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dicembre 2002

le idee

Critica musicale, secondo round


Il compositore John Corigliano e il critico Justin Davidson, entrambi premi "Pulitzer", proseguono la loro discussione sulla preparazione necessaria per valutare musica nuova.

Oh, Justin, quanti errori, tutti in pochi paragrafi.
Cominciamo con quello fondamentale: secondo te ciò che più che altro qualifica il lavoro del critico musicale di un quotidiano sono le sue buone intenzioni. Intendiamoci, non è che io creda che il primo ascolto non abbia valore, ma non è sufficiente. Proprio tu ne hai dato prova quando due anni fa nella recensione della prima mondiale di un'opera di Thomas Adès suonata dalla Filarmonica di New York scrivesti che la disastrosa esecuzione rendeva impossibile giudicare il valore dell'opera. Guarda caso io ero a quel concerto perché il programma comprendeva il mio pezzo per il millennio. Ricordo che Adès era deliziato dall'esecuzione e mi parlò rapito della favolosa performance del solista. Io non fui altrettanto fortunato: il mio lavoro aveva molte notazioni piuttosto originali e prevedeva musica elettronica dal vivo, cosa che sappiamo bene quanto sia complicata. Kaija Saariajo ed io digrignavamo i denti ascoltando l'inadeguata preparazione degli esecutori sulle nostre partiture, molto meno immediate delle altre in programma. E tu? Hai forse scritto che non eri in grado di valutare le nostre opere a causa della disastrosa esecuzione? Eccola la tua prima impressione: non accurata eppure servita a tutti i lettori del "Newsday".
Certo che il tuo è un compito difficile, ma lo sono anche comporre un concerto e studiare una parte da solista. Ti piaccia o no, sia tu che Yo-Yo Ma, James Levine ed io siamo considerati "professionisti della musica". Gli spettatori pagano centinaia di dollari per ascoltare i concerti, tu ritiri il tuo accredito al botteghino e ti accomodi in fila 10. Per le tue opinioni, l'anno scorso, hai vinto lo stesso Premio "Pulitzer" assegnato ai creatori di nuova musica. Vuoi sapere a quale standard professionale dovrebbe secondo me attenersi il critico? Dovrebbe essere in grado di leggere come il direttore d'orchestra, indagare come lo storico, giudicare come un genitore e scrivere come un drammaturgo.
John Corigliano

Caro John,
apprezzo la tua indignazione nei confronti dei critici che non prendono seriamente il loro mestiere, ma la tua definizione del "supercritico" mi suona più che altro come un ideale a cui tendere. (Ah, confermo la mia impressione a proposito dell'esecuzione del pezzo di Adès, mentre per quanto riguarda la tua opera in programma quella sera la mia conclusione, aiutata dal fatto che avevo la partitura in mano, fu che la tua creatività era riuscita a emergere dal caos dell'esecuzione).
Il critico musicale di un quotidiano deve per forza essere molto versatile: la sua esperienza e la sua preparazione contano molto, ma hanno entrambe i loro limiti. Quando ascolto Alfred Brendel suonare alla Carnegie Hall sono circondato da pianisti che seguono la musica con le loro dita più che con le orecchie e ogni volta che vado all'opera mi trovo seduto accanto a dei melomani che avevano sentito cantare Adelina Patti ben prima che lei diventasse Adelina Patti. Certo, la mia opinione deve essere documentata, ma non reclamo certamente un'autorità superiore a quella dei tanti altri ascoltatori esperti quanto e più di me. Se si tratta di dare la descrizione adeguata e la valutazione oggettiva a un'opera di musica nuova poi, il compito diventa ancora più sofisticato.
Leggi questa recensione del 1907 del Pelléas et Mélisande di Debussy scritta dal critico berlinese Hugo Schleemüller e inserita in una raccolta di critiche stupide, il Lexicon of Musical Invective a cura di Nicolas Slonimsky:
"Debussy mortifica la melodia. Ci propone soltanto degli accordi. E che accordi! Accordi di settima e di nona, triadi eccedenti e accordi sconnessi. Tutti giustapposti, senza alcuna connessione logica, sfociano in false relazioni e quinte parallele a profusione. La partitura mostra un'accozzaglia di armonie ingarbugliate che soltanto per il fatto di giungere alle nostre orecchie con toni discreti e sfumati risulta meno sgradevole".
Il critico descrive bene la rivoluzione debussiana al tonalismo funzionale e la sua abile tecnica di dare a questa rivoluzione abiti musicali cristallini e seducenti. Ma questa perspicacia ha forse salvato Schleemüller dall'entrare nel Lexicon di Slonimsky?
Ecco la domanda che di tanto in tanto mi faccio: come posso salvarmi dal finire nella prossima edizione di quello stupidario?
Il compositore si dedica alla sua musica, l'esecutore migliore può affrontare per l'intera carriera soltanto musica che gli è congeniale, mentre il critico nel corso di una settimana può trovarsi di fronte a un concerto di musica antica, una serata dedicata a Birtwistle, una sinfonia di Bruckner e la rappresentazione dell'Andrea Chénier. E quindi, se deve aiutare lo spettatore a dare un senso a questi tempi di anarchia stilistica, deve fidarsi del proprio orecchio. Io studio le tue partiture, John, perché la tua musica mi ha colpito ed è mio compito trovare le parole che esprimano questa emozione al lettore che, passando dal terrorismo ai fumetti, si ferma per un attimo alla pagina culturale. Il mio ruolo è quello di riferire, certo, e di analizzare; ma è anche quello di tradurre in parole un'esperienza sensoriale. (2. fine)
Justin Davidson

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Traduzione di Agnese Fornaris
Per gentile concessione di andante.com
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