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Quale
strada l'ha condotta a Princeton?
"Durante gli ultimi anni di Conservatorio ho seguito dei corsi
di perfezionamento estivi in Canada con Shirley Givens, docente
alla Manner School e alla Juilliard School di New York e presso
il Peabody Institute di Baltimora, nel Maryland, il più antico
istituto musicale americano, attualmente annesso alla Johns Hopkins
University. Subito dopo il diploma, nell'autunno del 1991, mi sono
trasferito a Baltimora, dove ho studiato con la Givens per sette
anni, conseguendo diploma, bachelor - il primo livello di laurea
- e due master in Musicologia e Pedagogia della teoria musicale.
Quindi ho insegnato per un anno nell'Istituto come docente aggiunto
di armonia. Ma questi titoli non bastano a ottenere un posto di
lavoro fisso negli Stati Uniti: occorre infatti avere un dottorato
di ricerca, il Ph. D. Ho quindi partecipato a diversi concorsi e
sono stato ammesso in tre università, tra le quali ho preferito
quella di Princeton, a due passi da New York, dove studio e lavoro
da due anni".
È
grande la differenza tra il Conservatorio italiano e quello americano?
"Direi di sì. Negli Stati Uniti il Conservatorio è
a livello universitario e vi si accede dopo avere acquisito solide
basi tecniche. La formazione è meno settoriale: ci sono corsi
aperti a tutti gli strumentisti e si studiano molte materie, tra
cui armonia, contrappunto, teoria, letteratura, storia della musica,
una materia scientifica, orchestrazione. È più o meno
quel che dovrà essere il futuro Conservatorio italiano. Alla
fine dei corsi si consegue una laurea quadriennale".
Quanto
costa studiare negli Usa?
"La retta delle università private è salatissima:
qualche decina di milioni all'anno. Io sono riuscito ad accedere
a borse di studio che coprivano la metà della somma delle
tasse scolastiche, l'altra metà mi è stata data dalla
mia famiglia e in particolare devo ringraziare mio nonno che alla
sua morte mi ha lasciato una somma di denaro per perfezionare gli
studi".
L'inserimento
in ambito professionale è stato semplice?
"Di sicuro più semplice che in Italia, e ancor di più
lo sarebbe stato se fossi cittadino statunitense. Ho avuto la fortuna
di incontrare gli insegnanti giusti che mi hanno incoraggiato a
seguire le mie attitudini e a intraprendere la carriera accademica
piuttosto che quella concertistica. L'accesso al dottorato di ricerca
non richiede la protezione o la raccomandazione di un "barone",
come avviene nelle università italiane, e il candidato è
giudicato per quello che vale".
Resterà
a lungo a Princeton?
"Il dottorato, che prevede il pagamento di vitto e alloggio
e un assegno mensile di circa $ 1000, dura cinque anni. A un biennio
iniziale di preparazione generale, coronato da un esame durissimo
che ho sostenuto nel maggio scorso, segue un triennio di specializzazione.
Dopo si vedrà".
E
il violino, l'ha messo in naftalina?
"Per sei anni ho suonato nella Annapolis Symphony Orchestra,
che è un complesso semiprofessionale di Baltimora. Ciò
mi ha permesso di evitare il servizio militare in Italia perché
ero sotto contratto di lavoro all'estero. Continuo a suonare in
vari complessi cameristici e nell'Orchestra dell'Università
di Princeton con la quale sono stato in tournée anche in
Europa".
Per
lei, prevede un futuro italiano, europeo o statunitense?
"Il dottorato a Princeton dovrebbe garantirmi l'inserimento
definitivo nel mondo del lavoro. Anche se la musicologia è
un campo ridotto le offerte sono numerose perché ciascuna
università americana prevede curricula con materie musicali.
L'idea è di restare negli Stati Uniti o in Canada. Non vedo
motivi per tornare in Europa e in Italia, dove le opportunità
universitarie sono minime".
È
stato positivo l'impatto con la cultura americana?
"All'inizio ero più entusiasta, mentre oggi mi accorgo
di avere un po' la "puzza sotto il naso" eurocentrica.
In ogni caso nell'ambito della ricerca gli Stati Uniti offrono tutto
ciò che la vecchia Europa non è in grado di offrire".
Di
Torino cosa le manca?
"Mi manca la facilità con cui si intessono relazioni
sociali, profonde o effimere che siano. Negli Stati Uniti la gente
- e parlo di middle upper class - vive molto al chiuso, in casa
propria o nei club privati: non esiste il concetto di piazza e di
vita sociale all'aperto. Di Torino mi manca la giusta dimensione
metropolitana: Princeton è un centro piccolo, ricco e residenziale,
dove le iniziative culturali extra-universitarie sono ridotte al
minimo: per vedere qualcosa di veramente interessante o per fare
un bagno di folla è d'obbligo andare a New York. Ma un conto
è vivere in una grande città, un conto andarci ogni
tanto".
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