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ottobre 2001
gli argomenti del mese
INTERVISTA - Il Re Lear di Ronconi
di Filippo Fonsatti

 

Luca Ronconi


Arthur Fagen


Nonostante il teatro di Shakespeare abbia fornito innumerevoli libretti, quella di Aribert Reimann è la prima opera degna di questo nome su Re Lear: secondo lei può darsi che la rinuncia di Verdi a musicare la tragedia abbia influenzato generazioni successive di compositori che ritenevano quasi infallibile il suo istinto per i soggetti?
"A Verdi piacque Lear perché, come tutti sanno, era fatalmente attratto dalle figure paterne. È anche vero che nel Lear si intrecciano talmente tante storie, sono così numerosi i personaggi che per un drammaturgo musicale estremamente portato alla sintesi come lui era impresa difficilissima concentrare la materia senza snaturare il messaggio shakespeariano. Questa regola vale naturalmente un po' per tutti i compositori d'opera".

Alcuni critici hanno accusato la musica di Reimann di essere radiofonica, di non aggiungere nulla alla teatralità del testo: condivide questa osservazione?
"Più che non aggiungere mi sembra che il lavoro di Reimann vada in una direzione diversa rispetto al portato shakespeariano. Reimann procede in modo determinato, a senso unico, mentre la tragedia shakespeariana è molto più ambigua. Credo sia inevitabile in un'opera, perché già la musica di per sé dice parecchie cose".

Quindi nella sintesi fatta da Claus Henneberg prima e Desmond Clayton poi, per confezionare il libretto in lingua inglese si sono persi elementi importanti nella caratterizzazione dei personaggi?
"Mi sembra ci sia una specie di prosciugamento necessario dei temi. Di Shakespeare restano la storia, le motivazioni psicologiche, parecchi versi. Ma la cosa più significativa non è tanto il drenaggio delle situazioni quanto piuttosto il sacrificio di quella serie di parallelismi che la tragedia di Shakespeare ci propone, ad esempio quello fortissimo tra Gloucester/Lear, l'altro non meno forte tra Lear/Fool e Fool/Cordelia, per cui non si sa mai se il Fool è un doppio di Lear oppure l'immagine del delirio e della sua dissennatezza, anche se poi mostra al re un'anticipazione del conforto che gli darà Cordelia. Tutto ciò in Reimann non c'è e ritengo che non potrebbe esserci: nell'opera Lear appare molto meno colpevole di quanto non lo sia nella tragedia e proprio il Fool è il personaggio più contratto".

Più di una volta le sarà capitato di mettere in scena un testo drammatico e la sua versione operistica: penso al Caso Makropulos di Capek/Janácek o proprio al Re Lear al quale ho avuto la fortuna di assistere qualche anno fa al Teatro Argentina di Roma. Quali sono i problemi e gli stimoli che scaturiscono dal confronto diretto?
"Tantissime opere musicali, Verdi insegna, sono tratte da testi teatrali e quando mi sono trovato a metterle in scena molto spesso ho pensato di incentrare il mio lavoro sullo scarto che intercorre tra l'originale drammaturgico e la versione musicale. Nel caso dei Lear di Shakespeare e Reimann, viceversa, mi sembra ci sia piuttosto una coincidenza, seppure attraverso quel drenaggio di cui parlavo prima. Non per condividere le critiche di radiofonia mosse alla partitura di Reimann, ma senza dubbio il compositore "cerca" a modo suo il drammaturgo, laddove un capolavoro di Verdi come Otello è in buona parte un tradimento dell'originale shakespeariano, per non dire di Falstaff che è addirittura un collage. Nel caso di questo Lear non è proprio così: è un'interpretazione in qualche modo parziale, se si vuole, ma è il nobile tradimento di un capolavoro letterario".

Può svelare quale sarà la cifra stilistica di questo nuovo allestimento firmato con Margherita Palli e Vera Marzot?
"Già nel Lear che lei ha visto all'Argentina c'era una grande durezza di immagine [le scene erano di Gae Aulenti, ndr], povera e dura nello stesso tempo. A me sembra che l'opera di Reimann "urli" - non in termini musicali, s'intende - il testo teatrale, spifferi tutto ciò che in Shakespeare è suggerito. Dunque anche scenicamente l'immagine di questo allestimento sarà aggressiva e violenta. Così come nell'edizione romana, non abbiamo sprofondato la vicenda nella Scozia arcaica, anche perché questa musica di arcaico ha ben poco: secondo quella che è ormai diventata una consuetudine nel nostro modo di fare teatro, i personaggi indosseranno abiti più vicini a noi. Questo non per modernizzare gratuitamente, ma perché riteniamo non necessario il ricorso alla filologia dei costumi d'epoca: vestire le persone in abiti moderni consente al pubblico di riconoscere differenze di carattere e di classe sociale e non solamente di sapere in che anno si svolge l'azione. Tanto più che Lear è ambientato in un tempo indeterminato".

Come verrà risolta la simultaneità di alcune scene oppure la cruciale tempesta?
"L'allestimento è costruito in modo tale da permettere lo svolgimento contemporaneo di alcune scene sia opponendo un diaframma mobile al centro del palcoscenico, sia con uno scivolo a due livelli che crea un proscenio e un secondo piano. Nella tempesta posso dire che pioverà anche acqua vera…".

Preferisce affrontare il repertorio ottocentesco, cosa che negli ultimi anni ha fatto sempre più di frequente, oppure l'opera contemporanea?
"Lavoro volentieri su opere in cui c'è da scoprire qualche cosa: per questo motivo, se posso farlo, evito il grande repertorio. Fa eccezione Rossini, che per me rappresenta un caso speciale: ho messo in scena molti dei suoi titoli perché dal punto di vista drammaturgico libretto e musica presentano piccoli segreti sui quali è divertente indagare. È chiaro che l'opera contemporanea offre all'attenzione di un regista un po' di più di quanto non offra Donizetti o il primo Verdi: proprio a Torino ho messo in scena alcuni capolavori del Novecento, come Il caso Makropulos e Il giro di vite, che mi hanno dato soddisfazioni vere. Perciò sono particolarmente coinvolto nell'ideazione e nella realizzazione di questo nuovo allestimento del Lear".

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Martedì 16 ottobre
il Lear di Aribert Reimanninaugura
la Stagione Sinfonica 2001-2002 del Teatro Regio,
e resterà in scena fino al 28 ottobre.
In prima esecuzione italiana, l'opera sarà diretta da Arthur Fagen; regia e scene sono a cura di Luca Ronconi e Margherita Palli.