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aprile 2002

associazione lingotto musica

Lorenzo Micheli, scelto dalla chitarra


Lorenzo Micheli

 

Origine di un incontro. Il padre di Lorenzo ha suonato, da amatore, la chitarra per diversi anni. È stato proprio l'oggetto presente in casa ad attirare il figlio molto piccolo in modo del tutto spontaneo: Lorenzo intraprende una ricerca non ancora conclusa armeggiando per un po' di giorni intorno alle sei corde affascinato dai suonacci che riesce a cavarne. La chitarra ha scelto Lorenzo.
Il fulcro poetico della chitarra. Lo ha rapito il suono: ha una profondità e una ricchezza sconosciute alla maggior parte degli strumenti. In fondo è quello che molti compositori fanno fatica a capire: come da un semplice bicordo possa sgorgare quell'universo armonico che su un pianoforte corrisponde a un accordo di sei note.
E poi la chitarra è strumento "fisico" per eccellenza, privo d'intermediari tra esecutore e suono (martelletti, archi, plettri) e, grazie a questo, la musica sembra uscire direttamente dalla punta delle dita: sta a molti tra gli altri strumenti come la fisicità e la plasticità dell'epos omerico stanno alla raffinatezza impalpabile ed elegante della poesia ellenistica.
Il suo isolamento dal mondo della grande musica. Se dopo la "rivoluzione-Segovia", la chitarra sembra essere tornata silenziosamente nella nicchia, per Lorenzo i chitarristi hanno una grande responsabilità. Si sono autoesclusi crogiolandosi in convinzioni e miti ridicoli agli occhi di un pianista o di un direttore d'orchestra; svilendo il repertorio originale e inseguendo paradisi sudamericani e chimere new age; idolatrando "grandi nomi" che da quarant'anni incidono per le maggiori case discografiche trascrizioni e pot pourri di poco conto; suonando programmi mortalmente noiosi, insensati e poco raccomandabili persino agli addetti ai lavori.
Non si tratta di competere con i volumi di suono e il repertorio di un pianoforte: la chitarra affascina, sorprende, ispira una simpatia istintiva nel pubblico perché riporta a una dimensione dell'ascolto musicale (quella più intima e raccolta) che abbiamo perduto dai tempi di Liszt.
Questo può rilanciare la sua immagine trasformando l'ascolto di un recital in un'esperienza emozionante e intellettualmente impegnativa.
A cosa serve la musica. A condividere. Fare musica può essere la più grande e la più personale delle esperienze individuali; ma essa trova il proprio senso ultimo nella dimensione collettiva.
In questo modo diventa anche strumento insostituibile di crescita. Con la musica si parla, si pensa, si dialoga, si ride, si ricorda, ci si confronta con il prossimo.
Il ruolo del maestro. Il maestro svolge un ruolo determinante - nel bene e nel male - per la formazione di un artista. Il suo ruolo fondamentale è: trasmettere all'allievo le cognizioni utili per suonare uno strumento; fornirgli i mezzi per risolvere i problemi che egli affronterà lungo la strada; permettergli di "trovare in lui" socraticamente il significato e la ricchezza della musica.
Ma il maestro infonde, quasi per empatia, il suo entusiasmo, la sua passione, le sue paure e le sue insicurezze, le sue preferenze, persino le sue frustrazioni. Dai suoi maestri Lorenzo ha assimilato molto di più di quello che loro gli hanno impartito. (g.n.)

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