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aprile 2002

le idee

Non più musicisti per caso
di Gianni Nuti


Ho iniziato a studiare chitarra nell'Istituto Musicale Civico della mia città natale (Asti) perché nella classe di pianoforte non c'era posto. In realtà a dieci anni non sapevo nulla né dell'uno né dell'altro strumento; semplicemente erano gli unici che avevo visto e toccato occasionalmente. L'oboe l'avevo sentito nominare e, per assonanza, me lo immaginavo molto panciuto e dal suono grave… Oggi poco è cambiato: le mamme iscrivono al Conservatorio i propri figli nella classe di pianoforte per poi vederli dirottati verso altre classi, che, sguarnite rischiano di morire: vere vocazioni che partono da un sussulto del cuore. D'altra parte da questa disordinata forma di reclutamento sono emersi talenti artistici straordinari; il problema è che attorno brucia il deserto e tutto fa pensare, tra le nuove generazioni, a un vergognoso spreco di potenziale musicale. Ma se anche scovassimo tutti i talentuosi, come li impiegheremmo, una volta formati, visto che pochi acquistano dischi e meno ancora frequentano sale da concerto?
Non grido alla dissoluzione dei costumi né invoco l'Apocalisse, anzi provo a ribaltare l'analisi e ad azzardare un possibile scenario futuro dove, in ogni piccola insenatura della nostra penisola, troverebbero posto un gruppo di musicisti e una vasta platea di pubblico danzante.
Il principio è: la musica non si studia o si legge: si fa, si manipola, si balla. Allora, partiamo dalla scuola di base. Le maestre di scuole materne ed elementari non sono quasi mai in grado di educare alla musica e al suono perché, nel loro stesso immaginario, questa disciplina è legata a un blaterare di
do-o, re-e e a un agitar meccanico di mani: figuriamoci se viene loro voglia di infliggere lo stesso supplizio ai bimbi. Il corpo è inibito e intorpidito da studi dietro ai banchi e non davanti a un tamburo; l'orecchio si adagia sulle canzonette in voga senza capacità di segmentare il tempo musicale in unità di senso, senza associare al suono fantasie immaginifiche e libere espressioni corporee; nessuno ha insegnato loro a sincronizzare respiro, palpebre, battiti su ritmi e canti.
Non occorrono anni di studio, ma poche ore d'animazione musicale: i nuovi corsi universitari riservati alla formazione primaria possono fare molto in questa direzione. A questo si dovrebbero affiancare specialisti che introducano con precocità la pratica strumentale.
Proseguiamo. Come sempre le novità in Italia partono dalla base e, a colmare vuoti lasciati da Conservatori e Istituti Musicali, sono nate, per libera iniziativa di giovani musicisti affamati e presidi lungimiranti, le "scuole medie a orientamento musicale" (oltre 500 sparse sul territorio a macchia di leopardo), che hanno portato una ventata di musica viva nelle aule dove imperversavano i funebri flauti di plastica impiegati in desolanti interpretazioni di inni alla gioia e jingles della pasta nazionale. Lo spirito pionieristico dei docenti - precari per decenni - ha ispirato formule di didattica collettiva originali, ha spazzato bigottismi ideologici che dividevano per generi e non per qualità la musica dalla non musica, ha valorizzato il gusto per la performance pubblica non come punto d'arrivo, ma come occasione formativa.
Manca il "liceo musicale e d'arte", dove mi piacerebbe che non solo si perfezionassero le abilità strumentali, ma s'imparasse a recitare, a ballare a dipingere non per fare di tutto questo un mestiere, ma per avere una vasta esperienza fisica del bello.
Infine i Conservatori e le Università, che dovrebbero anzitutto federarsi, e poi offrire un largo spettro di specializzazioni che permettano di saper insegnare e non solo di saper suonare, che insegnino a scrivere e suonare musica per tutte le occasioni del vivere comune e le necessità sonoriali dell'uomo.
Restano le libere iniziative popolari, che non devono morire - sono il laboratorio per le istituzioni del futuro -, ma competere per inventiva e livello d'istruzione invece che per prezzi modici.
Ecco, mi piacerebbe che mio figlio scegliesse di suonare uno strumento perché il suono che emana gli sembra il più somigliante a quello dei suoi pensieri, del suo timbro vocale, delle sue membra, e non perché lo hanno scelto le amichette del cortile con cui si accompagna, come ho fatto io; mi piacerebbe che potesse far musica insieme ad amici da subito e che trovasse non solo un maestro come il mio, ma anche una scuola accogliente e ricca. Non è detto che con questo sia più fortunato di me: il destino spesso compie le scelte migliori a nostra insaputa e per vie imprevedibili e scoscese. Staremo a vedere.

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