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Scordatevi
Bohème dei Deep Forest, escursione fuori pista della
voce antica, dura, un po' nasale, unica di Márta Sebestyén.
Pensate piuttosto ai cammei con gli amici Muzsikás
nelle colonne sonore di Music Box di Costa-Gavras o Il paziente
inglese di Anthony Minghella. Cappello rigorosamente inforcato
sul cranio, come sui set balcanici di Kusturica, camicie
azzimate e gilet. E poi gli immancabili baffoni neri. Sembrano appena
sbarcati dal Danubio, per offrirci una "rivelazione" (in
questo caso il termine non sembra eccessivo). Perché se tutti
gli appassionati di musica sanno quanto il repertorio folk ungherese
sia penetrato in profondità nei tessuti della musica di Béla
Bartók, anzi ne costituisca la trama stessa,
Muzsikás & Sebestyén sbattono in faccia
al pubblico della classica questa relazione incestuosa meglio di
qualsiasi saggio. E il cerchio si chiude, ché la esotica
modernità di armonie e figure ritmiche irregolari, l'uso
di quarti di tono, l'impiego "barbaro" di uno strumento
accademico come il violino fanno capire ancora una volta che il
futuro risiede nel passato.
Secondo un procedimento osmotico da sempre in atto nella penisola
balcanica: quella sana fusione non soltanto orizzontale ed estensiva,
ma anche verticale, intensiva, temporale, stratificata.
Quando la folk music new wave giunse in Ungheria, all'inizio
degli anni Settanta, gli allora giovani musicisti di Muzsikás,
violino e magnetofono in spalla, iniziarono a battere villaggi remoti
sulle orme di Bartók e Kodály, dove meglio
che altrove si erano conservati suoni, melodie e armonie degli antenati:
"A un certo punto tra i musicisti di Budapest il fenomeno
aveva preso a espandersi praticamente a vista d'occhio. Noi, che
eravamo cresciuti in famiglie dove l'amore per le ballate e la musica
e le danze tradizionali era presente quotidianamente, ci attivammo
per primi a diventare padroni delle tecniche strumentali folkloristiche.
Con l'incoraggiamento dei nostri genitori ci mettemmo alla ricerca
dei nostri musicisti di paese - i muzsikás - in Transilvania
e nelle altre regioni di lingua ungherese i quali con grande pazienza
e amore tentarono di trasmetterci le tecniche della loro arte".
Ci sono riusciti. (f.f.)
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