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Origine
di un incontro. Il padre di Lorenzo ha suonato, da amatore,
la chitarra per diversi anni. È stato proprio l'oggetto presente
in casa ad attirare il figlio molto piccolo in modo del tutto spontaneo:
Lorenzo intraprende una ricerca non ancora conclusa armeggiando
per un po' di giorni intorno alle sei corde affascinato dai suonacci
che riesce a cavarne. La chitarra ha scelto Lorenzo.
Il fulcro poetico della chitarra. Lo ha rapito il suono:
ha una profondità e una ricchezza sconosciute alla maggior
parte degli strumenti. In fondo è quello che molti compositori
fanno fatica a capire: come da un semplice bicordo possa sgorgare
quell'universo armonico che su un pianoforte corrisponde a un accordo
di sei note.
E poi la chitarra è strumento "fisico" per eccellenza,
privo d'intermediari tra esecutore e suono (martelletti, archi,
plettri) e, grazie a questo, la musica sembra uscire direttamente
dalla punta delle dita: sta a molti tra gli altri strumenti come
la fisicità e la plasticità dell'epos omerico stanno
alla raffinatezza impalpabile ed elegante della poesia ellenistica.
Il suo isolamento dal mondo della grande musica. Se dopo
la "rivoluzione-Segovia", la chitarra sembra essere tornata
silenziosamente nella nicchia, per Lorenzo i chitarristi hanno una
grande responsabilità. Si sono autoesclusi crogiolandosi
in convinzioni e miti ridicoli agli occhi di un pianista o di un
direttore d'orchestra; svilendo il repertorio originale e inseguendo
paradisi sudamericani e chimere new age; idolatrando "grandi
nomi" che da quarant'anni incidono per le maggiori case discografiche
trascrizioni e pot pourri di poco conto; suonando programmi mortalmente
noiosi, insensati e poco raccomandabili persino agli addetti ai
lavori.
Non si tratta di competere con i volumi di suono e il repertorio
di un pianoforte: la chitarra affascina, sorprende, ispira una simpatia
istintiva nel pubblico perché riporta a una dimensione dell'ascolto
musicale (quella più intima e raccolta) che abbiamo perduto
dai tempi di Liszt.
Questo può rilanciare la sua immagine trasformando l'ascolto
di un recital in un'esperienza emozionante e intellettualmente impegnativa.
A cosa serve la musica. A condividere. Fare musica può
essere la più grande e la più personale delle esperienze
individuali; ma essa trova il proprio senso ultimo nella dimensione
collettiva.
In questo modo diventa anche strumento insostituibile di crescita.
Con la musica si parla, si pensa, si dialoga, si ride, si ricorda,
ci si confronta con il prossimo.
Il ruolo del maestro. Il maestro svolge un ruolo determinante
- nel bene e nel male - per la formazione di un artista. Il suo
ruolo fondamentale è: trasmettere all'allievo le cognizioni
utili per suonare uno strumento; fornirgli i mezzi per risolvere
i problemi che egli affronterà lungo la strada; permettergli
di "trovare in lui" socraticamente il significato e la
ricchezza della musica.
Ma il maestro infonde, quasi per empatia, il suo entusiasmo, la
sua passione, le sue paure e le sue insicurezze, le sue preferenze,
persino le sue frustrazioni. Dai suoi maestri Lorenzo ha assimilato
molto di più di quello che loro gli hanno impartito. (g.n.)
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