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Ho
iniziato a studiare chitarra nell'Istituto Musicale Civico
della mia città natale (Asti) perché nella
classe di pianoforte non c'era posto. In realtà a dieci anni
non sapevo nulla né dell'uno né dell'altro strumento;
semplicemente erano gli unici che avevo visto e toccato occasionalmente.
L'oboe l'avevo sentito nominare e, per assonanza, me lo immaginavo
molto panciuto e dal suono grave
Oggi poco è cambiato:
le mamme iscrivono al Conservatorio i propri figli nella classe
di pianoforte per poi vederli dirottati verso altre classi, che,
sguarnite rischiano di morire: vere vocazioni che partono da un
sussulto del cuore. D'altra parte da questa disordinata forma di
reclutamento sono emersi talenti artistici straordinari; il problema
è che attorno brucia il deserto e tutto fa pensare, tra le
nuove generazioni, a un vergognoso spreco di potenziale musicale.
Ma se anche scovassimo tutti i talentuosi, come li impiegheremmo,
una volta formati, visto che pochi acquistano dischi e meno ancora
frequentano sale da concerto?
Non grido alla dissoluzione dei costumi né invoco l'Apocalisse,
anzi provo a ribaltare l'analisi e ad azzardare un possibile scenario
futuro dove, in ogni piccola insenatura della nostra penisola, troverebbero
posto un gruppo di musicisti e una vasta platea di pubblico danzante.
Il principio è: la musica non si studia o si legge:
si fa, si manipola, si balla. Allora, partiamo dalla scuola di base.
Le maestre di scuole materne ed elementari non sono quasi mai in
grado di educare alla musica e al suono perché, nel loro
stesso immaginario, questa disciplina è legata a un blaterare
di
do-o, re-e e a un agitar meccanico di mani: figuriamoci se viene
loro voglia di infliggere lo stesso supplizio ai bimbi. Il corpo
è inibito e intorpidito da studi dietro ai banchi e non davanti
a un tamburo; l'orecchio si adagia sulle canzonette in voga senza
capacità di segmentare il tempo musicale in unità
di senso, senza associare al suono fantasie immaginifiche e libere
espressioni corporee; nessuno ha insegnato loro a sincronizzare
respiro, palpebre, battiti su ritmi e canti.
Non occorrono anni di studio, ma poche ore d'animazione musicale:
i nuovi corsi universitari riservati alla formazione primaria possono
fare molto in questa direzione. A questo si dovrebbero affiancare
specialisti che introducano con precocità la pratica strumentale.
Proseguiamo. Come sempre le novità in Italia partono dalla
base e, a colmare vuoti lasciati da Conservatori e Istituti Musicali,
sono nate, per libera iniziativa di giovani musicisti affamati e
presidi lungimiranti, le "scuole medie a orientamento musicale"
(oltre 500 sparse sul territorio a macchia di leopardo), che hanno
portato una ventata di musica viva nelle aule dove imperversavano
i funebri flauti di plastica impiegati in desolanti interpretazioni
di inni alla gioia e jingles della pasta nazionale. Lo spirito pionieristico
dei docenti - precari per decenni - ha ispirato formule di didattica
collettiva originali, ha spazzato bigottismi ideologici che dividevano
per generi e non per qualità la musica dalla non musica,
ha valorizzato il gusto per la performance pubblica non come punto
d'arrivo, ma come occasione formativa.
Manca il "liceo musicale e d'arte", dove mi piacerebbe
che non solo si perfezionassero le abilità strumentali, ma
s'imparasse a recitare, a ballare a dipingere non per fare di tutto
questo un mestiere, ma per avere una vasta esperienza fisica del
bello.
Infine i Conservatori e le Università, che dovrebbero anzitutto
federarsi, e poi offrire un largo spettro di specializzazioni che
permettano di saper insegnare e non solo di saper suonare, che insegnino
a scrivere e suonare musica per tutte le occasioni del vivere comune
e le necessità sonoriali dell'uomo.
Restano le libere iniziative popolari, che non devono morire - sono
il laboratorio per le istituzioni del futuro -, ma competere per
inventiva e livello d'istruzione invece che per prezzi modici.
Ecco, mi piacerebbe che mio figlio scegliesse di suonare uno strumento
perché il suono che emana gli sembra il più somigliante
a quello dei suoi pensieri, del suo timbro vocale, delle sue membra,
e non perché lo hanno scelto le amichette del cortile con
cui si accompagna, come ho fatto io; mi piacerebbe che potesse far
musica insieme ad amici da subito e che trovasse non solo un maestro
come il mio, ma anche una scuola accogliente e ricca. Non è
detto che con questo sia più fortunato di me: il destino
spesso compie le scelte migliori a nostra insaputa e per vie imprevedibili
e scoscese. Staremo a vedere.
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