|


|
L'indiscutibile competenza, abilità, tecnica è il requisito
indispensabile per il primato di un artista.
Non è tuttavia sufficiente a trasformare un interprete in un
punto di riferimento.
Tralasciando le esibizioni da fanciullo, i primi concerti adolescenziali,
Maurizio Pollini è pubblicamente "in carriera"
dal 1960, quando - diciottenne - vince il Concorso "Chopin"
di Varsavia.
Le immagini di quei giorni, girate dalla televisione polacca e dai
telegiornali della Rai, consegnano un ragazzo, più che emozionato,
più che stupito, preoccupato di non deludere le aspettative
di chi lo ha premiato (presidente della giuria era Arthur Rubinstein)
e di non farsi travolgere dalle conseguenze - concerti, concerti,
concerti - di quella vittoria, inusuale per un pianista italiano.
Decide di sospendere l'attività concertistica e di proseguire
gli studi: così aveva stabilito prima del concorso, così
fa dopo il suo esito. Con una naturalezza che probabilmente deriva
dalla persuasione "innata" di dover fare, nella vita, il
pianista:
"Non ho mai pensato, per me, ad altre possibili attività".
In un universo dell'immagine e del consenso troppo affollato e ripetitivo,
Pollini comprende già allora che la rarefazione della propria
presenza fa solo del bene: all'artista e al suo pubblico. In questa
decisione pesa evidentemente un rigore etico che la famiglia - il
padre Gino, architetto razionalista, creatore dell'Olivetti
di Ivrea, lo zio Fausto Melotti, scultore sensibile al lirismo
dell'astrazione - frequenta con quella "naturalezza" lombarda
che non sapremmo, oggi, altrettanto ritrovare.
Il genio musicale del ragazzo è indiscutibile: "legge"
e analizza con familiarità il Wozzeck di Berg, che pochi anni
prima era stato fischiato focosamente alla Scala; incontra, in un'abitazione
privata, Salvatore Accardo, improvvisano assieme la Kreutzer
di Beethoven e tuttora Accardo ricorda stupefatto la qualità
del suono e della passione di Pollini.
Passione: il pianismo italiano sembra scoprirla con lui. Mentre
vince il "Chopin", Benedetti Michelangeli registra negli
studi della Rai di Torino quelle che resteranno le sue uniche esibizioni
televisive. La concomitanza cronologica consente ancor meglio di valutare
le differenze: ventidue anni e un abisso interpretativo separano i
due maestri, proprio nello sguardo verso Chopin. Il canto, il fraseggio,
l'infinitesimale, levigata compostezza, il "perlato" di
Michelangeli; il "grido", la tensione, anche gli squilibri
accentuati da Pollini.
Il segno era diverso, e netto. Chopin sarebbe rimasto una stella fissa
nell'orizzonte esecutivo di Pollini, e quella diversità non
si sarebbe risolta.
Da Chopin a Schoenberg, compreso nel suo rigore formale, nelle pulsazioni
visionarie, nelle isole brevi di nostalgia. Da Schoenberg, l'avanguardia
storicizzata, a Boulez, Stockhausen, Nono, Sciarrino, Manzoni. Pollini
non si limita a prendere atto delle loro creazioni per il pianoforte;
le sollecita, le "commissiona", alcune, come nel caso dei
due lavori di Luigi Nono pensati per la tastiera (Como una ola de
fuerza y luz e
sofferte onde serene
), nascono "verso"
di lui.
La vastità del repertorio (che comprende anche Monteverdi e
Bach), ma non la sua gratuità, è atteggiamento raro,
perspicace, assolutamente utile oggi, quando dopo un secolo di documentata
storia dell'interpretazione il rischio del logorio, del già-ascoltato,
del prevalere stanco del rituale esecutivo, è uno dei principali
nemici dei musicisti contemporanei.
Tratto costante - si dice - del carattere di Pollini, rimane la sua
discrezione. In tutta evidenza, è un equivoco clamoroso.
Il riservato pianista legge, prima di un concerto alla Società
del Quartetto di Milano, una dichiarazione firmata da numerosi musicisti
italiani che condanna la ripresa dei bombardamenti statunitensi sul
Nord Vietnam; pronuncia appena sette parole e a quella fatidica -
appunto "Vietnam" - la sala esplode. Era il 1972.
Gli organizzatori gli fanno sapere che "
è pagato
per suonare, non per parlare". Indro Montanelli lo critica
aspramente. "Nella mia ingenuità, pensavo che il concerto
avrebbe potuto comunque aver luogo", ricorda oggi il maestro.
Chiude la Paragon di Genova, gli operai occupano la fabbrica, Pollini,
con l'Orchestra del Teatro Carlo Felice, suona l'Imperatore di Beethoven
in sala mensa e passa ore per ottenere, grazie a pannelli e "conchiglie"
costruite al momento dall'intelligenza operaia, un'acustica accettabile.
Ci riesce.
Suona nelle biblioteche civiche di Reggio Emilia, discute delle ultime
sonate di Beethoven davanti a un pubblico che allora si chiamava di
"lavoratori e studenti".
Esce dall'intangibilità dell'artista, non si isola all'interno
dell'eccellenza del proprio mestiere, partecipa alla vita civile
del nostro paese. Dopo la strage di Piazza Fontana del dicembre
1969, va in Piazza Duomo, assiste ai funerali delle vittime, comprende
che "
una svolta autoritaria non sarebbe passata".
Dov'è la "discrezione"? Nobilmente, invece, il rifiuto
della chiacchiera, della banalità dell'apparire, persiste assieme
alla fermezza, alla disciplina, all'eccellenza dell'artista.
Pollini non imbroglia mai.
|
| NAVIGARE
IN MUSICA |
 |
Maurizio
Pollini: biografia, discografia, link |
 |
Il
concerto del 23 ottobre |
 |
| CALENDARIO
SETTIMANALE |
 |
1
/7 ottobre |
 |
8/14
ottobre |
 |
15
/21 ottobre |
 |
22
/28 ottobre |
 |
29
/31 ottobre |
|