uno ora nell'altro cartellone.
Rispecchiando com'è logico i diversi indirizzi via via adottati
dall'azienda e dalle diverse direzioni artistiche, ma sempre con un
primato sostanziale rispetto alle altre grandi istituzioni italiane.
Naturalmente le ragioni di questa diversità possono esser tante.
Qualcuna anche molto pratica: ai tempi di quella che potremmo chiamare
"la prima Repubblica" delle orchestre Rai, un problema di
pubblico quasi non esisteva. Con le debite varianti fra sedi e periodi
differenti, le quattro orchestre per molto tempo sono state anzitutto
fornitrici della radio. Se avevano anche un pubblico in carne
e ossa, tanto meglio; ma il bersaglio primario non era necessariamente
quello. Tanto che per decenni alcune stagioni Rai si sono offerte
solo a un pubblico di invitati. In molti casi dal pubblico si prescindeva
perfino, registrando di fronte alle sedie vuote. Invece il timore
di una sala spopolata pesava di più per istituzioni tipicamente
territoriali come gli enti lirici, anche in tempi un po' meno preoccupati
del rientro finanziario della proposta culturale di quanto non lo
sia quello attuale. Il che rendeva automaticamente le orchestre Rai
più libere nella loro programmazione.
Altrettanto naturalmente diversità e primato possono non esser
stati sempre un merito. Se almeno in parte è vero che in fondo
quel che nulla costa nulla o poco vale, il fatto di poter tranquillamente
colmare il calendario di un'orchestra con l'esecuzione di musiche
d'ogni forma e d'ogni età oltre a togliere remore a una programmazione
coraggiosa può anche indurre alla tentazione di abbassare un
po' la guardia dal punto di vista del merito. E siccome in ogni proposta
che coinvolga i vivi si annida la tentazione del capriccio fine a
se stesso, del piacere personale, dell'assistenzialismo, del clientelismo
addirittura, negli anni formidabili del monopolio e del sonno dell'audience
tanta libertà può anche avere indotto ad abbassare un
po' la guardia. Chi oggi abbia raggiunto la mezza età difficilmente
ha dimenticato certe mezz'ore di tarda mattinata, in cui l'etere familiarizzava
il musicofilo con i nomi dei direttori e dei professori di composizione
dei conservatori di tutta Italia, che attraverso la radio di Stato
maturavano un numero di esecuzioni senz'altro più confortante
di quello che la dura legge del mercato avrebbe consentito loro anche
nelle stagioni sinfoniche più aperte (comfort esteso, con liberalità
oggi non più proponibile, a esecutori più meritori per
l'impegno profuso in pro dei loro colleghi e coetanei che non popolari
per l'autorevolezza e il fascino delle loro interpretazioni).
Ma di questi detriti il passare del tempo fa rapidamente e ampiamente
giustizia. E oggi quel che si ricava dalla storia delle esecuzioni
di musiche moderne o nuove da parte della radio italiana e delle sue
orchestre conferma il ruolo determinante di sostegno e di diffusione
che queste istituzioni hanno potuto, saputo e voluto svolgere. Chi
lavora alla programmazione dell'attuale unica orchestra della Rai
non può certo dimenticarlo. Uno strumento di produzione musicale
si distingue dall'altro per i mezzi che ha, per chi lo gestisce, per
chi lo dirige, per la sede in cui opera, per il pubblico che ha, ma
anche per la sua storia, per l'identità e la vocazione, appunto,
che ne derivano. Nei sette anni della sua esistenza l'Orchestra Sinfonica
Nazionale della Rai si è posta immediati obiettivi di sopravvivenza,
attraverso il consolidamento e il miglioramento della sua qualità,
del suo rapporto con il pubblico a Torino e in Italia, della sua dimestichezza
con i direttori più autorevoli. Ma ha anche svolto una politica
di programmi articolata non come su due corsie parallele, ma al contrario
con piena continuità, da un lato sul ripasso continuo del grande
repertorio europeo e dall'altro sulla proposta di musiche meno consuete,
e fra queste di quelle più recenti: saldandole cronologicamente
a quel maggior sinfonismo classico-romantico che resta la base della
sua stessa esistenza attraverso una ricognizione sempre più
ampia del Novecento storico.
Proprio quest'ultimo aspetto, questa continuità fra passato
e presente, è il tema dominante della programmazione 2001-2002.
Che ha voluto muoversi in questa direzione anche più decisamente
e corposamente che nelle stagioni precedenti: commissioni, prime assolute,
prime per l'Italia ma anche tanto, tanto Novecento; prima e
dopo quella barriera invisibile ma imbarazzante del 1950, che fondendo
insieme avvio del dopoguerra e nascita di alcune (non tutte!) correnti
di un'avanguardia oggi a sua volta abbondantemente storicizzata, per
troppo tempo ha costituito uno spartiacque più convenzionale
che reale. Se è vero che la cultura di oggi sta superando,
nella prospettiva della storia, le dicotomie brutali imposte alla
lettura della prima metà del secolo da un'esegesi non meno
apodittica che coraggiosa, forse chi fa programmazione musicale deve
avvertire l'esigenza di dichiarare, con i fatti (e cioè con
la stessa proposta culturale), che gli steccati dai quali per molto
tempo si è fatta delimitare una presunta categoria del moderno
cominciano a presentare varchi assai ampi, consentendo di ricostruire
e rintracciare continuità e contiguità a lungo negate
dagli stessi interessati. Se è vero che nella luminosa penombra
della storia, del tempo trascorso, molti gatti rivelano se non un
comune color bigio perlomeno qualche somiglianza nelle striature,
forse anche la dialettica fra presente e tradizione (versione acida,
declinata nel nostro ideologizzato e polemicissimo passato prossimo,
di una sempiterna querelle fra antichi e moderni), forse oggi può
lasciar spazio alla presunzione di un legame attraverso i salti linguistici
e le differenziazioni poetiche. Un modo come un altro, se vogliamo,
per confessare che con il Novecento si è forse concluso, almeno
in parte, anche il gran travaglio che ne ha tormentato tutta la storia
culturale, coinvolgendo proprio la cultura musicale più di
ogni altra: fare i conti con l'età romantica, negandola ideologicamente
pur mantenendone artificialmente in vita i linguaggi, o per contro
tentandone una sopravvivenza con forme comunicative radicalmente diverse,
cambiando quasi tutto perché almeno qualcosa rimanesse com'era.
A nostra volta ci troveremo ogni giorno di più a fare i conti
con il Novecento. Chissà in quali termini: ma intanto, per
prepararci a farli,
dovremo conoscerlo davvero bene.
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