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aprile 2002

unione musicale

Improvvisando a concerto
di Oreste Bossini


Andrea Lucchesini

 

Nell'opinione corrente sulla musica più o meno a ragione definita "classica", Beethoven è l'autore per antonomasia. È quasi un luogo comune citare i suoi manoscritti pieni di correzioni e cancellature, tracce appariscenti di quel percorso idealistico di affermazione della volontà sulla materia su cui l'Ottocento ha costruito il mito eroico della figura dell'artista. Quel che rimane in ombra in questa lettura storicista, tutta sbilanciata nel considerare importante solo l'idea musicale, è il punto di partenza. Per musicisti come Beethoven il primo rapporto con la creatività musicale è avvenuto con le mani sullo strumento, attraverso l'abilità di improvvisare. La rigidità del modello educativo ha atrofizzato via via negli allievi la facoltà di esprimere liberamente la propria sensibilità, tanto che oggi lo studente modello di Conservatorio si distingue dal fatto di saper suonare solamente leggendo lo spartito. La cosa stupefacente è che gli autori ritenuti esemplari per la cultura europea (Bach, Mozart e Beethoven appunto) hanno senza eccezione cominciato la loro carriera in tutt'altro modo. Beethoven, in particolare, divenne un musicista di spicco nella Vienna dell'ultimo decennio del Settecento grazie alle doti brillanti e imprevedibili d'improvvisatore. I ritratti del primo Beethoven mostrano un giovanotto elegante, vestito all'ultima moda, dallo sguardo ambizioso e un po' sfrontato. Sono immagini corrispondenti alle testimonianze sul suo comportamento in società, dove conquistava l'ammirazione dei presenti seduto al pianoforte, duellando alla tastiera, non senza qualche arroganza, con i migliori musicisti di Vienna e di passaggio.
Quando Beethoven entra in scena nella storia, il concerto per pianoforte era ancora un genere ibrido, in cui l'improvvisazione manteneva un ruolo importante. Era stato così anche per Mozart, che in qualche passo scriveva soltanto le note fondamentali, riempiendo le battute del solo al momento dell'esecuzione. I primi due Concerti per pianoforte di Beethoven erano musiche di uso personale, custodite gelosamente. La parte solistica doveva sembrare quasi un'improvvisazione, nata sul momento. Questi pezzi erano un biglietto da visita per Beethoven, da esibire in accademie pubbliche e in tour di concerti.
Se si comprende la natura di questo rapporto primigenio tra l'esperienza e l'atto creativo, la drammaticità del percorso di Beethoven acquista una grandezza meno incrostata di retorica e più rispettosa del complesso rapporto tra opera e autore, che la nostra moderna cultura continua a indagare, dal jazz alla musica informatica.

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mercoledì 3 aprile
Conservatorio ore 21 serie blu
Orchestra da camera di Mantova
Umberto Benedetti Michelangeli direttore
Andrea Lucchesini pianoforte
Beethoven
. concerti e sinfonie
(terzo concerto)