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Prima
ancora di avere toccato uno strumento, ogni interprete possiede un
suono con un timbro e un tocco riconoscibili, così come parla
con un'inflessione, una cadenza e un colore unici. È anche
la voce del suo organismo come corpo vibrante e cassa di risonanza.
Tutto sta nell'individuarla e nel manifestarla pienamente al prossimo
piegando le mani al pensiero, sfrondando quest'ultimo dell'inessenziale.
Ma la partita si gioca su più fronti, uno dei quali ha per
superficie e confini lo strumento come arnese. Nell'arte non si tratta
di dominare la materia come detta il credo romantico - non è
un cavallo imbizzarrito - ma di interrogarla: essa ha una forma, un'anima
e un corpo miti, ma vivi. Chi suona dialoga con lo strumento che
risponde in parte secondo le sollecitazioni che riceve, in parte secondo
la sua propria natura; i caratteri possono essere compatibili, ma
necessitare di molto tempo per raggiungere una reciproca confidenza,
per suggellare un rapporto di esclusiva intimità. Spesse volte
i due parlano lingue diverse e inconciliabili al punto da giustificare
un mutuo abbandono. Michele Campanella ha trovato il suo strumento
nel 1997, uno Steinway del 1892 prodotto ad Amburgo, emigrato
prima a Stoccolma, poi a Milano e infine scomparso fino al 1995, dove
riapparve a Roma. Non a caso questo raffinato interprete incontra
il suo pianoforte insostituibile in età artisticamente matura,
quando, per sua stessa ammissione, rilegge quel virtuosismo lisztiano
- che lo aveva fatto conoscere al mondo musicale inaspettatamente
e in giovanissima età - in chiave ascetica, operando per sottrazione
anziché per addizione o ridondanza. Il pianoforte restaurato
e custodito dal laboratorio Valli di Ancona non dà voce a eccessi
giovanili, ma a pensieri adamantini, decantati; la sua duttilità
timbrica non lascia spazio alle ruvidità e alla freddezza asettica
dei paesaggi sonori contemporanei: tutto è avvolto da nuance
che non sporcano il disegno musicale, ma lo approfondiscono ammantandolo
d'ombre lunghe, raccolte dalla memoria storica. E senza cedimenti
verso zuccherose cromie fin du siècle: la tastiera toccata
dal maestro scorre in perfetto equilibrio tra ésprit de géometrie
e charme poetico. La vicenda nobile e misteriosa di questo strumento
avanza parallela a quella della famiglia Campanella, genìa
di generosi musicisti partenopei, l'ultimo della stirpe non poteva
che riconoscere nello Steinway gran coda modello D-247 marticola
n. 70768 la voce sua e dei padri, con i quali condivide non solo
geni, ma anche un'indiscutibile e versatile genialità. (g.n.)
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