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Il
compositore John Corigliano e il critico Justin Davidson, entrambi
premi "Pulitzer", proseguono la loro discussione sulla
preparazione necessaria per valutare musica nuova.
Oh, Justin, quanti errori, tutti in pochi paragrafi.
Cominciamo con quello fondamentale: secondo te ciò che più
che altro qualifica il lavoro del critico musicale di un quotidiano
sono le sue buone intenzioni. Intendiamoci, non è che io
creda che il primo ascolto non abbia valore, ma non è sufficiente.
Proprio tu ne hai dato prova quando due anni fa nella recensione
della prima mondiale di un'opera di Thomas Adès suonata dalla
Filarmonica di New York scrivesti che la disastrosa esecuzione rendeva
impossibile giudicare il valore dell'opera. Guarda caso io ero a
quel concerto perché il programma comprendeva il mio pezzo
per il millennio. Ricordo che Adès era deliziato dall'esecuzione
e mi parlò rapito della favolosa performance del solista.
Io non fui altrettanto fortunato: il mio lavoro aveva molte notazioni
piuttosto originali e prevedeva musica elettronica dal vivo, cosa
che sappiamo bene quanto sia complicata. Kaija Saariajo ed io digrignavamo
i denti ascoltando l'inadeguata preparazione degli esecutori sulle
nostre partiture, molto meno immediate delle altre in programma.
E tu? Hai forse scritto che non eri in grado di valutare le nostre
opere a causa della disastrosa esecuzione? Eccola la tua prima impressione:
non accurata eppure servita a tutti i lettori del "Newsday".
Certo che il tuo è un compito difficile, ma lo sono anche
comporre un concerto e studiare una parte da solista. Ti piaccia
o no, sia tu che Yo-Yo Ma, James Levine ed io siamo considerati
"professionisti della musica". Gli spettatori pagano centinaia
di dollari per ascoltare i concerti, tu ritiri il tuo accredito
al botteghino e ti accomodi in fila 10. Per le tue opinioni, l'anno
scorso, hai vinto lo stesso Premio "Pulitzer" assegnato
ai creatori di nuova musica. Vuoi sapere a quale standard professionale
dovrebbe secondo me attenersi il critico? Dovrebbe essere in grado
di leggere come il direttore d'orchestra, indagare come lo storico,
giudicare come un genitore e scrivere come un drammaturgo.
John Corigliano
Caro
John,
apprezzo la tua indignazione nei confronti dei critici che non prendono
seriamente il loro mestiere, ma la tua definizione del "supercritico"
mi suona più che altro come un ideale a cui tendere. (Ah,
confermo la mia impressione a proposito dell'esecuzione del pezzo
di Adès, mentre per quanto riguarda la tua opera in programma
quella sera la mia conclusione, aiutata dal fatto che avevo la partitura
in mano, fu che la tua creatività era riuscita a emergere
dal caos dell'esecuzione).
Il critico musicale di un quotidiano deve per forza essere molto
versatile: la sua esperienza e la sua preparazione contano molto,
ma hanno entrambe i loro limiti. Quando ascolto Alfred Brendel suonare
alla Carnegie Hall sono circondato da pianisti che seguono la musica
con le loro dita più che con le orecchie e ogni volta che
vado all'opera mi trovo seduto accanto a dei melomani che avevano
sentito cantare Adelina Patti ben prima che lei diventasse Adelina
Patti. Certo, la mia opinione deve essere documentata, ma non reclamo
certamente un'autorità superiore a quella dei tanti altri
ascoltatori esperti quanto e più di me. Se si tratta di dare
la descrizione adeguata e la valutazione oggettiva a un'opera di
musica nuova poi, il compito diventa ancora più sofisticato.
Leggi questa recensione del 1907 del Pelléas et Mélisande
di Debussy scritta dal critico berlinese Hugo Schleemüller
e inserita in una raccolta di critiche stupide, il Lexicon of Musical
Invective a cura di Nicolas Slonimsky:
"Debussy mortifica la melodia. Ci propone soltanto degli accordi.
E che accordi! Accordi di settima e di nona, triadi eccedenti e
accordi sconnessi. Tutti giustapposti, senza alcuna connessione
logica, sfociano in false relazioni e quinte parallele a profusione.
La partitura mostra un'accozzaglia di armonie ingarbugliate che
soltanto per il fatto di giungere alle nostre orecchie con toni
discreti e sfumati risulta meno sgradevole".
Il critico descrive bene la rivoluzione debussiana al tonalismo
funzionale e la sua abile tecnica di dare a questa rivoluzione abiti
musicali cristallini e seducenti. Ma questa perspicacia ha forse
salvato Schleemüller dall'entrare nel Lexicon di Slonimsky?
Ecco la domanda che di tanto in tanto mi faccio: come posso salvarmi
dal finire nella prossima edizione di quello stupidario?
Il compositore si dedica alla sua musica, l'esecutore migliore può
affrontare per l'intera carriera soltanto musica che gli è
congeniale, mentre il critico nel corso di una settimana può
trovarsi di fronte a un concerto di musica antica, una serata dedicata
a Birtwistle, una sinfonia di Bruckner e la rappresentazione dell'Andrea
Chénier. E quindi, se deve aiutare lo spettatore a dare un
senso a questi tempi di anarchia stilistica, deve fidarsi del proprio
orecchio. Io studio le tue partiture, John, perché la tua
musica mi ha colpito ed è mio compito trovare le parole che
esprimano questa emozione al lettore che, passando dal terrorismo
ai fumetti, si ferma per un attimo alla pagina culturale. Il mio
ruolo è quello di riferire, certo, e di analizzare; ma è
anche quello di tradurre in parole un'esperienza sensoriale. (2.
fine)
Justin Davidson
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