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ottobre 2001
teatro regio torino
DIETRO LE QUINTE DI RE LEAR - Come nasce una scenografia
di Paola Giunti

 

scenografia


bozzetto per re Lear

Avete presente la scena in cui i Lillipuziani si affannano intorno a Gulliver con minuscoli martelli, innumerevoli picchetti e chilometri di sottilissime funi per immobilizzarne il corpo sulla spiaggia? Ecco, l'immagine potrebbe essere tratta dal diario dei lavori fatti nei laboratori del Teatro Regio per la costruzione delle scene del Lear firmato da Luca Ronconi e Margherita Palli. Da febbraio a luglio falegnami e fabbri, elettricisti e scenografi hanno dato vita all'ossatura dello spettacolo che inaugura adesso la Stagione d'Opera, l'ultima invenzione di un sodalizio artistico - al quale va ascritta anche la costumista Vera Marzot - che sul palcoscenico del Regio ha colto alcuni dei più significativi successi con spettacoli di grande impatto visivo come La Damnation de Faust, Il caso Makropulos e il recente Lohengrin. Per cercare di capire come si fa a realizzare dal nulla un grande impianto scenografico a fine giugno siamo andati a curiosare nei laboratori del Teatro dove si custodiscono e si costruiscono scenografie. È un capannone alla periferia della città, uguale a una delle qualsiasi fabbriche di tondini che anonimamente contribuiscono all'economia di una metropoli; in compenso, quando si oltrepassa il cancello, sembra di entrare nel magazzino di Babbo Natale.
Colonne del palazzo della Regina di Saba, la scrivania di Scarpia, la carrozza di Faust, la stanzetta di Mimì, il trono alato di Esclarmonde, un divano della Traviata, candelabri e vasi, poltrone e sedie rococò; in breve, tutto ciò che avete visto almeno una volta sulle scene alla fine capita qui, se non è in giro per qualche altro teatro o è ritornato ai legittimi proprietari. L'unica differenza è che quello che sul palcoscenico aveva un'aria normale, visto da vicino sembra un giocattolo per giganti catapultato sulla terra da un dio capriccioso. Ci si potrebbe passare i giorni a cercare le tracce di qualcosa che ci è rimasto nel cuore, come quando si decide di tirar fuori le fotografie di antiche vacanze, ma per il momento non è il passato che ci interessa: siamo venuti qui per scoprire quello che vedremo domani, quando il sipario si alzerà per la prima italiana del Lear di Aribert Reimann. Seguendo l'odor di saldatura lasciamo i magazzini e arriviamo nella vera e propria fabbrica, dove un paio di signorine che non avrebbero sfigurato in Flashdance stanno passando alla piallatrice una delle ultime assi di legno che sostengono il grande piano inclinato che, con i suoi oltre 40 metri di larghezza, invaderà il palcoscenico e gli sfondi laterali del teatro. Ce ne sono volute 12 tonnellate di assi di legno per costruirlo e una grande perizia artigianale che ha coinvolto sette falegnami tra i quali Annamaria e Susi - le due graziose signorine - che hanno imparato il mestiere nei corsi di formazione che il teatro ha istituito con la Regione Piemonte.
Ma nella perfetta tradizione ronconiana non di solo legno è fatta la scena: si contano infatti anche 6,5 tonnellate tra ferro e alluminio utilizzati da una ditta specializzata per costruire quattro torri alte 12 metri, passerelle aeree che servono a collegarle, tre grossi carri che trasporteranno truppe e i motori che apriranno botole, azioneranno ascensori, alzeranno pavimenti. Intanto, nel vicino laboratorio di scenografia, si stanno dando gli ultimi tocchi di pennello a lastre di alluminio per farlo sembrare ferro arrugginito mentre quelle già finite sono ammassate in un angolo come pezzi di un incrociatore russo salvato dai ghiacci. Sono in cinque a ritoccarne il maquillage, Claudia - la responsabile del laboratorio - alza per un attimo gli occhi da una macchia rossa e verde per ricordarmi "…come sia esigente Ronconi quando si tratta di mettere in pratica i suoi pensieri" e ritorna ad armeggiare con il ferro come se fosse il viso di Brad Pitt. Ma facciamo un passo indietro per capire quello che succede prima di arrivare alla costruzione, alla pittura e poi al montaggio. Tutto ovviamente parte dalle idee, quelle del regista che, insieme alla scenografa e alla costumista, firma lo spettacolo; una prima materializzazione dei concetti si ha nei bozzetti delle scene - in questo caso realizzati da Margherita Palli - le prime immagini di ciò che si vedrà ma, senza retorica, tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare e ben lo sa il direttore degli allestimenti, quello che al Regio viene chiamato semplicemente "l'ingegnere", ossia Silvano Cova, colui che deve rendere possibili i sogni. Un ruolo difficile il suo perché spesso deve prevedere l'imprevedibile oltre che ovviamente conoscere le capacità tecniche del Teatro come il salotto di casa sua. Insieme al suo assistente, una persona dolcissima e allo stesso tempo tenacemente pragmatica che si chiama Saverio, e ai coordinatori di progetto, traduce in metri, tonnellate e volumi le idee di partenza, contrattando con il regista e lo scenografo quando vogliono far volare gli elefanti in scena senza pensare alle norme di sicurezza.
La collaborazione con la triade Ronconi, Palli, Marzot è di antica data ed è quindi più facile tradurre in pratica ciò che magari è ancora in nuce nella mente di chi la pensa. È necessario saper guardare lontano per capire che cosa bisogna far costruire prima, stabilire se saranno sufficienti cinquanta persone per montare quella scena o a far muovere quel carro, come far scendere la pioggia senza bagnare i cantanti o inventare, con una ditta che costruisce impianti di irrigazione, un sistema per concentrare una tempesta shakespeariana in 120 metri quadrati senza allagare il palcoscenico. Forse adesso, quando si spegneranno le luci in sala, avrete qualche elemento in più per capire il lavoro che bisogna fare per mettere in scena i sogni.
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