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Avete presente la scena in cui i Lillipuziani si affannano
intorno a Gulliver con minuscoli martelli, innumerevoli picchetti
e chilometri di sottilissime funi per immobilizzarne il corpo sulla
spiaggia? Ecco, l'immagine potrebbe essere tratta dal diario dei lavori
fatti nei laboratori del Teatro Regio per la costruzione delle scene
del Lear firmato da Luca Ronconi e Margherita Palli. Da febbraio
a luglio falegnami e fabbri, elettricisti e scenografi hanno dato
vita all'ossatura dello spettacolo che inaugura adesso la Stagione
d'Opera, l'ultima invenzione di un sodalizio artistico - al quale
va ascritta anche la costumista Vera Marzot - che sul palcoscenico
del Regio ha colto alcuni dei più significativi successi con
spettacoli di grande impatto visivo come La Damnation de Faust, Il
caso Makropulos e il recente Lohengrin. Per cercare di capire come
si fa a realizzare dal nulla un grande impianto scenografico a fine
giugno siamo andati a curiosare nei laboratori del Teatro dove si
custodiscono e si costruiscono scenografie. È un capannone
alla periferia della città, uguale a una delle qualsiasi fabbriche
di tondini che anonimamente contribuiscono all'economia di una metropoli;
in compenso, quando si oltrepassa il cancello, sembra di entrare nel
magazzino di Babbo Natale.
Colonne del palazzo della Regina di Saba, la scrivania di Scarpia,
la carrozza di Faust, la stanzetta di Mimì, il trono alato
di Esclarmonde, un divano della Traviata, candelabri e vasi, poltrone
e sedie rococò; in breve, tutto ciò che avete visto
almeno una volta sulle scene alla fine capita qui, se non è
in giro per qualche altro teatro o è ritornato ai legittimi
proprietari. L'unica differenza è che quello che sul palcoscenico
aveva un'aria normale, visto da vicino sembra un giocattolo per giganti
catapultato sulla terra da un dio capriccioso. Ci si potrebbe passare
i giorni a cercare le tracce di qualcosa che ci è rimasto nel
cuore, come quando si decide di tirar fuori le fotografie di antiche
vacanze, ma per il momento non è il passato che ci interessa:
siamo venuti qui per scoprire quello che vedremo domani, quando il
sipario si alzerà per la prima italiana del Lear di Aribert
Reimann. Seguendo l'odor di saldatura lasciamo i magazzini e arriviamo
nella vera e propria fabbrica, dove un paio di signorine che non avrebbero
sfigurato in Flashdance stanno passando alla piallatrice una
delle ultime assi di legno che sostengono il grande piano inclinato
che, con i suoi oltre 40 metri di larghezza, invaderà il palcoscenico
e gli sfondi laterali del teatro. Ce ne sono volute 12 tonnellate
di assi di legno per costruirlo e una grande perizia artigianale che
ha coinvolto sette falegnami tra i quali Annamaria e Susi - le due
graziose signorine - che hanno imparato il mestiere nei corsi di
formazione che il teatro ha istituito con la Regione Piemonte.
Ma nella perfetta tradizione ronconiana non di solo legno è
fatta la scena: si contano infatti anche 6,5 tonnellate tra ferro
e alluminio utilizzati da una ditta specializzata per costruire quattro
torri alte 12 metri, passerelle aeree che servono a collegarle, tre
grossi carri che trasporteranno truppe e i motori che apriranno botole,
azioneranno ascensori, alzeranno pavimenti. Intanto, nel vicino laboratorio
di scenografia, si stanno dando gli ultimi tocchi di pennello a lastre
di alluminio per farlo sembrare ferro arrugginito mentre quelle già
finite sono ammassate in un angolo come pezzi di un incrociatore russo
salvato dai ghiacci. Sono in cinque a ritoccarne il maquillage, Claudia
- la responsabile del laboratorio - alza per un attimo gli occhi da
una macchia rossa e verde per ricordarmi "
come sia esigente
Ronconi quando si tratta di mettere in pratica i suoi pensieri"
e ritorna ad armeggiare con il ferro come se fosse il viso di Brad
Pitt. Ma facciamo un passo indietro per capire quello che succede
prima di arrivare alla costruzione, alla pittura e poi al montaggio.
Tutto ovviamente parte dalle idee, quelle del regista che, insieme
alla scenografa e alla costumista, firma lo spettacolo; una prima
materializzazione dei concetti si ha nei bozzetti delle scene -
in questo caso realizzati da Margherita Palli - le prime immagini
di ciò che si vedrà ma, senza retorica, tra il dire
e il fare c'è di mezzo il mare e ben lo sa il direttore degli
allestimenti, quello che al Regio viene chiamato semplicemente "l'ingegnere",
ossia Silvano Cova, colui che deve rendere possibili i sogni.
Un ruolo difficile il suo perché spesso deve prevedere l'imprevedibile
oltre che ovviamente conoscere le capacità tecniche del Teatro
come il salotto di casa sua. Insieme al suo assistente, una persona
dolcissima e allo stesso tempo tenacemente pragmatica che si chiama
Saverio, e ai coordinatori di progetto, traduce in metri, tonnellate
e volumi le idee di partenza, contrattando con il regista e lo scenografo
quando vogliono far volare gli elefanti in scena senza pensare alle
norme di sicurezza.
La collaborazione con la triade Ronconi, Palli, Marzot è di
antica data ed è quindi più facile tradurre in pratica
ciò che magari è ancora in nuce nella mente di chi la
pensa. È necessario saper guardare lontano per capire che cosa
bisogna far costruire prima, stabilire se saranno sufficienti cinquanta
persone per montare quella scena o a far muovere quel carro, come
far scendere la pioggia senza bagnare i cantanti o inventare, con
una ditta che costruisce impianti di irrigazione, un sistema per concentrare
una tempesta shakespeariana in 120 metri quadrati senza allagare il
palcoscenico. Forse adesso, quando si spegneranno le luci in sala,
avrete qualche elemento in più per capire il lavoro che bisogna
fare per mettere in scena i sogni.
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SETTIMANALE |
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1
/7 ottobre |
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8/14
ottobre |
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