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dicembre 2002

teatro regio torino

INTERVISTA - Sylvie Valayre, soprano dei due mondi
di Cecilia Fonsatti


Sylvie Valayre

Sylvie Valayre, nel suo curriculum si legge che la prima volta che ha vestito i panni di lady Macbeth è stato nel 1995; è corretto dire che da allora questa parte è diventata un suo cavallo di battaglia col quale ha calcato le scene di mezza Europa?
"Sì, lo è; effettivamente lady Macbeth è senz'altro uno dei miei personaggi preferiti, sia musicalmente sia teatralmente. Adoro Shakespeare fin dall'adolescenza, quindi ogni volta che ho la possibilità di interpretare un personaggio creato dalla penna del "bardo" sono felice".

Quale ruolo occupa il melodramma di Verdi nel suo repertorio?
"Un ruolo molto importante. È un autore a me molto congeniale; è un compositore straordinario ed è un vero maestro nella scrittura del canto. Ogni volta che canto una sua opera ho la sensazione di fare "un massaggio" per la voce… è quasi terapeutico… Aida, Traviata, anche Nabucco (lo so che farò ridere tutti quanti!), le sue opere fanno bene alla mia voce. Mi fa bene cantare Verdi, è una medicina meravigliosa".

Che tipo di rapporto ha col maestro Bartoletti con cui ha già lavorato proprio nel Macbeth al "Carlo Felice" di Genova?
"Ci unisce una splendida amicizia. Lo conoscevo già di fama. La prima volta che abbiamo lavorato insieme, proprio per Macbeth, l'approccio fu duro. Mi fece ripetere diverse volte la prima aria di lady Macbeth. Quando finalmente feci esattamente quello che lui voleva, felice, mi disse: "Ora va molto bene. Se vuole può chiamarmi Bruno e darmi del tu". Sembrava voler capire fino a dove sarei riuscita ad arrivare: mi mise alla prova.
Anche con Leo Nucci [che al Regio sarà Macbeth, ndr] abbiamo lavorato tanto in Nabucco, Tosca, Aida… Credo che tra noi ci sia un'intesa speciale, sia artistica sia umana".

Gli Stati Uniti sono quasi una sua seconda patria artistica: lei è appena stata al Metropolitan di New York per cantare Andrea Chénier diretta da James Levine. Qual è la differenza tra il pubblico italiano e quello statunitense?
"Le platee statunitensi, e la maggior parte di quelle europee, sono molto calorose perché vanno all'opera per divertirsi, commuoversi e gustarsi la serata. Il pubblico americano è ancora molto abituato a delle produzioni tradizionali di immediata lettura e di garantita approvazione degli sponsor. Consideriamo anche che in Europa (Gran Bretagna a parte) tutti i teatri lavorano grazie alle sovvenzioni statali, quindi si può rischiare presentando produzioni d'avanguardia (pur bellissime!) a volte molto costose. Sono curiosa di vedere come accoglierà questo Macbeth il pubblico di Torino".

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