Torna all'indice di Sistema Musica
ottobre 2001
gli argomenti del mese
La passione di Pollini
di Sandro Cappelletto

 


Maurizio Pollini



Maurizio Pollini

L'indiscutibile competenza, abilità, tecnica è il requisito indispensabile per il primato di un artista.
Non è tuttavia sufficiente a trasformare un interprete in un punto di riferimento.
Tralasciando le esibizioni da fanciullo, i primi concerti adolescenziali, Maurizio Pollini è pubblicamente "in carriera" dal 1960, quando - diciottenne - vince il Concorso "Chopin" di Varsavia.
Le immagini di quei giorni, girate dalla televisione polacca e dai telegiornali della Rai, consegnano un ragazzo, più che emozionato, più che stupito, preoccupato di non deludere le aspettative di chi lo ha premiato (presidente della giuria era Arthur Rubinstein) e di non farsi travolgere dalle conseguenze - concerti, concerti, concerti - di quella vittoria, inusuale per un pianista italiano. Decide di sospendere l'attività concertistica e di proseguire gli studi: così aveva stabilito prima del concorso, così fa dopo il suo esito. Con una naturalezza che probabilmente deriva dalla persuasione "innata" di dover fare, nella vita, il pianista:
"Non ho mai pensato, per me, ad altre possibili attività".
In un universo dell'immagine e del consenso troppo affollato e ripetitivo, Pollini comprende già allora che la rarefazione della propria presenza fa solo del bene: all'artista e al suo pubblico. In questa decisione pesa evidentemente un rigore etico che la famiglia - il padre Gino, architetto razionalista, creatore dell'Olivetti di Ivrea, lo zio Fausto Melotti, scultore sensibile al lirismo dell'astrazione - frequenta con quella "naturalezza" lombarda che non sapremmo, oggi, altrettanto ritrovare.
Il genio musicale del ragazzo è indiscutibile: "legge" e analizza con familiarità il Wozzeck di Berg, che pochi anni prima era stato fischiato focosamente alla Scala; incontra, in un'abitazione privata, Salvatore Accardo, improvvisano assieme la Kreutzer di Beethoven e tuttora Accardo ricorda stupefatto la qualità del suono e della passione di Pollini.
Passione: il pianismo italiano sembra scoprirla con lui. Mentre vince il "Chopin", Benedetti Michelangeli registra negli studi della Rai di Torino quelle che resteranno le sue uniche esibizioni televisive. La concomitanza cronologica consente ancor meglio di valutare le differenze: ventidue anni e un abisso interpretativo separano i due maestri, proprio nello sguardo verso Chopin. Il canto, il fraseggio, l'infinitesimale, levigata compostezza, il "perlato" di Michelangeli; il "grido", la tensione, anche gli squilibri accentuati da Pollini.
Il segno era diverso, e netto. Chopin sarebbe rimasto una stella fissa nell'orizzonte esecutivo di Pollini, e quella diversità non si sarebbe risolta.
Da Chopin a Schoenberg, compreso nel suo rigore formale, nelle pulsazioni visionarie, nelle isole brevi di nostalgia. Da Schoenberg, l'avanguardia storicizzata, a Boulez, Stockhausen, Nono, Sciarrino, Manzoni. Pollini non si limita a prendere atto delle loro creazioni per il pianoforte; le sollecita, le "commissiona", alcune, come nel caso dei due lavori di Luigi Nono pensati per la tastiera (Como una ola de fuerza y luz e …sofferte onde serene…), nascono "verso" di lui.
La vastità del repertorio (che comprende anche Monteverdi e Bach), ma non la sua gratuità, è atteggiamento raro, perspicace, assolutamente utile oggi, quando dopo un secolo di documentata storia dell'interpretazione il rischio del logorio, del già-ascoltato, del prevalere stanco del rituale esecutivo, è uno dei principali nemici dei musicisti contemporanei.
Tratto costante - si dice - del carattere di Pollini, rimane la sua discrezione. In tutta evidenza, è un equivoco clamoroso.
Il riservato pianista legge, prima di un concerto alla Società del Quartetto di Milano, una dichiarazione firmata da numerosi musicisti italiani che condanna la ripresa dei bombardamenti statunitensi sul Nord Vietnam; pronuncia appena sette parole e a quella fatidica - appunto "Vietnam" - la sala esplode. Era il 1972. Gli organizzatori gli fanno sapere che "…è pagato per suonare, non per parlare". Indro Montanelli lo critica aspramente. "Nella mia ingenuità, pensavo che il concerto avrebbe potuto comunque aver luogo", ricorda oggi il maestro.
Chiude la Paragon di Genova, gli operai occupano la fabbrica, Pollini, con l'Orchestra del Teatro Carlo Felice, suona l'Imperatore di Beethoven in sala mensa e passa ore per ottenere, grazie a pannelli e "conchiglie" costruite al momento dall'intelligenza operaia, un'acustica accettabile. Ci riesce.
Suona nelle biblioteche civiche di Reggio Emilia, discute delle ultime sonate di Beethoven davanti a un pubblico che allora si chiamava di "lavoratori e studenti".
Esce dall'intangibilità dell'artista, non si isola all'interno dell'eccellenza del proprio mestiere, partecipa alla vita civile del nostro paese. Dopo la strage di Piazza Fontana del dicembre 1969, va in Piazza Duomo, assiste ai funerali delle vittime, comprende che "…una svolta autoritaria non sarebbe passata".
Dov'è la "discrezione"? Nobilmente, invece, il rifiuto della chiacchiera, della banalità dell'apparire, persiste assieme alla fermezza, alla disciplina, all'eccellenza dell'artista.
Pollini non imbroglia mai.
NAVIGARE IN MUSICA
segui il link Maurizio Pollini: biografia, discografia, link
segui il link Il concerto del 23 ottobre
CALENDARIO SETTIMANALE
segui il link 1 /7 ottobre
segui il link 8/14 ottobre
segui il link 15 /21 ottobre
segui il link 22 /28 ottobre
segui il link 29 /31 ottobre

 

Settembre Musica
Unione Musicale
martedì 23 ottobre ore 21
Auditorium del Lingotto
Maurizio Pollini pianoforte
Musiche di Chopin, Liszt