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Nonostante il teatro di Shakespeare abbia fornito innumerevoli
libretti, quella di Aribert Reimann è la prima opera degna
di questo nome su Re Lear: secondo lei può darsi che la rinuncia
di Verdi a musicare la tragedia abbia influenzato generazioni successive
di compositori che ritenevano quasi infallibile il suo istinto per
i soggetti?
"A Verdi piacque Lear perché, come tutti sanno, era fatalmente
attratto dalle figure paterne. È anche vero che nel Lear si
intrecciano talmente tante storie, sono così numerosi i personaggi
che per un drammaturgo musicale estremamente portato alla sintesi
come lui era impresa difficilissima concentrare la materia senza snaturare
il messaggio shakespeariano. Questa regola vale naturalmente un po'
per tutti i compositori d'opera".
Alcuni
critici hanno accusato la musica di Reimann di essere radiofonica,
di non aggiungere nulla alla teatralità del testo: condivide
questa osservazione?
"Più che non aggiungere mi sembra che il lavoro di Reimann
vada in una direzione diversa rispetto al portato shakespeariano.
Reimann procede in modo determinato, a senso unico, mentre
la tragedia shakespeariana è molto più ambigua. Credo
sia inevitabile in un'opera, perché già la musica
di per sé dice parecchie cose".
Quindi
nella sintesi fatta da Claus Henneberg prima e Desmond Clayton poi,
per confezionare il libretto in lingua inglese si sono persi elementi
importanti nella caratterizzazione dei personaggi?
"Mi sembra ci sia una specie di prosciugamento necessario dei
temi. Di Shakespeare restano la storia, le motivazioni psicologiche,
parecchi versi. Ma la cosa più significativa non è
tanto il drenaggio delle situazioni quanto piuttosto il sacrificio
di quella serie di parallelismi che la tragedia di Shakespeare ci
propone, ad esempio quello fortissimo tra Gloucester/Lear,
l'altro non meno forte tra Lear/Fool e Fool/Cordelia,
per cui non si sa mai se il Fool è un doppio di Lear oppure
l'immagine del delirio e della sua dissennatezza, anche se poi mostra
al re un'anticipazione del conforto che gli darà Cordelia.
Tutto ciò in Reimann non c'è e ritengo che non potrebbe
esserci: nell'opera Lear appare molto meno colpevole di quanto non
lo sia nella tragedia e proprio il Fool è il personaggio
più contratto".
Più
di una volta le sarà capitato di mettere in scena un testo
drammatico e la sua versione operistica: penso al Caso Makropulos
di Capek/Janácek o proprio al Re Lear al quale ho avuto la
fortuna di assistere qualche anno fa al Teatro Argentina di Roma.
Quali sono i problemi e gli stimoli che scaturiscono dal confronto
diretto?
"Tantissime opere musicali, Verdi insegna, sono tratte da testi
teatrali e quando mi sono trovato a metterle in scena molto spesso
ho pensato di incentrare il mio lavoro sullo scarto che intercorre
tra l'originale drammaturgico e la versione musicale. Nel caso dei
Lear di Shakespeare e Reimann, viceversa, mi sembra ci sia piuttosto
una coincidenza, seppure attraverso quel drenaggio di cui parlavo
prima. Non per condividere le critiche di radiofonia mosse alla
partitura di Reimann, ma senza dubbio il compositore "cerca"
a modo suo il drammaturgo, laddove un capolavoro di Verdi come Otello
è in buona parte un tradimento dell'originale shakespeariano,
per non dire di Falstaff che è addirittura un collage. Nel
caso di questo Lear non è proprio così: è un'interpretazione
in qualche modo parziale, se si vuole, ma è il nobile tradimento
di un capolavoro letterario".
Può
svelare quale sarà la cifra stilistica di questo nuovo allestimento
firmato con Margherita Palli e Vera Marzot?
"Già nel Lear che lei ha visto all'Argentina c'era una
grande durezza di immagine [le scene erano di Gae Aulenti, ndr],
povera e dura nello stesso tempo. A me sembra che l'opera di Reimann
"urli" - non in termini musicali, s'intende - il testo
teatrale, spifferi tutto ciò che in Shakespeare è
suggerito. Dunque anche scenicamente l'immagine di questo allestimento
sarà aggressiva e violenta. Così come nell'edizione
romana, non abbiamo sprofondato la vicenda nella Scozia arcaica,
anche perché questa musica di arcaico ha ben poco: secondo
quella che è ormai diventata una consuetudine nel nostro
modo di fare teatro, i personaggi indosseranno abiti più
vicini a noi. Questo non per modernizzare gratuitamente, ma perché
riteniamo non necessario il ricorso alla filologia dei costumi d'epoca:
vestire le persone in abiti moderni consente al pubblico di riconoscere
differenze di carattere e di classe sociale e non solamente di sapere
in che anno si svolge l'azione. Tanto più che Lear è
ambientato in un tempo indeterminato".
Come
verrà risolta la simultaneità di alcune scene oppure
la cruciale tempesta?
"L'allestimento è costruito in modo tale da permettere
lo svolgimento contemporaneo di alcune scene sia opponendo un diaframma
mobile al centro del palcoscenico, sia con uno scivolo a due livelli
che crea un proscenio e un secondo piano. Nella tempesta posso dire
che pioverà anche acqua vera
".
Preferisce
affrontare il repertorio ottocentesco, cosa che negli ultimi anni
ha fatto sempre più di frequente, oppure l'opera contemporanea?
"Lavoro volentieri su opere in cui c'è da scoprire qualche
cosa: per questo motivo, se posso farlo, evito il grande repertorio.
Fa eccezione Rossini, che per me rappresenta un caso speciale: ho
messo in scena molti dei suoi titoli perché dal punto di
vista drammaturgico libretto e musica presentano piccoli segreti
sui quali è divertente indagare. È chiaro che l'opera
contemporanea offre all'attenzione di un regista un po' di più
di quanto non offra Donizetti o il primo Verdi: proprio a Torino
ho messo in scena alcuni capolavori del Novecento, come Il caso
Makropulos e Il giro di vite, che mi hanno dato soddisfazioni vere.
Perciò sono particolarmente coinvolto nell'ideazione e nella
realizzazione di questo nuovo allestimento del Lear".
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Arthur
Fagen: biografia, repertorio delle opere, calendario delle rappresentazioni
(in inglese e tedesco) |
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Un
sito che raccoglie le risorse su Re Lear presenti sul Web (in
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